Utopica distopia

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Dicevano si fosse trattato di un colpo di fortuna.

Era la versione più accreditata, seppur ufficiosa.

Tra la gente, però, era già diffusa la convinzione di un intervento divino.

Un dio buono e giusto finalmente, non il solito dio vendicativo e permaloso dei colonizzatori.

L’avevano trovato morto disteso, con la pistola in mano. Niente documenti, niente effetti personali.

Solo una foto e un indirizzo scritto sul retro.

L’uomo nella foto era un importante diplomatico, si trovava in stato di shock ma illeso.

Stava uscendo dal bagno, nella sua camera d’albergo, per andare dritto a letto, in pigiama, sbadigliando.

Aveva avvertito un tonfo sordo, mentre si lavava i denti, qualche attimo prima. Il rumore era giunto attutito e confuso dallo scorrere dell’acqua nel lavandino, e non aveva destato ulteriore indagine. Poi, già diretto verso il cuscino, aveva intravisto, con la coda dell’occhio, una presenza nuova ed estranea sul pavimento. Sforzandosi di tornare ad uno stato di piena veglia, la vittima o, meglio, l’obbiettivo mancato, aveva messo a fuoco il corpo disteso sul tappeto ed era rimasto impietrito.

C’era una pistola stretta nella mano dello sconosciuto. Vestiva completamente di nero ed era senz’altro di bell’aspetto, anche se il colorito del viso non era quello dei giorni migliori.

Infarto, hanno detto i medici.

I tizi dei servizi segreti sono arrivati subito. Hanno voluto sapere tutta la storia dal superstite e l’hanno fatto scortare in un posto sicuro e confortevole, dove avrebbe potuto riprendersi dalla brutta avventura.

Il cadavere, passato in rassegna in modo meticoloso e irreprensibile, aveva fornito rivelazioni sconcertanti.

C’era in gioco il futuro dell’intero paese.

Tutte quelle morti innocenti e uomini valorosi avrebbero trovato un colpevole e, possibilmente, la fine.

Pare che il DNA del cadavere fosse stato rinvenuto sul luogo di numerosi casi di omicidio politico ma non fosse mai stato identificato. L’uomo era incensurato, ben rasato, aveva mani curate e vellutate, capelli vaporosi e il look sportivo-elegante di un sicario che teneva alla propria immagine. Immagine, peraltro, sconosciuta, fino ad ora, alle forze dell’ordine, locali ed internazionali. Forse l’uomo e la sua identità potevano interessare altri governi che tentavano di liberarsi dal giogo delle Potenze Monetarie. Forse il paese avrebbe potuto barattare le informazioni con altre cose utili, o averne un riscontro economico per finanziare la propria emancipazione.

Intanto avevano collegato il sicario alla morte di almeno quattro dei dodici presidenti uccisi durante gli ultimi dieci anni. Il suo DNA era stato trovato sulla scena di vari delitti e anche sul corpo delle vittime. A quanto pareva, non usava sempre lo stesso metodo per portare a termine il suo lavoro. A volte entrava più in contatto con la vittima, a volte meno. Avevano intuito subito, dal variare dell’efferatezza, dall’arma usata, dalla rapidità della morte, come il modus operandi non fosse casuale.

Mboko Atumbi, quinto presidente del decennio eroico, era stato ucciso in modo brutale, esemplare per chi avesse avuto intenzione di seguire il suo cammino. Sul suo corpo era stato trovato del sangue con il DNA del sicario colto da arresto cardiaco. Sangue, fino ad ora di origine ignota, finalmente con un volto.

