SE QUESTO E’ AMORE, ALLORA VAFFANCULO (elezioni con il telefono intelligente)

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– La signora dice di avere due figli e un marito, che la situazione è complicata, è imbarazzata, si vergogna di quello che ha fatto.

Il brigadiere sintetizza in modo egregio a favore del maresciallo.

– Eh lo so, signora.

Il maresciallo ha un tono paternalistico e un accento del sud.

– Deve andare alla polizia postale, ma non creda, ci sono casi di truffe, furti, minacce, vilipendio, calunnia, il suo non è grave, mi creda, se lei ha inviato qualcosa di sua volontà non c’è reato, signora. Al massimo possiamo denunciarlo per essersi spacciato per un fotografo, capisce? Sempre che non lo sia veramente. Se lo è, non c’è reato, capisce? E’ stata, mi scusi se glielo dico, una sprovveduta.

La signora non dice niente.

Donatella finisce di battere sulla tastiera la conversazione e manda in stampa, si alza dalla sedia, raggiunge la stampante poco distante, si assicura che l’inchiostro non abbia sbavato e tutto sia leggibile, allunga il braccio e porge il verbale al brigadiere che gli concede un’occhiata veloce prima di consegnarlo al maresciallo per le firme.

Donatella chiede se può andare, il maresciallo le fa cenno di sì mentre suggerisce alla signora di leggere il foglio e constatare che vada bene anche per lei.

All’aperto, nel parcheggio, è sera. Donatella alza il telefono all’altezza della spalla, lo tiene fermo e scatta. L’immagine mostra i pannelli metallici, provvisori, su cui hanno affisso i manifesti elettorali.

Le foto dei politici, i loro sorrisi smaglianti, i loro simboli in alto a destra, o in basso a sinistra, un po’ ovunque.

Donatella se ne frega ma sua madre ci tiene. La figlia della sua amica si candida.

Fai una foto con il telefono e mandamela con uotsap, aveva richiesto.

Donatella invia le foto e dopo pochi secondi sente un segnale sonoro di risposta : Eccola lì. Hai visto? Scrive con orgoglio la madre.

Donatella non legge subito, ha già rimesso il telefono nella borsa, lo guarderà dopo, si dice. Poi apre di nuovo la borsa per prendere le chiavi dell’auto e non resiste.

E’ già. Risponde frettolosamente alla madre. Sale in auto, allaccia la cintura e parte.

A casa ogni cosa è al suo posto.

Il gatto le viene incontro mentre appoggia la borsa sulla ribaltina in entrata.

Donatella si china e accarezza l’ amico felino, il suo coinquilino, a volte il suo figlioccio, altre il confidente più intimo.

Il gatto struscia contro i polpacci di Donatella avvolti dagli stivali d’ordinanza.

Terminata la pelle degli stivali prosegue il resto delle gambe, fasciate dalla divisa.

Non saranno gambe lunghe da modella, pensa lei ogni tanto, ma sono comunque sode e tornite, grazie a ore e ore passate in palestra, giù in fondo alla strada, un giorno sì e uno no, con lo sconto per essere un agente dell’ordine.

Donatella si toglie la pistola e la mette sotto chiave al sicuro. Davanti allo specchio si sfila la divisa. Anche il seno è tonico, compatto, nonostante l’età. Niente figli, niente mariti, niente fidanzati, nemmeno molti amici. Il suo gatto e lei.

La casa, il lavoro, il telefonino. Le piacciono le vacanze. Ogni tanto parte, fuori stagione, prende qualche giorno di ferie e va in riva al mare, o in montagna, o a visitare una grande città.

Sua madre è anziana, sola, più disposta alla tolleranza, all’affetto, rispetto a un tempo. Così, almeno, sembra a Donatella. Non la conosce bene, a fondo, è stata sempre distante, indaffarata. Anche Donatella è sola, come sua madre. Forse per questo si mandano messaggi con il telefono, si chiamano ogni tanto, e Donatella va perfino a trovarla nel fine settimana o quando riesce.

Dei suoi fratelli sa poco o nulla. Uno vive in Germania, nel nord della Germania. L’altro negli Stati Uniti, in una città sconosciuta di uno degli sconosciuti stati centrali. Sono posti in cui Donatella non va mai in vacanza. Non si ricorda benissimo di loro, sa che non sono più tanto giovani, che hanno una famiglia, che stanno bene. Sua madre le riporta notizie un paio di volte all’anno. Per Donatella è quasi come sapere di estranei.

