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ANZIANI

La vita nel paese non era un granché, tutti si lamentavano. Come se non bastasse, è arrivato questo virus che ha costretto all’isolamento. Bisogna restare a casa.

In giro, ripetono in continuazione, si vede ancora troppa gente e i TG chiedono, incessantemente: perché?

Se la prendono soprattutto con gli anziani. Perché non stanno a casa? Perché fanno la spesa tre volte al giorno?

Tanti perché quanti non hanno mai domandato in vita loro a chi di dovere, a chi sarebbe stato necessario.

I perché che qualsiasi cittadino si è sempre posto, e che i paladini dell’informazione, hanno sempre ignorato o barattato con altri più graditi, non avranno risposta nemmeno questa volta.

Meglio accanirsi sugli anziani, loro che sono i più vulnerabili, loro che hanno già una collezione poco invidiabile di patologie.

I dati parlano chiaro, dicono i giornalisti, anche se, in realtà, parlano tutt’altro che chiaro.

A quanto risulta, il virus italiano avrebbe una percentuale di mortalità molto più alta rispetto a quello di altri paesi. Oscuro rimane il motivo. Non è dato saperlo e non interessa più di tanto.  Magari, qualcuno prova a domandarlo ma non si lascia finire di parlare chi tenta di fornire un’ipotesi plausibile.

L’attenzione è concentrata nella comunicazione del numero di morti, qualsiasi morto. Molta meno attenzione viene posta nel comunicare il numero dei guariti e di come abbiano fatto a uscire dall’inferno in cui il virus li aveva fatti sprofondare.

Non interessano per nulla quelle persone che non muoiono e non guariscono. Ics. Neutri. Non se ne sa niente e i conti non tornano, pazienza.

Per quanto riguarda le persone di una certa età, ribadiscono i TG: quelli che muoiono sono vecchi, anziani, se preferite.

Allora stiano a casa! Urlano dal balcone. Che diritto avranno di gridare una cosa del genere? Gli anziani hanno, innanzitutto, diritto al rispetto. Così insegnavano fin dall’antichità.

Anche oggi, d’altronde, i figli si preoccupano per i padri e le madri; i nipoti per i nonni, cercano, in ogni modo, di convincerli a restare a casa, bisogna aspettare quieti.

Poi, però, qualche figlio guarda il genitore che non ha tutto questo tempo ancora da perdere nella vita e riflette, pensa che loro sono l’esempio, sono l’esperienza. Alla fine si ferma. Smette di arrogarsi questo ignobile diritto di dire cosa debbano e cosa non debbano fare. Tu mi hai messo al mondo, genitore, hai sempre avuto il mio affetto e la mia stima: fai quello che vuoi.

Intanto, ogni sera, alle diciotto, due anziani compaiono in TV durante il TG, diffondono questi numeri poco chiari e nessuno dice loro che non ha senso quello che dicono, nessuno li accusa di essere arteriosclerotici. Nessuno intima loro di restare a casa. I giornalisti pongono domande a raffica ai due vecchi ma sono sempre le stesse e tutti sono stanchi, ormai, di sentire sempre le medesime risposte.

Nessuno chiede perché i vecchi morivano anche prima dell’arrivo del virus, per esempio.

Perché, se non avevano malattie, a un certo punto, morivano di vecchiaia?

Come mai è morto? Chiedevano i parenti.

Era vecchio, rispondevano.


AL LIMITARE DEL BOSCO

Nella casa al limitare del bosco, l’epidemia non ha cambiato molto.

A nessuno manca quello che non è mai stata un’abitudine.

Non manca il bar che non si è mai frequentato.

Non manca il centro commerciale, evitato in ogni modo.

Non manca l’aria aperta in giardino e nemmeno lo spazio interno alla casa, modesta ma ampia.

Non mancano gli assembramenti per chi ha sempre cercato luoghi tranquilli e poco affollati.

Non mancano le cose da fare quando non c’è mai stato abbastanza tempo per finire tutto.

Non manca il rumore che non ti fa sentire le parole di chi vorresti ascoltare.

La possibilità di andare dove si voglia, quello sì, un po’ manca, nemmeno buttassero le bombe dal cielo.

