Tempi da Lupi

original

C’era così tanta neve che si poteva scendere quasi ovunque.

La neve sembra così candida, così inoffensiva.

Non è facile immaginare che possa cominciare a muoversi, tutta insieme, sotto gli sci, e trascinare via. Che possa piombare addosso come un branco di bufali alla carica e schiacciare, smembrare, soffocare, congelare. Bianca assassina.

Non bisogna fidarsi della neve nello stesso modo in cui non ci si fida di una bella donna e degli uomini che la circondano. Meglio affidarsi ai sensi, all’esperienza, alle conoscenze acquisite.

C’è solo una certezza in montagna: il rischio esiste sempre.

In quel momento, però, tutto era meraviglioso.

Il manto nevoso si era assestato bene e bisognava semplicemente evitare i pendii più esposti e scoscesi, pericolosi per il forte carico delle ultime nevicate. L’aria fredda e tonificante apriva la mente. Gli alberi imbiancati, i cumuli e gli avvallamenti ricoperti da un abbondante, luccicante, strato vergine, rendevano il paesaggio favoloso in tutto.

Perfino le cime più impervie e rocciose apparivano simili a candidi pandori, appena impolverati dallo zucchero a velo.

Ogni tanto, quando il sole scottava di più, da quelle pareti partivano cascate di neve e scarichi che seguivano le rughe della montagna fino ad arrivare al fondo dei canali o al primo livellamento del terreno.

In fondo al canale aveva scaricato una piccola valanga, probabilmente il giorno prima. Si erano formati cubi e grosse palle di neve indurita che, placidamente, si erano fermati ai piedi del pendio, accanto a un rado boschetto di larici. Chi conosce quest’anfratto sa che sotto la neve ci sono enormi massi erratici e pietraie che indicano un luogo dove non è difficile che qualcosa piombi dall’alto. Allontanarsi dalla parete verticale è un inizio. Non rimanere fermi lì tutto il giorno può essere l’idea più saggia.

Ad una sessantina di metri di distanza dalla valanga appare il pasto macabro. I resti spolpati fino all’osso di un camoscio. Solo uno degli zampini posteriori si presenta intatto, dieci, quindici centimetri di originaria struttura. Sul terreno, evidenti tracce di impronte di canidi, un po’ troppo grandi per trattarsi solo di volpi, le tracce si disperdono seguendo linee rette parallele. Oltre alla presenza dei lupi si distinguono impronte di zampe di grossi volatili, forse corvi, forse aquile o altri rapaci. Ognuno di questi animali si è cibato del cadavere dell’erbivoro, ucciso più probabilmente dalla valanga che dai predatori.

Dopo la discesa mozzafiato, nella polvere profonda, così piacevole da sciare, questo spettacolo non desta raccapriccio come ci si aspetterebbe.

E’ il senso del selvatico a prendere il sopravvento. Dure leggi di sopravvivenza che fanno venire i brividi a chi è abituato a credere nella civiltà dei rapporti tra esseri viventi. Le lezioni di yoga, meditazione, pace e amore, che si praticano come servizio aggiunto in numerose strutture ricettive qui intorno, non è ancora giunto nelle tane degli animali che, intanto, sono tornati a popolare i luoghi ostili e abbandonati dall’uomo.

Tornando a incrociare la pista e il susseguirsi di sciatori che sfrecciano incrociandosi, superandosi, cadendo, procedendo rigidi e sudati con il terrore negli occhi, oppure rilassati e morbidi, in mezzo al traffico, non ha importanza come, ma quanti e, soprattutto, il fatto che tutto questo si trovi solo a qualche centinaio di metri da canali selvaggi e un altro mondo, dove l’uomo non è che di rapido passaggio, sempre che sia in grado e abbia voglia di deviare dalla strada battuta.

La differenza non è sottile, ed è tutta qui.

La presenza o meno dell’uomo cambia le cose in modo radicale.

Il rientro lungo la pista è noioso, riporta allo stesso luogo di aggregazione, del tutto antropizzato. E qui si distinguono i discorsi sulle barche che si alternano agli sci nei week end di piacere, oppure sul peso di ogni singolo componente dell’attrezzatura, sul costo dei materiali, delle lezioni di sci, delle guide, sulle carenze degli impianti, i disservizi turistici, le fantastiche giornate passate in montagna, nella natura, gli amori nati nelle baite riscaldate dalla legna, mentre aleggiano profumi di polenta e salsiccia. Le terme, i negozi un po’ cari, tutto un po’ caro, quassù, dove si paga la fatica di portare ogni cosa. Quale fatica, ormai, non si sa. Uno dei tanti retaggi di un epoca passata, ma ne vale la pena, per quest’aria pura, questo paesaggio da fiaba.

Queste vacanze devono essere da sogno e lo saranno.

Ma non sempre.

Dove sei quest’anno, neve? Ti aspetto. Sono venuto a trovarti appena sei comparsa sulle montagne. Subito mi è sembrato che non ci fosse mai stata un’estate in mezzo, che non ci fossimo mai separati. Poi ti sei rinchiusa. Scacciata da questi venti secchi come lo schioccare di lingue insulse appese agli impianti di risalita.