Sotto il getto d’acqua tiepida della doccia guarda la sagoma del gatto che si muove sinuoso, scorge solo un’ombra elegante attraverso i vetri appannati ma può comunque apprezzarne lo stile. I gatti si muovono bene, l’ affascinano.

Donatella esce dalla doccia e si avvolge nell’accappatoio lilla. Il telefono emette un tintinnio, lo schermo si illumina, annuncia l’arrivo di un messaggio. Donatella si asciuga bene le mani e afferra il telefono appoggiato sul mobiletto. Apre il messaggio, contempla la foto. La foto di un pene in erezione: lo scroto depilato, il glande gonfio e imporporato. Donatella si eccita, non basta l’accappatoio ad asciugare i suoi bollenti spiriti risvegliati. Digita una faccina sorridente sul telefono e invia. Tutto qui?, scrive subito dopo.

Mentre appoggia il telefono e apre l’armadietto dov’è riposto l’asciugacapelli, cerca di ricordare foto simili.

Una serie di suoni annuncia altri messaggi dall’etere. Donatella finisce di asciugarsi i capelli, lascia cadere a terra l’accappatoio e passa il getto d’aria calda sul corpo nudo. Prende il telefono, accede alla fotocamera e la punta sullo specchio davanti a lei. Posiziona il fon davanti alla vagina e inclina l’inquadratura in modo che il flash le nasconda la faccia dietro a un bagliore. Sa già come fare, non è la prima volta. Scatta qualche altra foto più ravvicinata del capezzolo, del seno sinistro, del suo pube umido, dei glutei tondi e alti. Sembra una contorsionista mentre si piega, s’inclina, allunga la mano con il telefono nella giusta posizione. Con l’altra mano si tocca, allarga le natiche, infila le dita dappertutto e poi le lecca. Archivia una ventina di foto e appoggia il telefono sul solito ripiano.

Indossa una maglietta, un paio di mutandine, fa per infilare la porta e uscire ma si blocca : torna indietro, afferra il telefono. Finalmente si dirige in cucina.

Con la mano libera apre lo sportello di un pensile e raggiunge un barattolo di cibo per gatti. Appoggia il telefono sul tavolo e apre il barattolo chiamando il felino per la cena. Rovescia il contenuto della latta nella ciotola e butta la scatoletta nell’immondizia. Il gatto è dietro di lei, la coda dritta, lo sguardo e ogni muscolo teso nel tentativo di raggiungere prima possibile il cibo.

Donatella guarda la coda del gatto e l’ assale l’incontenibile voglia di ammirare altre cose tese e dritte. Schiaccia un interruttore a parete e abbassa le luci.

Si siede sul divano, incrocia le gambe e apre lo schermo del computer portatile. Una volta all’interno dell’applicazione preferita, la stessa del telefono, si allunga sul divano mentre guarda il contenuto del primo messaggio e si chiede quale, di questi cazzi, meriterà di ricevere le foto che ha scattato in bagno.

Ormai fa sempre così. Le piace concedere qualche regalino a chi se lo merita. Donatella misura il merito in base a diversi fattori. Le dimensioni, certo. Ma non solo. La forma, a lei piacciono grandi in punta, non come questa matita temperata che appare sullo schermo. Donatella premia anche l’artisticità della foto. Eccone un altro che si è subito squalificato da solo, per esempio, con questa luce forte e diretta, fredda di flash, nel buio della location, mette in risalto la peluria scura, compatta, fa impallidire la pelle fino a una tonalità da obitorio.

Ne ha viste tante così. Senza nessuna cura per migliorare la propria immagine. Convinti che il loro nodoso tronco di pino basti ad attirare l’attenzione di una donna come lei. E lei ne è attratta, in effetti, ne è soggiogata, mentre prosegue a darsi piacere, sfogliare foto, leggere tutte quelle frasi oscene che le accompagnano. Quello che farebbero con i loro affari e con lei. Dove vorrebbero infilare i loro passe-partout, le loro dita, le loro lingue, dove vorrebbero spruzzare il loro sperma caldo e viscoso. A Donatella piacciono i membri grondanti sperma, guadagnano qualche punto. Non ha nessun tipo di pregiudizio razziale. Abbraccia ogni razza come benedetta, a patto che il suo rappresentante porti con sé un grande, sbandierante ed eretto, vessillo.

 

– Quando ti apre la porta, tu le dai un ceffone in faccia. Lei è contenta… Poi dopo la prendi e la sbatti sul divano. Ti do’ l’indirizzo, se vuoi.

– No, grazie.

– Un’altra invece…

– Basta, per favore. Parliamo d’altro, ti spiace?

TJ si allontana e Giovanni sente Carlo che gli domanda se ha deciso per chi votare.