L’uomo che abita nella casa al limitare del bosco non è più stupido di tanti altri eppure non capisce.

Non capisce perché non possa andare dove vuole, da solo, senza contagiare e farsi contagiare. Non capisce perché dev’essere trattato come chi se ne infischia del prossimo, a prescindere dalla presenza del virus o meno.

Non capisce perché debba essere trattato come un bambino incosciente quando è un uomo adulto e civile. Non apprezza d’essere punito perché “siamo un popolo di coglioni”. Non può tollerare che si venga considerati alla stregua di criminali senza commettere alcun reato.

E’ dispiaciuto per quelli che vivono in un monolocale, in periferia, per quelli che andavano due volte alla settimana dallo psicologo, quelli che non potevano fare a meno di dipendere da droghe e farmaci. E’ dispiaciuto per loro ma non per le scelte che hanno fatto e che hanno portato alla situazione in cui vivono. E’ dispiaciuto se sono stati costretti, se hanno dovuto subire. Non lo è affatto se si lamentano ma l’hanno, comunque, voluto loro.

Soprattutto, non capisce e non accetta che degli imbecilli, incapaci e bugiardi, decidano per tutti.

E’ così che vanno le cose, lontano dal limitare del bosco, in quel mondo che l’uomo e la sua famiglia avevano già isolato da tempo.

FAVOLE

A Tom piacciono le favole scritte da autori antichi, gli piace esplorare mondi che nascondono significati occulti e simboli meravigliosi.

A Tom non piacciono, invece, le favole raccontate dai governanti contemporanei, dai giornalisti e da chi le detta loro, senza farsi vedere.

Non sono favole e nemmeno fiabe, per come la vede lui. Sono bugie.

Molte persone ci credono, la maggior parte. Tom ha la sensazione che, chi ci crede, non sia un ascoltatore o un lettore, nemmeno lontanamente un esploratore di mondi, piuttosto, pensa, che, chi ci crede, sia un personaggio inconsapevole. Non sa spiegare meglio questo prestarsi ad un infingardo ribaltamento di ruoli per cui la favola diventa la realtà e la realtà scompare.

Forse non scompare… Nulla scompare veramente. La realtà, forse, viene velata da un’illusione artificiale e l’ignaro personaggio, limitato, pieno di convinzione d’essere libero e felice, non può più accedervi, circondato, rinchiuso da una menzogna che è lieto di assecondare.

Non il cavaliere dalla lucente armatura, non la bella principessa né la strega, nemmeno il drago.

Forse la briciola di pane, lasciata lungo il sentiero e prontamente beccata da un merlo, nel folto della foresta.


EROI

Due uomini indossano un giubbotto fosforescente, pieno di patacche, e un cappellino da baseball con sopra scritto PROTEZIONE CIVILE. Uno, di mestiere, fa il barista e l’altro il parrucchiere. In questo momento, non possono lavorare e allora hanno pensato di dare una mano.

Forse chiameranno anche loro EROI, come ora chiamano gli operatori sanitari, come, in passato, hanno chiamato i loro colleghi che hanno aiutato ad estrarre persone ancora vive dalle macerie lasciate dal terremoto, hanno strappato dalla furia delle acque individui sorpresi dall’alluvione.

Al momento, gli uomini in pseudo divisa, si limitano a caricare due scatole di cartone su una jeep griffata con lo stesso logo dei cappellini, e partire. Mentre procedono lungo strade deserte scrutano intorno, lo sguardo da sceriffi, sperano di scorgere eventuali trasgressori della legge, oggi più restrittiva che mai. Non sanno che se veramente si comportassero da sceriffi senza stella commetterebbero un reato penale, non se ne vogliono nemmeno interessare, sognano di essere chiamati EROI.

La jeep si ferma in cima alla collina, proprio davanti ad un edificio che mostra i fasti di un tempo sconfitti dall’incuria.

I due compagni scaricano le scatole di cartone e le portano, una a testa, fino all’ingresso dell’edificio. Uno dei due pigia il tasto del citofono ed entrambi si mettono in attesa, nonostante non abbiano udito alcun suono.

