BAD BOY SCOUT (1989- Capitoli : 1,2,3)

1989.

Piove.

C’è il sole.

Silenzio e poi rumore.

Qualcuno nasce.

Qualcuno muore.

Qualcuno ha dodici anni

e va alle scuole.

Medie.

1. Una pessima idea

Ricordi la città?

Le strade lastricate di cubetti.

Il fiume freddo, in mezzo.

La storia dell’insediamento è lunga millenni. I fasti più recenti, hanno posto in secondo piano tutto il resto, tutto ciò che non sia legato alla grande fabbrica.

Gli emigranti sono arrivati da tutta Italia, e anche da fuori i confini. Tutti con tanto di titoli di studio e lauto stipendio già concordato. Una città di ingegneri. I migranti di qualità, con il portafoglio pieno, quelli che nessuno vorrebbe rispedire a casa.

L’aria è frizzante, non solo per le montagne così vicine ma anche per la fremente, vivace, attività.

I ponti, sul fiume freddo, collegano il centro ai quartieri meridionali. Un ponte antico, romano, indistruttibile. Uno più moderno, più ampio. Un terzo ponte fa il giro largo, è ancora più moderno e ha un’aria imponente ma, in qualche modo, fragile. L’ultimo ponte è di metallo, come le rotaie che conducono i treni a destinazione. I treni passano sul ponte di metallo e si possono vedere dal ponte nuovo, soprastante. Si possono vedere solo per un attimo, prima che un tunnel nero li inghiotta. Tutti, in città, sanno dove si trova la stazione e dove portano i treni, ma dove passino prima di sbucare in aperta campagna, nessuno ne ha idea.

Il centro storico, a nord del fiume, si dipana tra decumani e cardi che si mischiano con i saliscendi delle mura medievali.

Sopra ogni cosa, l’ombra delle Alpi.

La linea dritta della gigantesca morena, ora coperta di boschi e vigne, popolata da paesini arroccati.

Le notti tranquille, vegliate dalla luna.

La luce azzurra riflette sulla superficie dei laghi neri, profondi, pieni d’alghe ancorate al limo, depositato con calma, sul fondo roccioso e impermeabile.

Quanta distanza si crea, all’alba, tra questo scenario e il giorno frenetico, durante il quale la popolazione decuplica.

Vengono per lavorare, quasi tutti, nella grande fabbrica.

La tua famiglia non ha mai avuto niente a che fare con la fabbrica, ma ha comunque goduto del benessere generale, dell’attenzione alla città e ai cittadini. Perché il grande capo della fabbrica non è mai stato come gli altri, lui e quelli della sua famiglia hanno pensato a tutti. Hanno viziato tutti. E tu puoi crescere in una cittadina viva e verde, con il fiume, i laghi, la morena sullo sfondo e le montagne a fare ombra.

Niente male per un moccioso.

Veniamo a te. Chi sei? Perché sei venuto al mondo? Qual’è la tua grande missione?

Non lo sai, è ovvio. Cominciamo dalle cose semplici.

Sei indefinito. A metà tra un bambino e un ragazzo. Non è qualcosa di speciale che capita solo a te. Ci passano tutti, prima o poi. L’ideale sarebbe passare le varie fasi di crescita, nella vita di un essere umano, nel momento corrispondente all’età assegnata per ciascuna di esse. Vivendo in un mondo caotico e lontano dalla radice, dalla natura, è facile vedere individui che perdono la bussola e si ritrovano adolescenti a quarant’anni o ragazzini che si credono i loro nonni. Dicevamo, l’ideale sarebbe essere adolescenti nell’età che ti contraddistingue, l’estrema giovinezza che saluta l’infanzia per avvicinarsi di un passo al mondo degli adulti.

Per queste, del tutto naturali, ragioni, ti ritrovi in questo stato indefinito. Non è grave. Forse l’hai capito anche da solo, nonostante non sia affatto facile, invece, capire te.

Ti piace stare in disparte, quello è il tuo posto di osservazione sul mondo.

Il mondo che osservi è fatto del fluire della gente intorno alla fabbrica, e , inevitabilmente, intorno a te, che vivi nella città, non lontano dagli uffici amministrativi.

Vedi l’enorme parcheggio, in basso, tra gli alberi che lo circondano. Si riempie e si svuota ogni giorno.

Tutti, qui, hanno un computer prodotto nella fabbrica.

Non sono ancora i giorni in cui si passa l’intera giornata davanti allo schermo luminoso di un PC ma tu cominci a capire come funziona. Più che altro giochi, per il tempo che ti è concesso. Non di più.

