UN’ALTRA STORIA D’AMORE (Cronache delle Guerre fra Poveri Vol. 3)


Ti ho vista uscire dal negozio. Hai scrutato intorno e la prima cosa che hai fatto è stata toglierti la mascherina. Allora hai sorriso guardando il cielo sereno, respirando a pieni polmoni. Ti ho vista fare tutto questo e non ho avuto dubbi. Eri tu la donna della mia vita. Mi sono visto rincorrerti e posizionarmi di fronte a te. Dirti senza preamboli che avrei fatto di tutto per farmi amare, che io ero già sicuro del fatto che non avrei amato altre donne. Ma sono rimasto immobile, a contemplarti ancora un po’. Tu hai girato la testa nella mia direzione, forse mi hai notato, forse mi hai addirittura sorriso. Non ne sono sicuro. Non ero sicuro nemmeno allora, mentre ti allontanavi tra la gente, debitamente distanziata. Il tuo passo slanciato e la testa alta, senza segnali di resa.

Sai che c’è? Mi manca. Non so se sia abitudine. Se sia solo la miseria umana che parla dentro di me. Non l’ho protetta. Non l’ho mai protetta come ho fatto con te, amore mio. E se penso a come l’ho trattata, l’abbiamo trattata tutti, in fondo… Ci siamo voltati nel momento del bisogno.

– Io ti conosco.

Hai detto la prima volta, sorridendo.

– Davvero?

Ho chiesto.

– Oh, no. Ti ho scambiato per qualcun altro?

Sul tuo volto c’era un velo di imbarazzo, ma non tanto, in fondo non avevi fatto nulla di male scambiandomi per qualcun altro.

– Chi pensi che sia?

Ho voluto sapere, incuriosito.

– No… Nessuno.

Hai detto abbassando un po’ lo sguardo, capendo che ti eri proprio confusa.

– Io sì che ti conosco, ti ho vista un giorno e…

Alla fine ho abbassato lo sguardo anche io. Che stupido.

– Mi conosci?

Hai domandato.

– Si. Scusa.

Non ho trovato di meglio da dire. Stupido. Veramente stupido.

– Perché ti scusi?

Hai domandato seria.

– Avrei dovuto dirtelo prima.

Questo era il punto.

– Sei un maniaco o qualcosa del genere?

Non ho risposto, ti ho guardata negli occhi.

– Stavo scherzando.

Hai tenuto a farmi capire.

– Anche io ti conosco, sei quel musicista.

Sono rimasto in silenzio a crogiolare di gioia.

Sono rimasto in silenzio e ho pensato se fosse corretto definirmi musicista.

Sono rimasto in silenzio e ti sei mossa per andare via.

– Dove vai?

Ho chiesto.

– A casa.

Hai informato.

– Posso venire con te?

Ho azzardato.

– Perché?

Sapevi perché.

– E’ una lunga storia.

Era vero.

– Noiosa?

Hai chiesto.

– Parla anche di te.

Ho spiegato.

– Non sono così interessata a me stessa.

Anche tu eri sincera.

– Andiamo in un bar, dove tu possa sentirti a tuo agio con me.

Ho proposto.

– Non mi fai sentire a disagio.

Hai detto mentre facevi il primo passo verso un bar qualunque.

E io ho sentito il mio cuore riempirsi con un getto di sangue, caldo e denso, profondo, intenso, quieto e pieno di attività, come l’universo visto da lontano.

Sto male. Sto male dentro e tutto intorno. Più in profondità delle viscere, oltre l’orizzonte. Non riesco a muovere un dito, ad accendere la luce. Sto proprio male. Non mi guardare così, mia splendida amata. Non è una malattia. Il mio corpo è forte. Come quello di tutti gli altri, non ha bisogno di molto, solo di un poco di cura, lo sai. E lui funziona. Funziona da sempre. Non ti abbandonerò come ho fatto con lei. Ho visto mentre le portavano via un pezzo alla volta, davanti a tutti. Sant’Agata. Immobili ombre, a guardare lo scempio di nostra signora vituperata. La rimpiangeremo in un modo che non saprei nemmeno descrivere.

– Non ci serve niente, in fondo.

Hai rassicurato.

Non ho creduto alle tue parole ma ti sono grato per averle dette.

Ci serve grande forza d’animo. Ci serve la perseveranza. O siamo noi a doverla servire. La perseveranza, la costanza, la fede incrollabile. In noi due. Senza barare. Non sarebbe lo stesso comunque. Si percepirebbe. Non sarebbe lo stesso.

– Ci serve tempo.

Hai detto.

No. Il tempo è qui. Guarda come scorre incessante sulla mia pelle, sulle mie ossa. Tu che sei fatta di sola luce, persino tu, adombri col tempo. Non è così che deve andare. Devi brillare. Brillare. Sempre di più.

– Io ti amo.

Hai sussurrato.