Un signore anziano cammina lungo la stessa strada fino a raggiungere gli uomini della protezione civile. A parte loro non si vede anima viva.

– Cosa fate? – Domanda l’anziano.

– Siamo venuti a consegnare le mascherine per i poveri disabili del centro di ricovero per malati mentali. – Risponde orgoglioso il parrucchiere.

L’uomo anziano non nasconde lo stupore.

– Il centro è chiuso da più di dieci anni. – Informa.

I due neo-eroi si guardano increduli, guardano l’edificio e tornano a scambiarsi occhiate perplesse.

– Impossibile! – Esclamano all’unisono.

– Ma non vedete che cade a pezzi? – Fa notare l’anziano, indicando l’edificio in tutta la sua decadenza. Su una delle finestre capeggia ancora la scritta: Buon Natale!

Eppure siamo a marzo.

Nell’espressione contrariata degli uomini sfuma il tentativo di rendersi, eroicamente, utili.

– E lei cosa fa in giro? – Domanda il barista con tono sgarbato.

– Non sa che potremmo denunciarla? – Rincara la dose il parrucchiere, con tono perentorio.

– Non rendetevi ancora più ridicoli di così, – dice l’anziano con tono paterno, agitando davanti a sé le mani giunte.
– Io abito lì, – spiega con pazienza e accenna col mento ad indirizzo di un’abitazione distante una ventina di metri.
– Vi ho visto dalla finestra e ho pensato che aveste bisogno di aiuto. – Conclude, allontanandosi e scuotendo vistosamente la testa.

I due uomini e i loro scatoloni, pieni di mascherine, tornano mestamente alla jeep.

– Va be’, – dice uno di loro prima di salire sull’auto, – tanto non erano nemmeno mascherine a norma. –


VITTIME

Il dottor Aurelio Colombini tenta, per la terza volta nel giro di cinque minuti, di contattare il direttore sanitario, inutilmente.

Ha spedito diverse e-mail, senza ottenere risposta.

Un altro suo collega e due infermiere hanno fatto lo stesso. Sempre nessuna risposta.

Il motivo di tanto affanno è uguale per tutti: bisogna assolutamente, urgentemente, fare qualcosa di concreto per evitare che la situazione peggiori in modo irreversibile. All’inizio hanno provato a fare finta di niente, con i pazienti. Ormai non è più possibile, i confini dell’etica e della deontologia sono stati spazzati via. Le persone non sono tutte stupide, come piace credere a qualcuno.

Il dottor Colombini è visibilmente irritato mentre ritenta di contattare il suo superiore. E’ irritato d’essere irritato, per giunta. Un uomo controllato come lui, medico chirurgo, abituato a non farsi intaccare dalla pressione e dallo stress.

Così non è ammissibile andare avanti.

Non ci sono più mascherine ffp3, le uniche che filtrino microrganismi patogeni come i virus. Le uniche che dovrebbe avere il personale ospedaliero a contatto con i malati. E dovrebbe averne una quantità inesauribile.

Invece sono rimaste solo le mascherine chirurgiche e quelle altre; quelle che hanno mandato, forse, per prenderli per il culo. Il dottor Colombini non ama il linguaggio scurrile ma non c’è altro modo per dirlo. Essere presi in giro non rende l’idea. Inculati di brutto, inculati a sangue, sono, decisamente, espressioni più calzanti, più idonee alla situazione.

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ntorno al dottor Aurelio Colombini ci sono stanze piene, oltre la loro portata, di malati. Tutti potenzialmente contagiosi.

Perché cazzo ci hanno mandato quella roba inutile? Si chiede ossessivamente. Non ci sono nemmeno abbastanza tute protettive, monouso, in polipropilene o di cosa diavolo siano fatte, impermeabili. Lui ha pensato di utilizzare una mantella cerata da barca a vela, gialla. Almeno può spruzzarci sopra il disinfettante, un po’ di volte e poi buttarla. Alcuni colleghi indossano maschere da sci o da sub.

Ma dove cazzo siamo? Continua a chiedersi. E dov’è quel pezzo di merda del direttore? Vorrebbe averlo sotto mano solo per portarlo nel reparto di terapia intensiva, con la mascherina di carta e le protezioni usate e riusate che ormai non servono più a nulla, se non a mantenere le apparenze.