Il computer non è tuo.

E’ di tuo padre e lui lo usa per lavorare, quindi non devi danneggiarlo. Il computer costa ancora molti soldi, devi rendertene conto.

Tu te ne rendi conto e, quando combini qualche casino, sei anche l’unico che sappia come rimediare, in modo che nessuno si accorga di niente.

Quando qualcosa non funziona, sei comunque il principale indiziato, anche se innocente.

E’ una specie di compensazione karmica, ti dici.

Le finestre sul giardino hanno osservato la tua infanzia spensierata. Le stagioni sono passate e tu non sei più fuori a giocare con i tuoi amici.

Ormai troppa scuola, troppi impegni, siete cresciuti.

Ogni giorno percorri i marciapiedi, circondato da centinaia di impiegati.

Non sai dove siano le isole Azzorre ma, immagini, non esista un luogo migliore di un altro, per precipitare con un aereo.

I sovietici si ritirano dall’Afghanistan e tu pensi che Rambo sia stato troppo anche per loro.

La Romania. Il Kosovo.

Non ne sapevi niente, prima. E ora, tutto in una volta, capisci che il mondo fa schifo. Non c’è nulla che funzioni per il verso giusto, quando ci sono di mezzo gli essere umani. Grazie al popolo rumeno, e alle sue vicissitudini, comprendi come, a pochi passi di distanza dal tuo paese, qualcuno possa affamare una nazione e, allo stesso tempo, accumulare una fortuna spropositata per sé. Così, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno dica niente. Fino a quando si esagera.

Succede.

Sei ancora un bambino ma è ora che impari come funziona il mondo.

Fuori, ovunque, è una successione di eventi, luoghi, personaggi, fatti di cui non sai nulla, non ti importa nulla o non rammenti più.

Sai che la Rivoluzione Francese compie duecento anni ma i ricchi e potenti, alla fine, sono tornati. Si nascondono meglio ma sono sempre in mezzo al popolo. Nonostante la presa della Bastiglia, nonostante la ghigliottina. Sai che il muro di Berlino è caduto. L’hanno ripetuto mille volte a scuola. Sai che i Pink Floyd hanno suonato dal vivo a Venezia.

Ascolti spesso il disco live del concerto, registrato chissà come e finito sul nastro di una cassetta.

I libri tappezzano le pareti di casa tua, ti fanno compagnia.

Le pagine evocano tanta aspettativa, gli scrittori che riconosci da lontano, dal colore delle copertine, dal ritmo delle loro parole. Mondi diversi da quello reale, viaggi, sogni. Non sai se sia la ricerca di qualcosa di bello, profondo o semplicemente qualcosa di interessante. Non sai esattamente perché ma leggi, non ti stanchi di farlo.

Per stancarti ci vuole un po’ più d’azione, di movimento.

E’ autunno.

Ti vedono sempre isolato, disimpegnato, annoiato, incline a fare danni.

Bella idea quella di iscriverti al reparto dei boy scout.

Ormai sei troppo grande per i lupetti.

Ti opponi.

Non hai nulla da fare, ammettilo.

Che ne sanno?

Lascia perdere, vai agli scout. E’ meglio.

No.

Inizi sabato pomeriggio.

2. Intercettato come un pivello

Hai sentito vagamente parlare dei boy scout.

Ragazzi a cui piace stare all’aria aperta o qualcosa del genere. Una specie di giovani marmotte, stile cartone animato americano. Indossano una divisa. Una brutta divisa.

Nei film, aiutano vecchiette ad attraversare la strada. Sono esperti di nodi ed amano campeggiare.

Ripassi mentalmente questi aspetti e non riesci a provare un barlume di attrazione. La divisa ti sembra ridicola, la trovi simile a quelle dei postini o degli autisti di autobus.

Il fatto di doverla indossare ti procura una certa inquietudine.

Sabato, nel primo pomeriggio, dopo ore di discussioni, iniziate al risveglio, riescono a introdurti nell’abitacolo del veicolo che ti condurrà all’inferno.

Osservi la città fluire attraverso il finestrino. Tutti i luoghi che conosci, nei quali ti fermeresti volentieri, fuggono via come le speranze di scamparla in extremis.

Un piazzale d’asfalto si apre sul lato opposto della carreggiata, l’auto rallenta per attraversare la strada e ti dà il tempo di vedere bene l’orrenda chiesa di cemento.

L’auto si ferma nel piazzale.

La sede degli scout, scopri, è una sala esagonale che spunta come un bubbone da un lato della chiesa.