Mboko Atumbi era stato un grande lottatore. Era stato il primo a organizzare un commercio equo solidale al contrario. Nessuno considerava mai, in quei posti di ozio e benessere, che anche nel paese, povero sì ma finalmente consapevole, si consumavano e commerciavano gli stessi prodotti di proprietà delle grandi potenze economiche sovra-governative. I fricchettoni cha calzano i loro sandali e varcano la soglia dei piccoli negozi equo-solidali del quartiere, in un ambiente incensato, tra poncho e cestoni appesi, acquistano a prezzi maggiorati prodotti controllati sempre dalle stesse grandi potenze ma camuffati da merce di nicchia, che fa del bene a qualcuno se acquistata. E così il fricchettone esce dal negozio più leggero, nel portafogli e nel cuore, beato lui. Invece noi a mangiare i prodotti industriali dei nostri aguzzini. Non dobbiamo più dare loro una sola moneta, diceva Mboko Atumbi. Solo così smetteranno di ronzare come mosche sul letamaio in cui hanno ridotto il nostro bel paese, diceva. E non si era limitato alle parole. Aveva contattato molti produttori agricoli in diverse parti del mondo e aveva creato una filiera destinata al suo paese, a costi equi e, soprattutto, che tagliasse fuori i prodotti della grande produzione e della grande distribuzione, che poi erano la stessa cosa.

Qualcuno si era incazzato di brutto quando l’idea di Mboko Atumbi era diventata realtà creando un mercato per i produttori medi e piccoli di tante altre nazioni. Un rapporto proficuo per tutti. La gente era felice, mangiava cibo migliore, lo pagava come prima, a volte meno, ed era, in modo particolare, orgogliosa del loro presidente e di tutti quelli che l’avevano aiutato. Erano stati in molti. Un’idea alla volta, diceva Mboko Atumbi accarezzando la testa di un ragazzino impolverato come lui, mentre si rimboccava le maniche per finire di aiutare a scaricare le derrate alimentari acquistate attraverso il nuovo sistema di scambio. Intanto ricominciamo a coltivare la nostra terra come il grande dio comanda. Non sediamoci ad oziare, c’è tanto da fare, diceva il presidente Mboko Atumbi.

Quanto aveva pianto l’intera nazione, osservando le immagini orripilanti del suo corpo vituperato dagli ignobili assassini che ancora si ostinavano a non volere mollare la presa sul paese, a non tornare a casa loro, da dove erano venuti. Avevano pianto le donne e anche gli uomini e poi si erano arrabbiati e avevano giurato a loro stessi che Mboko Atumbi non sarebbe morto invano. Una cosa alla volta, si erano ripetuti. Non fermiamoci, seguitiamo a coltivare le terre, a bonificarle, a ridonare la vita strappata dallo sfruttamento. Seguiamo l’esempio di Mboko Atumbi, facciamo quello che gli assassini del presidente non vogliono. Non siamo più deboli e ignoranti. Stringiamoci, uniamoci, facciamogli il culo a strisce come quello delle zebre. Così, a poco a poco, avremo il nostro cibo e, quello che mancherà, lo compreremo come ci ha insegnato a fare il presidente. E quando ne avremo più del necessario lo scambieremo o lo venderemo a chi non ne ha. Funzionerà presidente, stia tranquillo.

Non si era intimorito chi lacrimava leggendo il giornale o ascoltando la radio che raccontava l’omicidio di un grande eroe. Dopo Mboko Atumbi, in pochi, fuori dal paese, si sarebbero aspettati una candidatura spontanea e immediata come quella che in effetti fu. Nessuno, invece, nel paese, si era stupito quando Abele Babadjuah aveva giurato solennemente davanti al popolo e davanti a dio di continuare la strada di emancipazione e di non tradire mai il paese, non cedere, mai, alla corruzione, alla tentazione, alla paura.