Giovanni non sa. Non sembra infervorato dalla politica, allora Carlo, purtroppo per Giovanni, cambia argomento.

– TJ non ne fa scappare nemmeno una, eh?

– Già.

– Con quel bel faccino da bravo ragazzo…eh?

– Uhm.

– Le intorta a morte.

– Già.

– Rompe i culi.

– Uhm.

TJ versa da bere per sé e per gli altri ma è distratto in continuazione dal telefono che vibra. Tra le lamentele di chi rimane con il bicchiere vuoto, TJ scrive veloce messaggi tipo : vorrei essere lì ha leccarti la figa. Poi si volta verso il gruppo e annuncia trionfante :

– Oh, guarda questa, leggi qui.

Giovanni non legge, si alza dalla sedia e fa sapere a tutti che va a casa, è stanco.

TJ lo saluta di sfuggita e continua a condividere le sue conversazioni private con chiunque.

– Questa qui è una vera milf, guarda che cagna.

L’entusiasmo del gruppo scema sempre più, mano a mano che TJ prosegue imperterrito. Si parla a gruppetti, chi torna sulle imminenti elezioni, chi, annoiato, si rifugia nel più deprimente dei commenti sul tempo atmosferico, ammazzando la serata.

– E’ frocio Giovanni?

Chiede TJ a un certo punto.

– Non che io sappia.

– Ma figurati.

– Eppure non mi sembrava molto interessato alle donne.

Si stupisce TJ, impermeabile al mondo esterno.

 

Luca ha collezionato, anche lui, tante foto. Anche se non è bello né interessante, né ricco, è stato facilissimo. Prima di tutto ha messo un annuncio sui social network, nei gruppi di gente che cerca lavoro. Spacciarsi per un fotografo professionista è un reato ma Luca l’ha fatto comunque, è ignorante e quando non ignora fa finta.

Luca cerca modelle per foto in intimo. Offre una cifra elevata. Quando lo contattano, una volta dice di collaborare con un famoso stilista, un’altra con un altro, con un’agenzia importante, oppure si inventa un nome a caso. Si presenta bene. Se chiedono dei lavori che ha fatto, spedisce il collage preparato ad uopo. Le foto non sa chi le abbia scattate davvero ma molte ragazze ci cascano, si fidano.

Luca chiede qualcosa in cambio per capire se si possa lavorare insieme. Adotta un tono sostenuto, selettivo. Chiede foto a corpo intero, in mutande e reggiseno. Qualche ragazza ha cominciato a scherzare con Luca, vorrebbe tantissimo questo lavoro, manda alcune immagini senza reggiseno. A volte senza mutande. Qualche primo piano non richiesto. Luca non disdegna. E’ per dimostrare di non essere timide, di essere disposte a tutto, dicono. Luca si masturba in continuazione e ride sotto i baffi. Ride quando chiede un topless e loro ne scattano subito uno per lui, ride quando convince qualche ingenua fessacchiotta a togliersi tutto e farsi valutare, per fini puramente professionali, si intende. Ride ancora di più quando sono loro stesse a prenderci gusto e andare oltre.

E’ incredibile, pensa Luca. Tutte queste sceme, convinte di fare i soldi come modelle. Giovani ragazzine illuse, madri di famiglia deluse, perfino qualche uomo che ha respinto subito al mittente. Prima erano decine di foto, poi sono diventate centinaia.

Luca si chiede cosa ci farà con tutte queste immagini. Oltre a farsi una sega ogni tanto, non ne ha idea. Le uniche foto che ha scattato in vita sua sono state durante le gite scolastiche o qualche vacanza al mare e sono venute quasi tutte male.

Eppure è riuscito addirittura a incontrare una decina di ragazze. Qualcuna voleva capire la sua serietà, altre non sapevano nemmeno loro cosa stavano facendo. Si è presentato agli appuntamenti con una squallida reflex da quattro soldi e più di una ha abboccato comunque. Forse avevano solo bisogno di un’avventura, di un po’ di sesso con uno sconosciuto, senza impegno.

Sono arrivate anche minacce, era inevitabile. Luca pensa di potersi liberare di tutto con facilità. Nessuna conosce il suo vero nome, sa dove abita o cose del genere, è stato sempre molto attento. Sono solo foto, si ripete, quasi sempre selfie scattati davanti allo specchio. Le donne hanno inviato il materiale che le riguarda di loro volontà, lui non ha mai obbligato nessuno.