La chiesa del Sacro Cuore.

Intravedi immagini mentali di cavalieri templari e coppe leggendarie. Difendono il loro arcano segreto a colpi di spada.

Vorresti diventare uno di loro, piuttosto che uno stupido scout.

Apri la portiera e scendi senza convinzione. Lentamente scruti intorno.

Li vedi là, un gruppetto di ragazzi e ragazze, alcuni indossano, intorno al collo, un fazzoletto colorato.

Ti sei distratto quel tanto che basta ed ora odi chiaramente, dietro di te, la ghiaia del parcheggio schizzare via, sotto copertoni d’auto che sgommano. La stessa auto che ti ha condotto in questo luogo periferico, cementificato, popolato da strane genti.

Pensi se dileguarti verso destra o verso sinistra.

Ti aspetta una lunga passeggiata fino a casa.

Farai finta che si sia trattato di uno scherzo e tutti perdonati.

Sei uno dei nuovi? Senti pronunciare da una voce femminile.

Ti volti e trovi una signora, un adulto, un giovane adulto femmina. Sorride a te. Le sue labbra sono grandi, leggermente asimmetriche, c’è un po’ di bava bianca ai lati della bocca. Ti guardi intorno per vedere se è tutto normale, se non ci siano persone con una camicia di forza nei paraggi. Nel caso, sei pronto a trattenere la donna, nell’attesa che gli accalappia-pazzi portino a termine il loro lavoro.

Come ti chiami? Chiede lei. Continua a sorridere.

Noti il fazzoletto rosso che porta intorno al collo.

Non ci avevi fatto subito caso ma ora sei fregato, senti calare la rassegnazione.

Con riluttanza, rispondi alla domanda della sconosciuta.

Hai pensato velocemente a un nome fittizio ma, alla fine, hai solo bofonchiato, in modo incomprensibile, il tuo, quello vero.

Ok, dice lei. Vieni con me.

La segui fino a un gruppo di ragazzi, maledicendoti per come ti sei lasciato intercettare.

Questo è Scienziato, dice la signora. Il capo della tua squadriglia, ti lascio con lui. Lei se ne va e tu non te ne dispiaci.

Saluti Scienziato. Scienziato non è esattamente il nome pronunciato dalla signora e nemmeno quello scritto sul documento del ragazzo, ma, a prima vista, ti ricorda uno scienziato e, così, questo è il nome con cui lo battezzi.

Ha un’aria matura e gioviale. Porta occhiali spessi. Veste in modo semplice.

Ti presenta gli altri, a cominciare dal suo vice.

E’ un ragazzo alto, riccio. Ha una risata strana ma simpatica. Indossa pantaloni corti che lasciano scoperte le gambe pelose e i polpacci nodosi.

Ti va di chiamarlo Polpaccio.

Il terzo della squadriglia è un altro occhialuto. Ha modi raffinati o effeminati, ancora non sai: lo chiami Felicia. Segue Biondino, un bel ragazzo, occhi azzurri, biondino.

Sono tutti più alti, più grossi e più vecchi di te.

Fine della parte storica di quella che, spiegano, è la squadriglia. In generale, la squadriglia rappresenta ogni gruppetto di scout, dal numero variabile, che compone l’insieme del gruppo stesso, chiamato reparto.

Nello specifico, la tua, è la squadriglia dei trichechi.

Fai notare che il tricheco è l’animale più dotato in natura. Accogli commenti di approvazione e una pacca sulla spalla.

Ti mostrano il guidone della squadriglia. E’ un bastone, tipo manico di scopa, con un puntale di metallo in fondo. All’estremità superiore drappeggia una bandierina triangolare, bianca, al centro la sagoma rossa di quello che dovrebbe essere un tricheco.

A te potrebbe anche bastare così.

Dopo il bastone con la bandierina, sei a posto.

Non ti serve altro per sapere che sei nel luogo sbagliato. Purtroppo le presentazioni proseguono con l’arrivo di Zinga, un ritardatario. Ha la tua età ma viene dai lupetti, sa già cosa sia lo scoutismo.
Pensa che fortuna, sospiri.

Ora veniamo a voi. Dice Scienziato. Voi tre siete i nuovi.

Tu sei uno dei tre.

Gli altri due sono Baffone e Flemma.

Baffone ha un anno meno di te, è un ragazzino lungo e magro, zigomi alti, guance imberbi, imporporate come se fossero sempre screpolate dal gelo. La temperatura esterna, invece, è piacevole e Polpaccio indossa i pantaloni corti. Flemma gli chiede se non ha flreddo. La sua pronuncia è sdrucciolevole. Considerato ciò, e il fatto che Flemma parla piuttosto velocemente, a bassa voce, non hai capito una parola di quello che ti sta chiedendo.