Questo cielo blu e questo sole piacciono. Saranno sempre pochi quelli in coda a protestare perché il vento ha avuto la meglio sulle seggiovie e le cabinovie. Saranno sempre di più quelli al tapis roulant, assistendo i figlioletti con il viso rivolto verso il sole e il suo magico potere abbronzante. Mi annoio un po’. Spero che il cielo diventi plumbeo e cali la coltre bianca. Tutto purificato, tutto lucente, quieto, percorribile con un paio di sci ai piedi.

Intanto i cannoni creano artifizi economici, una lastra compatta e dura, la felicità dei pistaioli. Non c’è nulla di male nella loro gioia. Non la invidio, un tempo bastavano anche a me le larghe autostrade battute da carovane di vacanzieri, apprendisti sciatori, maestri, gruppi di ogni genere, in fila indiana o in assetto casuale. Ruzzoloni e scontri, distrazioni ed esagerazioni. Se fosse tracciato, allora si vedrebbe meglio la differenza, ma così, è solo una strada, percorsa da tutti. Non c’è nulla di male. Nemmeno cercare qualcosa di diverso lo è. Un rapporto più intenso con tutto, a cominciare dalla montagna. Il materiale che usi e come lo usi, la sicurezza, l’audacia, il coraggio, temperati dalla cautela, dalla coscienza dei propri limiti, dalla saggezza, in qualche modo. Intanto niente neve vera.

Nelle stradine tra le case di roccia ho sentito parlare animatamente a proposito dei lupi. Ho pensato di essere quell’uomo antico e soggiogato da forze più grandi di lui. Un uomo che camminava a lungo, mangiava poco e moriva giovane. Ogni tanto, da un’altura, osservava i lupi cacciare e imparava da loro. Non siamo tanto diversi, viviamo in branco entrambi, anche se il lupo è più leale e onesto con i suoi simili. Come il lupo, l’uomo ha doti di resistenza superiori a quelli della potenza pura, della forza bruta. Come il lupo, l’uomo sfianca.

Uno di loro, un capo branco con il pelo scuro e irsuto faceva forse lo stesso, osservava, senza essere visto, l’uomo e la sua tribù. Anche quelle strane bestie a due zampe si spostavano alla ricerca di cibo in un vasto territorio e si prendevano cura dei più piccoli.

Non so quando e come sia successo ma una volta che l’uomo e il lupo hanno capito che potevano esserlo, sono diventati amici.

Siamo simili, abbiamo abitudini simili.

Forse per questo le nostre strade si sono incrociate. Diceva l’uomo al lupo mentre il lupo scrutava l’avvenire all’orizzonte.

Molto tempo è passato da quel giorno. Forse per questo nessuno se lo ricorda.

Era un tempo in cui eravamo entrambi cacciatori.

Poi ci hai aiutato, opportunamente selezionato e diversificato, a proteggere i nostri capi di bestiame dai tuoi stessi fratelli. Hai difeso le nostre case, riportato volatili impallinati, salvato dalle valanghe, dai flutti marini, tirato fuori dalle macerie di un terremoto, a volte hai sacrificato te stesso per noi, ti sei addirittura accomodato dentro la borsetta di qualche imbecille.

Comunque ti abbiamo sterminato.

Qualcuno pagava per tenerti, imbalsamato, in un angolo della casa, poi del garage. Ora sei protetto dalla legge ma in molti se ne fregano delle leggi, è normale: si uccide la propria famiglia, ci si lancia contro la folla imbottiti di esplosivo, si aprono società nei paradisi fiscali, si torturano persino i propri animali domestici e poi si postano i video su iutub, si fanno guerre in continuazione, vuoi che non si ammazzi un fottuto canide selvatico?

A qualcuno si rizza il cazzo quando con il suo dito e il fondamentale ausilio di un’arma da fuoco, t’uccide. Tu così bello e maestoso, così superiore nel cuore. Ma non ci si può esprimere in questi termini senza destare l’odio condizionato, l’urlo contro l’animalista, sicuramente drogato, figlio dei fiori, fuori dalla realtà. Solo che non sono animalista né altri -ista, mi dispiace, fanculo. E’ difficile a credersi, ma è così. Come il lupo che se ne fotte se la capra è tua, o sua, o mia. La lasci andare per la montagna e lui se la magna.

Pare ingiusto ma la vita è crudele.

Pensa quando hai comprato l’auto nuova, quella che hai pagato con gli affitti turistici in nero, non con il gregge di pecore, la stessa auto che costa quanto il tuo gregge, probabilmente molto di più, la stessa, identica, auto, che hai stampato contro il primo palo uscito dal concessionario. La medesima vettura a cui non hai fatto l’assicurazione, anche se sarebbe obbligatoria. Puoi sempre dire che un lupo ti ha attraversato la strada. Il lupo è cattivo, ti mangia il chihuahua se gli si para davanti. Cosa credevi, fosse vegano? In quel caso, tu che odi anche i vegani, i froci, e i vigili urbani, apprezzeresti il lupo. Che, alla fine, non è né frocio né pronto a farti la multa quando superi i limiti o parcheggi dove ti piace di più, anche se non si può.