Internet pullula di donne che si esibiscono attraverso foto, video, show in diretta webcam; per soldi, pensa Luca, una donna fa qualsiasi cosa, perfino vendere i propri indumenti intimi usati. Per Luca è tutto normale, lecito, in fondo, si dice, funziona così.

 

La notte scivola via come le dita di Donatella. Si discostano dal clitoride ancora turgido. Scivolano, le dita, anche sui tasti. Digitano, le dita.

Alla fine ha vinto un ragazzino con un membro da cavallo. Donatella non sa se abbia usato un trucco per farlo diventare così grande ma non ha importanza. L’immagine in sé conta. Nient’altro. Quel ragazzino potrebbe anche avere una miccetta tra le gambe, potrebbe essere un genio di fotosciop ed essersi pompato digitalmente tutti i muscoli, cazzo compreso. Bel lavoro. A Donatella è piaciuto in quel momento e basta. Domani non ricorderà niente di preciso del giovane nudo e sorridente, del suo pene in erezione portato con vanto, con perversa ostentazione. Non ricorderà il quadro appeso dietro di lui, vicino allo specchio dell’Ikea, né i colori della squadra calcistica sulla sciarpa con la quale il ragazzo si è pulito una volta venuto. Forse riesumerà l’immagine dei suoi muscoli tesi nell’apice del piacere, il suo sguardo distorto, quasi ridicolo, sicuramente grottesco.

Donatella riconosce il ridicolo. Lo intende chiaramente nella situazione di un uomo, o una donna, come lei, che si mostrano senza intimità, si mostrano come animali, ognuno dal suo recinto, senza contatto, senza coinvolgimento, emozione che non sia un impulso bestiale, un bisogno fisiologico, senza odore, sapore. Niente. Come un tempo le foto sbiadite e appiccicose dei giornali porno, abbandonati dietro la stazione dei treni, nei fossi di campagna, nei garage.

Tutto quello che sembra evanescente, nascosto, e invece rimane ed è sotto gli occhi di tutti, o quasi. Un’altra illusione tra le illusioni. Un’illusione perversa, pensa Donatella, ridicola, grottesca. Ci si illude di essere amati e che il mondo sia un bel posto. Perché lei non può illudersi di far drizzare centinaia di canne donando se stessa? Scuotere quelle canne come farebbe il vento, fino a farle fiorire e spargere il loro polline? Concedere un momento di gioia, forse. Una dea dell’amore farebbe altrettanto, forse. Elargirebbe le sue grazie ai poveri bisognosi, senza giudicare la miseria degli uomini e la loro fragile nudità, i loro fragili corpi destinati a marcire e diventare pasto per i vermi. Non c’è niente di male, conclude.

Nessuno può farle veramente male, cerca di convincersi, in pochi hanno visto il suo volto, le parole non la offendono e se qualcuno si mette in testa strane idee, scoprirà che una donna armata è pericolosa quanto un uomo. Sono solo fantasie, un passatempo un po’ piccante.

Anche gli altri sono così, dai, si dice Donatella.

Tutti quei cazzi e quegli uomini attaccati appresso non sono immaginari, esistono da qualche parte. Camerette, stanze d’albergo, uffici, bagni pubblici, parchi, vicoli, abitacoli d’ auto. Solo lì esistono, poi spariscono come fantasmi e tornano alle loro fidanzate, mogli, madri, figlie. Gli uomini reali sono dei vigliacchi, degli effeminati, dei bugiardi, sono sporchi e puzzano, pensa Donatella.

Intanto dimentica ogni lineamento, ogni carnagione, colore degli occhi, dei capelli, dei ciuffi di peli pubici, dimentica i nei, le voglie, le croste, le macchie, gli orologi ai polsi, quell’occhio verticale che non smette mai di osservarla. E si chiede spesso, Donatella, quando è sincera, se anche per quegli esseri umani sia lo stesso che per lei, se sì, le immagini spariscono, i nomi non sono mai esistiti e tutto il resto, ma le ferite, le cicatrici che poi non fanno più provare nulla, sentire nulla, quelle rimangono?

 

Alla fine scopri che non puoi cancellare tutto. Che lasci tracce anche se disattivi per sempre il tuo profilo farlocco. Qualcuno sa come fare, non è complicato. Forse lo è per chi usa internet solo per farsi una sega come Luca. Per altri è semplice.

Ti rintracciano e ti intercettano mentre scendi dall’auto convinto che soli pochi passi ti separino, ormai, dall’uscio di casa e il suo rassicurante torpore interno.

Luca deve aver preso in pieno lo spigolo della portiera, non si sente più la faccia.