Cominci a provare sensazioni contrastanti. Gli anziani della tua squadriglia sembrano in ordine. Sono gentili, parlano come ragazzi istruiti. I nuovi e l’ex lupetto ti sono del tutto indifferenti. Anzi, l’ex lupetto e Baffone ti stanno anche un po’ sui coglioni.

Il programma della giornata prosegue secondo uno schema impartito.

Indottrinamento sullo scoutismo. Un certo Baden-Powell.

Ci saranno momenti di preghiera.

Il reparto è costituito da cinque squadriglie, due maschili e tre femminili.

Il reparto maschile e quello femminile hanno due nomi diversi.

I maschi vengono chiamati esploratori, le femmine guide.

Il motto del reparto è “estote parati” ! Sii preparato.

Ti accennano qualcosa a proposito della promessa e della legge scout. Ti danno un sacco di informazioni ma poco tempo per riflettere.

Tu te ne freghi, perché questa è la prima e anche l’ultima volta che ti vedono.

E’ ora di radunarsi con il resto del reparto. Ti metti in fila con gli altri squadriglieri. Il capo ha il guidone in mano, sta in cima alla fila. In fondo si posiziona il vice. Le altre squadriglie si dispongono nello stesso modo. Tutto il reparto assume una formazione precisa, lungo i tre lati di un quadrato invisibile. Tu stai al tuo posto. Fai una rapida carrellata dei presenti. Sul lato aperto del quadrato riconosci la donna che ti ha accolto per prima, Biba. Accanto a lei c’è un uomo con la barba scura e gli occhi da faina, basso, sorridente. In testa porta un cappello a tesa larga, un cordino di cuoio lo tiene fissato sotto il mento. Indossa una camicia azzurra con delle patacche cucite sopra e dei pantaloncini corti di velluto a coste larghe, blu scuro.

L’apparizione del ridicolo incarnato.

Quello è il capo reparto, ti dicono. Benito.

Trattieni le risate.

Vestito così, con i pantaloncini corti e il cappellone, che ne schiaccia ancora di più la statura, sembra un bambino come te. Un bambino con la barba. Lui e Biba formano la diarchia che governa il reparto.

Non ti sfugge lo sguardo che Benito scambia rapido con lo spilungone alla sua destra.

Delfini! Urla quello, come se stessero ammazzandogli la mamma davanti agli occhi.

Veloci tra le onde! Rispondono a squarciagola gli altri dementi della sua banda.

Rimani allibito.

Ti vergogni per loro ma non hai il tempo di assimilare la cosa perché Scienziato, come colto da un raptus omicida, leva in aria il guidone al grido : trichechi ! Polpaccio strilla a sua volta, balbettante, rosso in volto, pugno teso in avanti: d-d-d-dai denti potenti!

Tutti voi altri concludete con un: siam sempre vincenti!

Più o meno tutti.

Levi lo sguardo in alto, in cerca di un dio scaricatore di fulmini. Ti accontenteresti di un campanile e soprattutto di un grande orologio, o di un orologio qualsiasi, con la speranza che ti dica che questa cosa sta per finire.

Non ci sono orologi nei paraggi, tu hai l’ abitudine di non portarne mai uno al polso. Guardi il polso di Baffone, in piedi al tuo fianco. Sul display digitale al quarzo, scopri che manca ancora un sacco di tempo alla fine delle torture. Devi sorbirti anche l’urlo di squadriglia delle marmotte, va da se’, grandi mignotte. Quelle fesse delle leonesse, infine, i gabbiani, volatili da discarica.

Sei scosso.

Vedi ragazze carine, sbraitano gridi di battaglia. Non ricordi una scena più imbarazzante. Ti domandi ossessivamente, senza darlo a vedere, cose come: che cazzo sto facendo qui? Che cazzo fa questa gente? Il filo dei tuoi pensieri poco edificanti viene interrotto da Benito che grida anche lui: repartoooo! E tutti i maschi rispondono, dicendo a gran voce il nome del reparto. Anche alle ragazze tocca la loro parte.

A un certo punto, vi prendete tutti per mano e camminate all’indietro, fino a formare un cerchio. Dato che è il primo giorno per molti di voi, si decide di giocare un po’, per conoscersi meglio.

Giocate con pezzi di gomma per innaffiare il giardino, chiusi a cerchio e tenuti così dal nastro adesivo.