Non ho mai smesso dal primo giorno di amarti.

Quando ero in collera, quando ero patetico, quando ero stanco, quando ero in preda all’incertezza, all’insicurezza, quando…

Perdonami e resta al mio fianco.

Siamo noi che abbiamo fatto finta di niente. Non mi rassegno all’idea, amore mio. Se non avessi te, non avrei più niente da fare. Chissà se sono buono in fondo?Sono un peccatore, sono un codardo, sono un miserabile.Ho compiuto grandi sforzi per esserlo meno. Ora non posso tornare indietro.Se ci fosse qui Febea, esile di tuono e fulmine, si lancerebbe nella mischia, per dividere gli energumeni e insegnare loro come si sta al mondo senza farsi male, senza volersi male. Grandi sforzi che sembrano sempre vani.

– Non ho altro da fare.

Ho detto.

Oltre fiammeggiare per proteggerti e proteggere ogni cosa che ti riguardi.

Perdonami se non ti ho difeso.

Hai detto.

– Sono stata in silenzio. Perdonami. Avevo paura.

Hai continuato.

Sentivo lo stomaco stringersi in una morsa, ma non per me. Per te. Per te che ora mi chiedevi perdono. Non è facile da sopportare questa scena, credimi.

Quando mi hai aspettato sulla spiaggia e io che non tornavo dai flutti del mare crescente. Quando sulle montagne calava la notte e non ero giunto ancora a casa. Sono io che faccio così. Non tu. E ora non posso reggere, se chiedi il mio perdono.

– Alziamoci in volo.

Facciamo in questo modo, mia adorata.

– Come facciamo?

Hai chiesto stupita.

Ricordiamoci di avere le ali.

Ho suggerito.

– Va bene.

Hai chiuso gli occhi.

– Lo so, non sappiamo usarle, ma impareremo di nuovo.

Ho profetizzato.

– Dammi la mano.

Hai detto.

Avrei dovuto difenderla per garantirti un giardino paradisiaco e non questo recinto di pecore. Noi che pecore non siamo, né cani, né lupi. E non siamo nemmeno pastori. Se lo fossimo avremmo agito diversamente. Contro l’ignis draconibus che incombeva come una profezia. Questa terra che conobbe la gloria. E tanta amarezza. E poi nemmeno la felicità della pace è bastata ad accontentare gli stolti. Come se il senso di colpa ci appartenesse geneticamente. Per me: non più. Non c’è motivo alcuno. Sono nato libero. E anche tu.

– Non esiste il complottista. Lo segna in rosso anche questa macchina che sa niente. Non vedi? Esiste il complotto. La congiura. De’ Pazzi, contro il Magnifico. Di Bruto contro Cesare. Le parole non sono mai un caso. Non esiste il negazionista. Lo segna in rosso, vedi? Esiste l’olocausto. Della stella a sei punte. Delle piume d’aquila. Di genti silenziose.

Cosa mi passava per la testa?

– Il denaro esiste.

Hai detto.

– Compra cose e persone.

Ho aggiunto con sincerità.

– Esistono persone che vogliono essere comprate.

Hai detto freddamente.

– Lo desiderano ardentemente, è il loro obiettivo.

Ho replicato.

– Esistono persone che lodano il denaro e chi lo possiede.

Hai esposto come se ti trovassi altrove.

– Esistono persone che si credono piccole di fronte al denaro altrui. Non si rendono conto degli uomini ma solo della loro immagine, riprodotta con lo scopo di essere imitata. All’uomo malvagio è sufficiente un travestimento per sembrare il buono? Non deve più passare attraverso la sfida più grande della sua vita?

Ho esagerato.

– Forse non era di questo che stavo parlando. Forse non era questo che volevo sentirmi dire.

Hai confessato.

– Sei una di queste persone?

Ho chiesto stupidamente.

– Capire quello che è giusto, è difficile.

Hai ammesso.

– Sei sempre così meravigliosamente arrendevole, arrivati a un certo punto.

Ho rimproverato.

– E’ più facile se si pensa di avere dei diritti. Sono meglio di quanto raccontano. Sono meglio che non avere niente. Sono meglio anche del denaro.

Ho continuato.

– Ne sei certo?

Hai chiesto, questa volta tu, in modo sciocco.

– Il denaro non è quello che manca, lo sai. E’ uno strumento. Non ne facciamo per forza un simbolo. Abbiamo bisogno di essere sinceri, senza imbrogliare.

Ho concluso con un tono che non ti è piaciuto.

– Non ti capisco.

Hai inferocito lo sguardo.

– Vorrei non avere ragione.

Mi sono intristito.

Sei rimasta zitta a guardarmi, poi non hai guardato più.

– Tornerà dolce il tuo sguardo, non ho più dubbi che sia solo questo ciò che conta per me.

Ho cercato di sorridere, ho sperato che tu capissi.

– Ho capito.

Hai detto.