Abele Babadjuah non era stato da meno del suo predecessore. Non erano rimaste tracce, nell’auto esplosa insieme al presidente Babadjuah, per potere legare il suo assassinio al sicario. Si potrebbe pensare che Abele Babadjuah avesse ottenuto meno risultati o avesse lottato con meno convinzione e passione, visto il suo omicidio spettacolare, sì, ma senz’altro meno doloroso di quello di Mboko Atumbi. Si potrebbe pensarlo, se non si sapesse che insieme al presidente, sono morti anche cinque figli, la moglie, la suocera e alcuni uomini della scorta. Il nemico voleva farsi sentire ancora più forte, semmai. Voleva dire che se prima il dolore che un uomo può sopportare sarebbe stato superato di gran lunga, adesso, più nessuno sarebbe stato al sicuro. Ma Babadjuah non era un mentecatto. La sua strategia era sempre stata quella di agire nell’ombra. Prima aveva lasciato che il mercato creato da Atumbi si stabilizzasse e che la bonifica dei terreni sfruttati e la ridistribuzione di quelli confiscati andasse a termine. Il paese doveva produrre generi primari e così stava facendo. Mboko Atumbi era forte e coraggioso come un leone ma era anche astuto e imprevedibile come il leopardo. Come il coccodrillo poteva colpire anche dopo morto. E infatti la sua firma sul diritto di Stato alla confisca delle terre delle Potenze Monetarie portava la data del giorno della sua morte; cinque minuti prima del ritrovamento del suo corpo seviziato, per la precisione. Una cosa è certa, Mboko Atumbi non avrebbe potuto firmare un documento mentre veniva torturato e infine ucciso. Il presidente l’aveva firmato la sera prima, post datando il sigillo per avere più tempo, l’indomani, per altre faccende altrettanto importanti e, in fondo, perché quella era una firma che avrebbe cambiato molte cose e fatto adirare ancora di più chi aveva tutto da perdere. Nonostante l’atto radicale ed estremo, il presidente si sentiva in pace con la coscienza, avevano calcolato tutto e, a quanto risultava, le Potenze Monetarie non avrebbero avuto alcun tracollo dopo quanto sfruttato fino a quel momento. Un’entrata in meno, tutto qui, perfettamente bilanciata da anni di soprusi e ingiustizie ai danni della terra e della gente. Fine. Abele Babadjuah aveva fatto eseguire l’atto firmato dal suo predecessore e adesso c’erano molte terre da ridistribuire. Mentre venivano smantellate le recinzioni e le baracche costruite dai precedenti usufruttuari delle risorse, arrivavano agronomi e geologi a studiare come rimediare ai danni e, se possibile, donare nuova vita a quanta più terra possibile. Il buon dio ci darà una mano, dicevano i lavoratori, credendo fermamente che le loro fatiche, questa volta, sarebbero state benedette e ripagate. I tamburi erano tornati a suonare vigorosamente, tuonavano, rimbombavano o dolcemente ritmavano i discorsi con gli spiriti, le preghiere, i ringraziamenti, il dolore dell’esistenza, certo, ma anche, finalmente, un po’ di speranza tra il folto della jungla e i palazzi della città.

Gli uomini, uomini giovani, andati altrove, erano tornati.

Dopo la morte del primo presidente dell’era eroica, c’era già stato un richiamo generale. Nuove opportunità nel luogo natio, se si voleva tornare, tutti avrebbero avuto soddisfazione della propria formazione, delle proprie capacità e abilità in un paese che aveva bisogno di tutto, quindi di tutti. In tanti avevano risposto all’appello e non si era più fermato il flusso migratorio alla rovescia. Laureati, professionisti, tecnici, operai specializzati, commercianti, avevano fatto ritorno alle origini, da dov’erano fuggiti per avere una possibilità di imparare, di mantenere la famiglia, una possibilità qualsiasi. Insieme a loro, erano arrivati anche lavoratori di ogni tipo da molti paesi diversi. Qualcuno non aveva potuto restare perché la cosa più importante era riavere la gente del paese, quelli con un diritto di nascita e di lignaggio. Poi tutti gli altri sarebbero stati bene accetti, con il rispetto delle normali condizioni di legge a cui si era soggetti in tutti i paesi civili del mondo. Erano arrivati, nonostante gli assassini dei presidenti e lo stato di fibrillazione generale. Forse, esattamente quello stato di eccitazione costante aveva fatto da magnete. In un mondo vecchio, una nuova avventura, chi a casa propria, chi in un paese differente, giovane, con nuovi valori, probabilmente il primo paese che avesse gentilmente fatto accomodare da una parte il dio denaro e reintegrato un dio dello spirito e dell’anima, un dio dell’uomo. Oppure nessuno, come si preferiva.