Giocate con il fazzoletto infilato nei pantaloni, all’altezza del fondo schiena, cercando di strapparlo all’avversario, con una mano sola e senza farsi scippare il proprio.

A te hanno dato un fazzoletto completamente bianco. Un pezzo di lenzuolo che sottolinea il tuo grado nullo all’interno del gruppo scout.

Vi riunite di nuovo in cerchio ed è il momento dei bans. Benito canta una canzone da asilo nido e tutti ripetono i suoi gesti.

Senti un brivido agghiacciante. Sudi freddo. Provi un profondo disagio interiore, come se dovessi andare di corsa a vomitare.

Seguono altre canzoncine dove si interagisce, ci si tocca le ginocchia, si corre in cerchio intorno al gruppo e si fa un balletto con un prescelto.

Vorresti scomparire, diventare invisibile, evaporare. Preferiresti essere sul ciglio di un vulcano attivo, piuttosto che far parte di tutto questo.

Ogni tanto, qualche ragazzo non scout passa ai lati del campo da calcio. Immagini si stiano domandando perché sia occupato da gente che lo usa per i suoi giochi alternativi.

Immagini che, giustamente, si chiedano quando si toglieranno dai coglioni, questi mentecatti, per poter finalmente fare una bella partita a calcio. Nella polvere del sabato pomeriggio, come hai sempre fatto anche tu, come non sembrano avere mai fatto i ragazzi e le ragazze intorno a te.

Finalmente la riunione finisce. Non ti sembra vero.

Un ultimo conciliabolo con i tipi della tua squadriglia. Si mette giù una catena telefonica, il capo chiama uno di voi che a sua volta ne chiama un altro. L’ultimo, cioè il vice, chiama il capo e chiude la catena. In questo modo, tutti ricevono le informazioni e tutti fanno una sola telefonata. E’ richiesta la presenza per una riunione serale, durante la settimana, in cui si ritrova solo la squadriglia.

Ci vediamo in settimana e proseguiamo con le spiegazioni, in modo da poter riprendere al più presto gli impegni dell’anno, dice Scienziato.

Ciao.

L’auto che ti ha condotto in questo luogo dissennato aspetta nel piazzale.

Sali, non vedi l’ora di arrivare a casa.

Dubiti ci sarà un seguito.

3. Catena telefonica

Suona il telefono.

Dicono che è per te.

Nessuno ti cerca mai.

Cosa sarà questa incredibile novità?

Rispondi.

Ciao, dice Scienziato. Come stai?

Stai bene.

Questa è una telefonata di prova per testare la catena, dice. Ti ricorda che ci si vede mercoledì sera, per la riunione di squadriglia.

Riattacchi.

Cerchi il foglietto volante su cui hai scritto i numeri di telefono degli altri scout. Temi di averlo perso, pensavi che non ti sarebbe mai servito.

Dicono che tu, agli scout, continuerai ad andare.

E’ inutile insistere.

Ti sforzi per trovare quella maledetta lista di nomi e numeri di telefono. Dai un’occhiata in macchina ed è lì, sotto un sedile, segni di suola di scarpa stampati sopra.

Con un misto di rabbia e rassegnazione prendi in mano il telefono e componi il numero di casa di Felicia.

Chi parla? Chiede una voce di donna, impostata.

Fai sapere che sei uno scout e dovresti parlare con Felicia. Per lei le tue informazioni non sono sufficienti. E’ una donna molto formale. Pretende di sapere il tuo nome per intero.

Ti scusi, le dici che sei uno dei nuovi, sei il piccolo Spike Lee, il giovane scout di colore dei trichechi. Potresti parlare, cortesemente, con il signor Felicia?

Attimo di silenzio.

Poi la voce di donna chiama, pacatamente, Felicia.

E’ il tuo compagno scout di colore, trasmette.

La voce di Felicia, in sottofondo, fa sapere che non ci sono scout di colore. Subito dopo raggiunge la cornetta e chiede chi è.

Finalmente riesci a trasmettere il tuo insulso messaggio. Saluti Felicia e auguri una buona serata a lui e a sua madre.

Non hai voglia di finire i compiti ma devi farlo.

Forse non lo vuoi fare perché devi. Probabilmente è così.

E’ certo. Torni in camera tua, chiedono chi fosse al telefono. Erano gli scout.

Tutto bene, allora.

La tv parla e tutti tacciono.

Azzeri il senso dell’udito fino a quando regna il silenzio, nella tua camera di ragazzino delle medie.

Non ci sono poster alle pareti, solo libri e dischi.

© 2020

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