La tua mano mi ha toccato sul braccio ed è salita lungo la schiena fino alla spalla. Si è soffermata un attimo e con un ultimo balzo ha raggiunto il mio volto.

La tua carezza è come all’alba essere colpiti dal primo raggio di sole. Il tuo bacio è il sole.

Questa democrazia non so se, alla fine, l’ho amata veramente. Come nell’ebrezza della notte, quando in un attimo di follia, di perdizione, di stupidità, abbiamo scelto la donna sbagliata. E quella abbandonata ritorna in continuazione, nei pensieri postumi. Ritornerai col rimpianto quindi? Il pensiero di te ritornerà, tu no. Come una donna ferita ingiustamente che ha ripassato il suo dolore fino a lasciare una cicatrice profonda e indelebile. La avrai al tuo fianco un giorno, forse, potrai illuderti di averla riconquistata e, forse, probabilmente, te ne vanterai con il te stesso che è l’amico del bar dello sport. Quel coglione. Nè lui né io possiamo cancellare la sensazione che lei non sia più la stessa. Che quella lei è perduta per sempre. Ed è solo colpa nostra.Smettiamola di additare la marionetta e il burattino se recitano male. Giudichiamo finalmente la mano e la voce dell’uomo che le manovra.

– Una di quelle madri ansiose, Sai? Preoccupate di tutto, di quello che può succedere e di tutto quello che non potrebbe mai succedere, ma di cui bisogna comunque avere timore. E’ impossibile discuterci.

– Da bambino, la nonna della mia cara amica, ci ha raccontato la storia dell’assassino con il cacciavite. Era un pericoloso omicida che non disdegnava utensili da bricolage per bucare la giugulare delle sue vittime. La nonnina non lesinava truci particolari e li descriveva con la minuzia di un coroner. Quel personaggio da film horror bazzicava, guarda caso, nei paraggi della via che cominciavamo a esplorare in quei giorni e che troppo distava dall’occhio vigile e preoccupato della tenera nonna. Le volevamo bene, con tutte le sue fantastiche bizzarrie.

– Perché ti è venuta in mente questa storia?

– Non so. Era una donna colma di ansia timorosa, colma di eccessive premure per la nipote, trepidante. Le veniva proprio l’affanno, lo capivi anche da bambino quanto fosse apprensiva. Così come capivamo, anche se solo bambini, che l’assassino con il cacciavite non era mai esistito, se non rielaborato da qualche notizia di cronaca nera e adattato alla bisogna. Curioso come volesse dissuaderci dall’andare troppo lontano inculcandoci terrore. Non ha mai funzionato con noi.

– Era una nonna piuttosto strana, grottesca a giudicare da questo aneddoto.

– Può essere. A vederla a me faceva un po’ paura lei, piuttosto che le storie che raccontava. Però ti assicuro che ho imparato ad apprezzare la sua grande bontà, era una donna generosa e di animo fragile. Come ti ho detto, le volevamo bene.

– Non lo metto in dubbio.

– Le nonne una volta erano così: una sorpresa continua, un focolare dove scaldarsi, pieno di storie, cibo, abbracci e baci.

– Non erano tutte come la mamma di cui ti parlavo, allora?

– No, certo. E poi c’erano le mamme come la mia, che ci vedevano capaci, in gamba, ci vedevano tornare a casa sani e salvi ogni sera. A volte con qualche livido, a volte con qualche taglio sanguinolento curato con le foglie fresche, leccate e appiccicate sopra. Non avevano paura e non la trasmettevano.

– Poi ci ha pensato la vita a farci diventare meno sicuri, meno brillanti, meno fanciulli.

– Ma non le nostre coraggiose mamme. Non loro. Grazie, mamma che mi hai insegnato anche il coraggio. E mi hai insegnato che il coraggio è femmina e madre e che non c’è un coraggio più sfavillante ed elevato di quello.

– Qui non c’è tua mamma.

– Lo so. Ero preso dall’enfasi. Scusa.

– Così l’eroe non ha altra scelta che essere madre, per trovare la forza sufficiente ad essere chiamata coraggio?

– Proprio così.

– Sfidare il drago, passare attraverso il suo fuoco, colpire il suo spaventoso capo e vincere le tenebre, senza mai guardare indietro, senza mai tentennare, senza un dubbio soltanto.

– Non smettere mai di infondermi coraggio.
Il vero coraggio. Non quello degli eroi di adesso che sono miseri insetti a guardarli bene.

– Le parole non piovono dal cielo.

– E nemmeno gli eroi.


– E nemmeno le mamme.

Hai visto sul muro la’ fuori? Quel grosso graffito? Dice:

“Tu corrotto,non sei schiavo come dovresti essere.Sei mercante.Non sei democrazia.E tu volgo,non sei padrone come dovresti essere.Sei servo codardo.Non vuoi la democrazia.La democrazia si sa cosa sia,non è che non si sa.”

© 2020

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