Il terzo presidente dell’era eroica, Kimbisa Jesura, era stato chiaro e molto convincente. I bisogni dell’uomo dovevano tornare ad essere la priorità assoluta. Rallentare, schiarire le idee, metterle in pratica con costanza e concentrazione. Non sarebbe stato necessario correre oltre le proprie forze, né diventare schiavi di un sistema. Non ci si sarebbe dovuti adattare a un ruolo ultra-specializzato e a ritmi di lavoro robotici. Ognuno avrebbe semplicemente lavorato con coscienza, attenzione e ogni giorno avrebbe fatto il suo dovere senza togliere troppo tempo alla famiglia, allo svago, al riposo. Il paese, il continente, è un luogo placido e lento, tutto chiama alla calma e alla serenità: le albe lunghe e schiamazzanti, gli eterni tramonti, il sole caldo, gli infidi pericoli nascosti dietro ogni cespuglio, sotto ogni pietra. Pericoli che vanno calcolati con attenzione, guardando dove si cammina e ponderando ogni passo. Il passo avrebbe dovuto adattarsi alla capacità di osservazione e alle abilità di ogni singolo individuo. I più lenti vadano lenti, ma facciano comunque bene. Nessuna frustrazione per non essere adatti, per non stare in fila alla velocità giusta, una per tutti. No, no, no, diceva Kimbisa Jesura. La società e i suoi ritmi si devono adattare ai bisogni e alle virtù, ma anche ai limiti, dell’uomo e non viceversa. Altolà a questa barbarie, abbiamo già vissuto la schiavitù e guardato in faccia i nostri aguzzini, se ora i nostri aguzzini non hanno un volto, avranno comunque un nome e noi, a quello, ci rifiuteremo civilmente di obbedire. Kimbisa Jesura era un uomo saggio e completamente risvegliato dalle illusioni costruite dai colonizzatori sfruttatori. Vedeva, lui e tanti altri come lui, un mondo diverso ma possibile. Il fatto di partire da zero era un grande vantaggio, diceva. Abele Babadjuah aveva ascoltato quelle parole e la pensava nello stesso identico modo. Per questo motivo era raggiante quella mattina. Il paese aveva preso pieno e totale controllo delle terre, la ridistribuzione aveva avuto grande successo e la coltivazione era avviata. Finalmente il presidente poteva dire di aver portato a termine quello a cui i suoi predecessori avevano dato inizio. Poteva concentrarsi sulle sue idee. Solo due, semplici ma importanti nel suo modo di visualizzare il futuro. Prima di tutto la medicina e la sanità. Erano tornati medici, infermieri, ne erano rimasti alcuni facenti parte di ex organizzazioni umanitarie ed era arrivato anche qualche nuovo elemento straniero. C’erano chimici, farmacisti, biologi. Bisognava concentrare tutte le risorse necessarie per sistemare questo settore e svincolarlo, come per i prodotti di prima necessità, dalle grandi Potenze Monetarie. Il progetto consisteva nel rendere gli ospedali moderni e funzionali, collegare i nosocomi con l’università del paese e con quella di altri paesi, istituire un centro di ricerca e sviluppo farmaceutico che producesse strumenti utili alla medicina allopatica per curare i malati. Istituire, all’interno del centro di ricerca, un consiglio a capo del quale dovesse presiedere sempre un medico tradizionale, uno sciamano o uno stregone, un uomo che, al di là dell’efficacia dei suoi metodi, avesse uno sguardo spirituale sulla scienza medica, senza ostilità, un uomo sapiente, che provenisse anche dal passato, dalla mente aperta, nonostante un’apparente incongruenza tra la scienza e lo spirito. L’incongruenza è solo apparente, ribadiva Abele Babadjuah, quando troveremo quell’uomo capirete di cosa sto parlando e converrete con me che sarebbe la scelta migliore per dirigere con umanità e onestà chi si deve occupare dei più bisognosi tra noi. Tra le molte occhiate perplesse, chi veniva da un villaggio sperduto ebbe la visione dello stregone locale e capì le intenzioni del presidente. Conosco io l’uomo giusto, disse il giovane del villaggio sperduto. Datemi il tempo di andare a prenderlo e riportarlo qui.