Il nuovo slogan in voga chiama i medici eroi ma il dottor Colombini vorrebbe andarsene lontano da lì, vorrebbe rintanarsi da qualche parte, a sbollire la rabbia. E non sa quanti mesi ci vorranno. Quello che sa è che non è un eroe. Fa il lavoro per cui ha studiato e si è preparato per tanti anni, un lavoro mediamente ben retribuito, che conferisce un certo prestigio, una certa stima. Un lavoro che quegli stronzi, dall’alto, stanno rendendo il peggiore possibile.


CHE FORTUNA!

C’è sempre chi si prende cura di noi. Pensate se non ci fosse il governo e la sua task force speciale. Nessuno avrebbe detto che il virus era lontano e che da noi non sarebbe mai arrivato. Quando poi è arrivato, nessuno avrebbe arginato il problema nelle zone rosse, nelle zone arancioni e infine in tutto il paese. Senza questa benedetta task force specialissima, formata da scienziati selezionati, nessuno avrebbe spazzato via i mille dubbi della medicina, dei suoi protocolli sfaccettati. Nessuno avrebbe spazzato via tutte quelle voci non ufficiali di medici molto qualificati, ma non altrettanto selezionati, che creavano solo una grande confusione. Ugualmente, la nostra fortuna di poter ascoltare le fonti mainstream di informazione, allineate e coerenti con se’ stesse. Inutile lasciare spazio ad intromissioni da parte di gente che pensa di potere fare giornalismo senza una tessera, una tessera qualsiasi, che li tuteli almeno un po’, e tuteli noi, ovviamente, che anche qui, non possiamo certo perderci tra i meandri del pensiero libero allo stato brado.

Se non ci fosse l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, non avremmo mai saputo che il virus fosse diventato una pandemia, giunto ormai in ogni angolo del pianeta, compresa l’Islanda, così lontana da tutti ma così popolata da sciatori che vanno nei luoghi turistici alla moda. In Austria, per esempio, uno degli ultimi baluardi sciistici a cedere al virus, in nome del famoso amore per la natura e la vita all’aria aperta, tipico dei tirolesi, e dei turisti famosi e facoltosi che frequentano i famosi luoghi turistici più di moda. Se non ci fosse, nel nostro piccolo, l’Istituto Superiore di Sanità, che ci rassicura tutti, con i suoi dati ufficiali sui morti per il virus, che possono essere contati sulle dita di qualche mano, e invece tutti a preoccuparsi per i dati della conferenza stampa delle diciotto, dove i numeri parlano di migliaia e migliaia di morti, per lo stesso virus. Anche se, bisogna dirlo, qualcuno ha tenuto a precisare che, in fondo, non si sa bene se i morti sono morti proprio a causa del virus. Nel dubbio, la conferenza delle diciotto, li mette nel mucchio. Meglio incutere un po’ di timore, non si sa mai, magari a qualcuno può venire voglia di andare a farsi un giro, o fare una grigliata con gli amici a pasquetta, o mettere in atto chissà quale altro piano criminale per diffondere l’epidemia.
E volete mettere la fortuna di essere primatisti mondiali di contagi e morti per parecchio tempo? Almeno fino a quando gli Stati Uniti d’America, paese numero uno al mondo in tutto, ci ha inevitabilmente superato ancora una volta. Ce la siamo goduta però, un po’ come quando, alle olimpiadi, guardiamo il medagliere ed esultiamo, dopo che si sono disputate le sole competizioni di scherma. Siamo stati modello per tutti gli altri, è durato poco ma fortunatamente abbiamo avuto il nostro momento di attenzione e notorietà. 