Cade a terra, ovviamente, e comincia la gragnola di calci, un po’ dappertutto. Qualche cosa si rompe, Luca lo percepisce nel dolore generale, nel caos, nella vista annebbiata a tratti e oscurata per il resto del tempo. Vanno avanti per un po’ prima che cali il silenzio tutto intorno. Non dentro Luca, però. C’è un sibilo acuto in fondo a tutta questa oscurità, un pulsare intenso, caldo, umido, salato.

Poi il sibilo muore all’improvviso e Luca pure.

 

Giovanni cammina lungo il viale. Non era stanco prima e non lo è nemmeno adesso. Era solo nauseato da TJ e dai discorsi sulla politica, sul calcio, sul tempo. Ma soprattutto è ancora disgustato da TJ e dal suo modo di parlare delle donne.

Mentre cammina, Giovanni si ricorda di quando era un bambino. Ricorda le battaglie con i soldatini : crociati contro saraceni, i primi ricevuti in dono. Le guerre dei bambini, dove alla fine, tutti si rialzano da terra e tornano alla loro mensola, o scatola, o fustino. E i crociati non erano quelli che aveva poi studiato sui libri di storia: i saccheggiatori, i signori assetati di sangue e potere, gli straccioni in cerca di speranza. No. Erano i templari, i cavalieri al seguito del prode Orlando o di re Artù, cavalieri giusti, di quelli che salvavano le fanciulle e cercavano la verità, il loro braccio si armava per difendere la giustizia sotto un’egida proveniente dall’alto. E i saraceni non avevano niente a che vedere con i guerriglieri di oggi, i combattenti di sedicenti gruppi pseudo terroristici. Non erano gente che si faceva saltare in aria o investiva decine di persone innocenti in mezzo alla strada. Erano i mori e per Giovanni, è vero, il nemico da sconfiggere, ma spesso faceva vincere anche loro, perché i buoni non possono trionfare sempre e non poteva essere lui a decidere chi fosse più buono e chi veramente cattivo. Ed era bella anche la mezza luna sul vessillo nella mano dei soldati, erano belle le scimitarre ricurve e i turbanti.

Le donne erano angeli, o fiere combattenti anche loro, ma sempre, sempre, per Giovanni, andavano rispettate e protette. Ricorda bene quando aveva messo tutti i cavalieri in cerchio e lui tra loro, bardato con un elmo di cartone e un mantello preso tra i grembiuli della cucina, la fedele spada di legno al fianco e una croce dell’Ordine dei Templari , ritagliata da un foglio di cartoncino rosso e applicata sul petto con delle spille da balia. Avrebbe potuto sembrare ridicolo, ma, un po’ per gioco e sul serio nel cuore, Giovanni aveva giurato di difendere i deboli e gli oppressi, i bambini, gli anziani e le donne. Le donne.

Le notte è quieta e una coppia di uccellini non è ancora andata a dormire, forse sovreccitata dalle luci metropolitane. Giovanni li sente cinguettare e trillare, osserva uno dei due volare deciso verso l’altro, salire con le zampe sul dorso, appoggiarsi in un difficoltoso e tremolante equilibrio fino a riuscire a toccare con la propria coda quella della compagna, per un secondo, forse meno.

Uccelli, pensa Giovanni, eiaculatori precoci dell’aria.

Pensa ad un’altra conversazione, ascoltata mesi fa, mentre lui cercava di guardare la partita, sua moglie e le amiche parlavano nell’altra stanza. Distinto pronunciare il nome di TJ, aveva drizzato le orecchie. A quanto pareva una di loro era stata a letto con lui e tutte sono esplose in uno schiamazzo di risa quando lei ha concluso il racconto. Anche a Giovanni era sfuggita una risata e, di là, era calato, per un attimo, il silenzio. Aveva sentito bisbigliare ed era subito corso ai ripari dicendo ad alta voce :

– Bella azione, peccato, sembrava fatta!

– Sta parlando con la televisione.

Aveva fatto sapere sua moglie al gruppo di amiche, suscitando ulteriori risolini e dissipando ogni dubbio di essere ascoltate nei loro pettegolezzi più torbidi.

Mentre cammina, a Giovanni, è tornato il buon umore. In fondo non sono nemmeno affari suoi, ognuno faccia le proprie scelte. Ogni scelta, una conseguenza omaggio.

Il telefono si agita brevemente nella tasca dei pantaloni di Giovanni, lui lo estrae e si informa su chi gli abbia scritto. E’ Carlo.

Hai fatto bene ad andartene, dice,  qui sono ancora a parlare di queste cazzo di erezioni.

Ho deciso : io non voto.

 

© 2018

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