La seconda cosa che Abele Babadjuah voleva assolutamente fare era dare al paese una rete di comunicazione efficiente e rapida. Quando pensava ad efficiente non vedeva, nella sua mente, un telefono a gettoni ma il più veloce mezzo di comunicazione e diffusione di informazioni possibile. Fosse fibra ottica o altro lo avrebbero stabilito gli ingegneri ma il punto era che bisognava avere una rete capillare e pari a quella dei paesi più sviluppati. A differenza di quei paesi, però, si sarebbero conservate aree completamente libere da ogni influenza elettromagnetica e si sarebbe pianificata la rete in modo che avesse il minore impatto possibile sulla salute. Il minore possibile è zero, diceva il presidente, quindi faremo i progetti e se si potranno realizzare a queste condizioni bene, altrimenti troveremo un’alternativa. La tecnologia non sarà più una mera fonte di guadagno ma uno strumento positivo al servizio di tutti. Nessuno doveva avere alibi per non essere informato o non potere comunicare con gli altri. L’uomo non doveva in alcun modo continuare ad avvelenare la terra che l’avrebbe dovuto sfamare in modo sano e naturale. I lavori necessari sarebbero costati una cifra irrisoria rispetto a quella necessaria ad altri paesi completamente cementificati, con un suolo stratificato di storia e reperti, con buchi per qualsiasi tipo di tubo o cavo, con pali e fili sparsi ovunque per le necessità delle vecchie tecnologie.