La fortuna che nessuno ci porterà mai via sono i medici e gli infermieri, loro sì che hanno gli attributi e vanno a lavorare anche senza il materiale idoneo o le strutture adeguate ad affrontare l’emergenza. Anche perché abbiamo la fortuna di detenere un sistema sanitario d’eccellenza, e pensate quanto siamo stati fortunati ad averlo, nonostante almeno dieci anni di tagli costanti ai fondi destinati al settore. Più che di fortuna si può parlare quasi di miracolo. Come il miracolo dei bambini, loro non sono colpiti dal virus, tranne quelli che se lo prendono ma che, per fortuna, non hanno gravi conseguenze, a parte quel ragazzino, o ragazzina, non è chiaro, che è anche morto a causa del virus, in un paese del nord Europa, poi, però, per fortuna, dev’essere resuscitato, ma solo per ammalarsi e morire in un paese dell’ovest Europa e ripetere tutta l’operazione, un altro paio di volte. Nessuno si è reso conto che forse il nuovo Salvatore, questo ragazzino, o ragazzina, non si è capito, sia morto e risorto e poi rimorto e risorto, eccetera, per salvare l’umanità, in questi tempi bui di pandemia. Morire e risorgere una sola volta non sarebbe bastato, senza considerare che le statistiche riguardo i bambini contagiati sarebbero molto più basse, in questo modo.

E’ una grandissima fortuna che ci siano ancora posti liberi nelle case di cura per anziani, altrimenti, i governatori delle regioni e i loro collaboratori, non avrebbero potuto smistare lì qualche paziente affetto dal virus, ma in modo non grave, naturalmente. Per fortuna, inoltre, sono più che altro gli anziani a morire. E’ una grande, grandissima fortuna che tanto, in questo paese, i governatori, i loro collaboratori e chiunque abbia a che fare con la politica e i politici, non abbia quasi mai conseguenze per le sue azioni. Pensate se le avessero avute, non avrebbero mai potuto fare certe scelte e noi non avremmo avuto la fortuna di liberarci di tanti pensionati. I pensionati, va detto, erano una delle più grandi piaghe che affliggeva il paese prima del virus. Un paese in cui i contribuenti più giovani pagavano le pensioni di chi era venuto prima. E i giovani diventavano paranoici, tanto da nutrire dubbi sul proprio futuro, chiedendosi chi avrebbe fatto lo stesso per loro. Sarebbe stato un circolo vizioso difficile da interrompere. Ma, fortuna vuole, che il virus e altre circostanze, più o meno volute, sicuramente fortuite, abbiano inciso abbastanza da risolvere, quasi del tutto, il problema.

E’ una immensa fortuna, non dobbiamo scordarcelo mai, che quest’anno ci siano tutti questi morti a causa del virus, perché negli anni passati, lo stesso numero di morti, a volte anche di più, secondo i dati dell’Istat, sarebbero stati attribuiti a chissà quante malattie, creando senz’altro una confusione pazzesca.

In fondo l’isolamento forzato è una grande fortuna, un’enorme opportunità per tutti quelli che non avevano tempo di fare nulla e adesso possono. Tra l’altro, fortunatamente, chi ha l’estrema esigenza di lavorare, in fondo, può farlo da casa o recandosi con i suoi colleghi in ufficio, in fabbrica, nei negozi di alimentari, di ferramenta, di prodotti per la pulizia, nel campo o nell’orto, nella vigna e in tutti quei luoghi dove non ci si può veramente fermare; per fornire energia, ad esempio, o dove sia necessario portare a termine dei compiti soggetti a scadenze imprescindibili. Alla fine solo qualcuno, un po’ meno fortunato, in apparenza, deve rimanere a casa e perdere ogni possibilità di sostentamento, anche perché, questi individui, d’altro canto, hanno la fortuna di avere una quantità di tempo libero che non avrebbero immaginato di potere mai avere. Va bene, non possono utilizzarlo per una passeggiata in montagna, un giretto in bicicletta o un tuffo rigenerante in mare, ma, per fortuna, la televisione esiste ancora e trasmette, pagando solo una modica tassa prelevata direttamente dalla bolletta dell’elettricità, tutte quelle interessantissime trasmissioni e film, che , se dovessi perderti adesso, la fortuna ti verrebbe, ancora una volta, in soccorso, facendoteli rivedere in replica qualche ora più tardi o, al massimo, il giorno dopo. Si sa, ripetendo e ripetendo, finisce che qualcosa si impari. E le bollette, gli affitti, le rate dei mutui, dovremo sempre pagarli, certo, ma anche un po’ più tardi rispetto al solito, come se non bastasse la sfacciata fortuna finora evidenziata.
In molti sostengono che l’economia ne risentirà ma il lato positivo, e fortunato, è che, grazie ai nostri carissimi fratelli governanti europei, sempre pronti a tendere una mano, rafforzeremo di certo i legami, saldandoli e rendendoli imperituri con vincoli che ci uniranno per questa vita e oltre. Come fossimo una vera famiglia, dove c’è il componente più debole, con i suoi piccoli debiti quotidiani e dove il parente generoso e benestante offre quello che può, chiedendo in cambio quello che ritiene giusto e mai approfittandosene, perché anche lui vede in questa via, la strada per non abbandonarsi mai del tutto.