E’ vero o no? Io non lo so, ipotizzo.

Faccio male, senz’altro , alla fine non so chi sei e cosa ti rode dentro. Non lo so perché auguri il male alle altre persone ma so che il lupo non lo fa e che se lo facessi io, mi sentirei la vera e unica bestia nel circondario.

Comunque questa è la piazza, il baraccone chiassoso e confusionario. Qui non c’è nulla di serio, nulla per cui valga veramente la pena. Qui sono le solite due palle così. Voci aspre, stridenti all’orecchio, fuochi in lontananza e forconi.

Ho seguito spesso le tue tracce, nella neve, con gli sci larghi sotto i piedi e un sorriso stampato in faccia.

Ho visto il resto dei tuoi pasti, condiviso con le maestose aquile e i corvi. Conosco i simboli che rappresenti, positivi e oscuri, come tutti i simboli. Anche se ti odiano tu ci sei sempre stato e non si può dire lo stesso di ognuno di noi. Ti abbiamo raccontato e cantato, sognato di correre libero come fai tu che hai scelto di non allungare il muso verso il cibo teso dalla nostra mano, in quell’epoca lontana. Sei stato saggio e ora muori, per mano di bifolco, ma comunque libero. Ti invidiamo, in fondo. E quindi ti odiamo. E’ normale, facciamo così anche tra di noi, non ci sopportiamo. Non sappiamo chi siamo e vogliamo essere qualcun altro perché gli altri ci sembrano sempre più felici, anche se non è affatto così. Tu lo sai chi sei e ti basta. Se ci vedi scappi come dalla peste più nera. Bestie schifose e infestanti, siamo dappertutto e vogliamo anche quel poco spazio che occupi tu con la tua famiglia. Siamo simili, lo sappiamo. Tu che hai zii e zie, come noi, che tutti si prendono cura degli altri, come… Non più, però una volta era così anche per noi, ancora lo è nel cerchio ristretto, ma il nostro branco non è unito come il tuo. Noi maltrattiamo gli anziani e sfruttiamo i cuccioli, tu non lo fai. Eppure abbiamo imparato da te, in quel tempo remoto, a difenderci e proteggerci, ad essere un tutt’uno contro i pericoli e le ostilità. L’abbiamo dimenticato per la maggior parte del tempo, purtroppo, poi , ogni tanto, arriva un terremoto, un’ alluvione, e allora ce ne ricordiamo all’improvviso, giusto il tempo che i telegiornali diffondano immagini tragiche e commoventi, poi si torna a odiarci l’un l’altro. Cosa pretendi, anche tu, lupo? Hai già perso ma non lo sai. Scappa, finché sei in tempo.

Se potessi, mi dico spesso, verrei via con te.

Invece un’amica mi chiede se conosco un certo scrittore.

So chi è. L’ho visto in un bar. Cosa ne pensi? Mi chiede ancora. Il suo primo libro non ho avuto voglia di finirlo. Quindi? Insiste. Non mi capita spesso. Quindi? Insiste. Tutto qui. E gli altri libri, quelli che parlano delle montagne che sono anche tue? Insiste.

Non mi interessano. Le montagne non sono di nessuno. Anche se tutti oggi credono che siano loro. Che sciocchezza.

Un po’ di pubblicità per la montagna, no?

A cosa serve? A me fa schifo la pubblicità, qualsiasi cosa promuova.

Esagerato.

Esagerato un cazzo, scusa.

Rovinare qualcosa di così sacro con le parole. La montagna è sacra. Rispecchia perfettamente tale definizione, qualcosa di tanto bello e attraente quanto terrificante.

La montagna dà le vertigini, apre un varco, custodisce segreti. Soprattutto, la montagna se ne fotte. Immobile è la sua andatura, inesorabile. Tutto intorno il vento, il sole, la pioggia, il ghiaccio, la neve, in continuazione. La montagna sopporta tutto quello che può sopportare poi crolla. E’ il suo destino. Intanto osserva e ricorda, lascia scivolare a valle, piange torrenti che ridono. Anche le lacrime non sempre hanno un sapore salato o amaro ma, a volte, dolce e limpido, puro. La montagna ha un corpo, i suoi piedi partono dalla pianura e i suoi occhi scorgono al di sopra delle nuvole. Come accade per molte creature, spesso non si riserva attenzione ai piedi. Anche per la montagna è così, sono le sue vette ad attirare lo sguardo e la fantasia degli uomini. L’alpinismo, ma anche il semplice escursionismo, hanno origine in un tempo remoto in cui un uomo decide di affrontare l’ascensione alla cima di una montagna. Poi è degenerato tutto. Come spesso accade. E non ho voglia di raccontare un’altra storia.

© 2019

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