Uno che conosceva bene le nuove tecnologie era il presidente venuto dopo Babadjuah. Kameron “Ron” Dwzaili aveva studiato al politecnico più prestigioso del mondo. Aveva lasciato il paese ancora bambino grazie alle sue prodigiose doti intellettive. Era riuscito a sopravvivere ovunque con il supporto delle borse di studio più varie, fino al giorno in cui aveva letto molte notizie dal suo paese su un sito di reportage internazionali. Aveva seguito l’evolversi delle cose fino a quando, con profondo stupore, aveva sgranato gli occhi davanti alle immagini dei manager delle grandi Potenze Monetarie che salivano la scaletta di un aereo e lasciavano il paese. Una gioia e un’esultanza enormi si erano impossessate di lui e aveva deciso immediatamente di tornare. Due giorni dopo, nella capitale, si era presentato al palazzo di Stato per offrirsi volontario, per qualsiasi compito fosse necessario. In meno di due anni si sarebbe ritrovato ad occupare la poltrona presidenziale. Con la stessa determinazione con cui si era offerto volontario la prima volta, si era spontaneamente offerto candidato una volta venuto a conoscenza della morte di Babadjuah. Non per salire velocemente la scala del potere, solo ed esclusivamente perché avrebbe potuto proseguire il lavoro iniziato, e perfezionarlo anche, per il bene di tutto il paese. In effetti aveva già progettato tutto partendo dalla base creata dal suo predecessore. Avrebbero sfruttato i lavori necessari alla posa della fibra ottica per installare negli stessi scavi tutto il resto delle infrastrutture. La sua era una visione lucida e competente. Avrebbero bypassato le fatiche dei paesi sviluppati in cui aveva vissuto, saltando direttamente al futuro. Il sistema elettrico sarebbe stato totalmente alternativo a quelli usuali. Il trecento per cento dell’energia veniva ricavato da fonti rinnovabili. Tutta l’energia necessaria al momento più quella prevista per il futuro prossimo, più una parte da esportare per avere una fonte di ricavo etica e utile a molti altri paesi. Ron Dwzaili aveva usato tutto quello che si conosceva: dal sole, al vento, alle correnti marine, alle fonti di calore sotterraneo. Il paese era ricco di queste risorse tanto quanto la maggior parte delle altre nazioni del pianeta. Le abitazioni avrebbero sfruttato il caldo e il freddo presenti nell’ambiente esterno per scaldare o raffreddare quello interno. Non si sarebbe appeso nemmeno un filo a un palo e il cielo sarebbe rimasto libero per chi avesse voluto contemplarlo. L’impianto idrico del paese sarebbe stato il più avanzato al mondo con un sistema di rilevazione della purezza dell’acqua potabile, un sistema di recupero delle acque purificabili e utilizzabili per altri scopi, come, per esempio, l’irrigazione dei campi. Il resto dell’acqua, potenzialmente contaminata da agenti nocivi alla terra o all’uomo, sarebbe stata depurata attraverso un sistema di estrazione chimica delle sostanze tossiche. Un lavoro abnorme per un qualsiasi paese con strutture consolidate e vetuste. Meno complicato per chi poteva cominciare da zero. Continuava a ripeterlo, il presidente Dwzaili. Spronava tutti i suoi collaboratori, anche quando l’ostacolo sembrava insormontabile. Ricordava le parole lungimiranti di Abele Babadjuah o di Mboko Atumbi, o di Kinbisa Jesura e di tutti gli altri. Si poteva credere a un mondo di luce e acqua gratuite, bastava avere un atteggiamento di condivisione di un bene prezioso e di cui ognuno è responsabile anche per gli altri. Le persone erano coscienti e orgogliose del mondo che stavano costruendo, non aleggiava invidia o voglia di prevalere sul prossimo. C’era grande fermento a distrarre da tutte queste ignominie umane e un senso più profondo dello stare al mondo. Nessuno sa perché sia successo tutto questo con esattezza. Forse il non avere niente ha influito sull’ottimismo di avere anche poco di più, ma sarebbe limitativo per uomini, donne e bambini, che, invece, erano pervasi da un sentimento diverso dal mero possedimento di qualcosa, dal raggiungimento di uno status pari a quello dei paesi considerati migliori. Era un vero desiderio di vivere meglio, provare emozioni più elevate, speranzose, positive, lasciare andare i pensieri neri e aprire mente e cuore. Non esistono dubbi sul fatto che proprio questo atteggiamento, consapevolezza, coscienza, o chiamatela come preferite, sia stato il vero segreto del successo del nostro paese. Abbiamo fatto molte cose al contrario, è vero, ma chi l’aveva stabilito che quello fosse il verso giusto? In fondo non lo era, ora lo sappiamo. Fare affari senza pensare per forza al massimo profitto a discapito di tante, troppe, cose, non è stato deleterio. Anzi, il mercato si è aperto, è diventato più cordiale, più attento ad avere il necessario in cambio del giusto. Il paese stava diventando talmente bello ed efficiente, davanti agli occhi di tutti, così velocemente, che nessuno lasciava entrare la paura dentro di sé. Quelli che dovevano avere paura se n’erano andati. Gli altri cosa potevano temere? La morte? Il dolore?

Quanto già ne avessero patito, chi era malvagio, non lo sapeva.

Non poteva sapere del dolore provato da tutti quando anche il presidente Ron Dwzaili aveva pagato con la vita il suo altruismo ed eroismo. Anche in questo caso, il sicario con problemi cardiaci aveva lasciato tracce della sua colpevolezza.

Le informazioni avevano cominciato a circolare in tutto il mondo e altri casi collegati al misterioso assassino erano emersi. Era scoppiato un vero e proprio putiferio. Un numero sempre più impressionante di eventi era stato rivisto sotto una nuova luce.

Un solo uomo, sconosciuto a chiunque, era stato trovato morto in circostanze del tutto fortuite e, quello stesso uomo, risultava connesso a un’incredibile rete di omicidi irrisolti o risolti con la condanna di persone innocenti. Omicidi di una certa rilevanza, in alcuni casi capaci di determinare cambiamenti importanti nell’esercizio del potere, in altri casi decisivi per indirizzare le sorti economiche di potenze acquisite.

Avevamo già visto quello che sarebbe accaduto. I giornalisti, gli uomini di giustizia fedeli ai loro principi, i direttori di testate editoriali, qualche raro politico onesto: una mietitura continua. Ci dispiaceva che gli eventi si ripetessero altrove, anche se lontani e, forse, necessari. Non potevamo saperlo con certezza, noi, così giovani e imbevuti di ideali.

© 2019

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