Inoltre c’è internet, non come quando c’è stata l’epidemia di peste nera, per esempio, che non avevano nemmeno quello e non sapevano come passare il tempo in casa tra un video porno e una video-chattata con gli amici. L’infinita possibilità di sfogo offerta dai social network con il loro infinito campionario di opinioni, il cui diritto e’ garantito. Per fortuna, al giorno d’oggi, esistono protezioni più efficaci di quelle carnevalesche maschere col becco di un tempo. Oggi ne abbiamo di molto più sobrie e variegate. Non importa se non tutte, o forse nessuna, hanno una reale efficacia, perché, non ce ne sarebbero abbastanza per ogni cittadino, in ogni caso, ma qualcuno, tipo le aziende della moda, ha cominciato a crearne di molto chic.    Oppure si possono comprare altrove, in altri paesi, non voglio dire più fortunati, ma dove la produzione è sempre stata maggiore. Quindi, alla fine, utili o non utili, a norma o non a norma, le maschere saltano sempre fuori, per chi le desideri veramente. Già si vedono persone talmente affascinate e affezionate da questo, ormai, capo d’abbigliamento, che le portano costantemente: al centro di piazze deserte, in auto da soli, o in qualsiasi circostanza possano sfoggiarle, anche a discapito della loro funzionalità, già messa fortemente in discussione e subito dopo rivalutata, che potrebbe essere compromessa da un utilizzo abusante, al di fuori della reale necessità, dato che, una volta inumidite, non servono, quasi certamente, più a nulla e si devono buttare. Fortuna vuole, anche in questo caso, che ci sia già chi si sia organizzato per gestire questi nuovi rifiuti, simili all’apparenza ai parenti più tossici o radioattivi, anche se il virus non dovrebbe sopravvivere lontano da un corpo umano che lo alimenta e lo fa riprodurre, non si sa mai, anche in questo caso, nel dubbio, meglio trattarli come rifiuti perennemente pericolosi.         E anche se non ci sono abbastanza respiratori nei già stracolmi reparti di terapia intensiva, ci sono persone che, fortunatamente, hanno l’ingegno per inventarsi altri supporti, tipo maschere da sub adattate con una stampante 3D, che finalmente si rivela utile all’umanità tutta. Soprattutto agli anziani e a quei pazienti più vulnerabili che, a differenza degli asintomatici di cui non sappiamo, e mai sapremo, nulla, godono della fortuna di entrare nelle statistiche e nei numeri comunicati durante la conferenza stampa delle diciotto. E anche se sembrasse che, invece di proteggere proprio loro, i più deboli siano stati i primi a essere sacrificati, sicuramente non è così, sicuramente è solo una crudele legge della natura che non ci tocca.

Per fortuna la conferenza stampa ufficiale è alle diciotto perché se fosse alle diciassette, e fossimo un paese anglosassone, probabilmente, molti sarebbero distratti dal tradizionale tè.
Quanta fortuna, per tutti quelli che non avevano argomenti, come me, che , finalmente, possono prendere spunto per raccontare qualcosa negli anni a venire.

Infine, vogliamo dimenticarci forse della colossale fortuna toccata in sorte agli studenti che hanno finito l’anno scolastico con mesi di anticipo e saranno tutti promossi? Incredibile. E la fortuna degli insegnanti, di conseguenza, che , tra le altre cose, si sono risparmiati l’ incombenza non facile di spiegare tutto questo.

© 2020

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