Sotto questo cielo cristallo, specchiarsi nel mare caldo.

succ

Quanto ci sarebbe ancora da scrivere, con una bottiglia di Whisky davanti.

Tu che incidi parole,

morbide per me,

spigolose per te.

Non mi conosci,

non ti conosco, ma so

che facciamo parte

della stessa sostanza.

Non c’è distanza,

non può esistere lontananza,

seduti o in piedi,

ognuno nella propria stanza,

al bancone di un locale,

armati di baldanza,

sul terrazzo, per la strada,

incrociandosi per caso,

accennando il primo passo di danza.

Reppato un po’ così. Non sono un emsì.

Con questa luce limpida , le mattine all’Avana o a Key West.

I gatti distesi al sole, lisciano il pelo senza fretta. Ogni tanto, alzano la testa e sembrano guardare oltre, quasi stupiti. Poi tornano a leccarsi. All’improvviso scattano, saltano, percorrono la stretta cima del muro di cinta con estrema facilità, in perfetto equilibrio, saltano di nuovo e spariscono alla vista.

Vanno in chissà quale mondo.

Osservare per ore le barche a vela. I pescatori.

I passeggiatori lungo il Malecon.

Le onde che infrangono contro il frangiflutti.

Le donne speziate, imperlate di sudore, pelle dorata, pelle cannella.

I vestiti colorati, bagnati, tesi al vento ad elemosinare un poco di brezza marina.

Il ron con il ghiaccio, lime, soda. Il rum liscio.

Le bocche di melassa, sorridenti.

Le mani di velluto e ferro suonano incessanti.

I tamburi comunicano con gli angeli.

Le anche ondeggiano insieme al dimenarsi dei glutei, al pestare a tempo dei piedi, nudi e liberi.

Il fumo violaceo dei puros sbuffa e poi lascia intravedere sguardi profondi.

I grandi alberi, impiumati e sanguinanti.

Sotto questo cielo cristallo, specchiarsi nel mare caldo, come l’aria e il sole e la terra.

Quante parole allo stato brado.

I pensieri sono nell’etere, lo sanno tutti, sono di tutti. I pensieri si possono mettere in fila, come le note, e anche se le note sono solo sette, le variazioni della musica sono infinite. Quanti potrebbero essere i pensieri? Forse non molti di più. Parlo delle radici, delle gemme pure e preziose da cui deriva tutto il resto. Ci vuole coraggio per affrontarle. Alcune di loro non si faranno catturare mai. Troppo fiere, troppo ribelli, troppo libere, troppo elevate. Morirebbero piuttosto che farsi imbrigliare da una scimmia.

Tradurre certi pensieri in parole comporta la conoscenza dell’universo. Ci sono parole forti e dalla bellezza disarmante. Il guerriero, il cacciatore, non indietreggia, ha imparato a conoscerle e rispettarle. Le prenderà e ne farà un degno omaggio alla sua bella, al suo dio, alla sua tribù.

L’uomo pavido non guarderà mai negli occhi certe parole, non incontrerà mai certi pensieri. Anche le parole meno selvagge e pericolose hanno la loro importanza e, si sa, non appartengono veramente a qualcuno.

Fa ancora schifo leggere tutti quei mio. Avevi ragione tu, vecchio leone.

Che senso ha imprigionare un pensiero, farlo proprio come una creatura partorita dallo stesso ventre dove si agita l’aria in eccesso nel corpo, tra le viscere rimuginanti? Credere di possedere un ideale come si possiede un terreno edificabile, un garage da affittare per fare reddito, un bitcoin.

Lei dice che è così, è fatta così, non c’è niente da fare, prendere o lasciare. Così come una pietra che muta con la lunghezza dei millenni, che vibra lenta ma comunque inesorabile, che un giorno, forse, imparerà anche a galleggiare. Per altri occhi, per altre ombre. Anche tu, tu che il tuo ideale è… la tua idea è… E in conclusione sei tu ad essere di quell’idea, di quell’ideale, sei tu il posseduto da infiniti demoni scherzosi, volgari, con il cazzo dritto e la fica bagnata, il portafoglio gonfio, l’auto da lavare, le bollette da pagare, il cane da sopprimere perché è vecchio e puzza dopo che si trascina sulle proprie feci, in qualche modo bisognerà spiegarlo ai bambini.

Il fluire. Il controllo sul fluire. E’ questa la questione.

Fiume, a te giungo dopo aver parcheggiato l’auto poco distante. La terra che calpesto, grigia, polverosa, s’appiccica alle scarpe. Diventa, a poco a poco, più umida mentre m’avvicino alla riva. L’acqua è in basso. C’è un’ansa , una piccola spiaggia di sabbia, sassi e rami portati dalla corrente. I rami sono utili per il fuoco, quando calerà la sera e il freddo e il buio copriranno il resto delle cose. Non so quanto tempo sia necessario, rimarrò qui fino a quando avrai voglia di raccontare le tue storie, sussurrandole tra il nuotare di pesci e uccelli, i segreti sul fondo del tuo corpo liquido, che muta in continuazione e finché ci sarà neve sulle montagne, finché pioverà, con estrema pazienza, a volte con furia, fluisci. Quale sottile e ben congegnato inganno ti mostra immobile alla vista superficiale. E’ divertente. Almeno per chi osserva la scena in solitudine e , forse, con un accenno di beatitudine.

Le prendi e le metti in fila, diventano plastiche, materiali, malleabili.

Liquidi i pensieri, liquide le parole. Liquidi i pensieri, solide le parole. I pensieri percorrono i meandri pronti a esondare in ogni momento. Ogni distrazione è fatale. Fatale per chi poi? Bisognerebbe stabilirlo, oppure fottersene. In fondo tutto questo tracimare e invadere terre arse dal sole implacabile può essere una benedizione. La dea arsa e severa, intrattabile, diventa nera e fertile.

Cercando di dare un senso a questa scia con la punteggiatura.

La Grande Sconosciuta dei tempi contemporanei, invia si trasforma in bip. Molly Bloom e i suoi vaneggiamenti, in estrema sintesi, diventano messaggio. Forse, anche le bottiglie lanciate tra i flutti, in cerca di un ignoto destinatario propenso all’altruismo, non contenevano pagine in cui si badasse alla punteggiatura. Aiuto. Soccorso. Semplicemente. Senza speranza alcuna di efficacia. Ho scritto help, s.o.s., e non mi siete nemmeno venuti a salvare. Oppure, chissà, qualcosa del tipo : caro chiunque tu sia, se hai trovato questo messaggio sappi che sono naufragato al largo dei bastioni di Orione, la data esatta del naufragio è stata il 24 ottobre del 2101. Non so dire la data precisa, invece, in cui mi accingo a lanciare questa bottiglia tra le acque dell’oceano. Approfitterò senz’altro della marea di risacca che crea potenti correnti e permetterà alla bottiglia di avere maggiori chances di superare il fronte ondoso. Per qualche giorno mi ha tenuto compagnia un androide triste e ramingo. Da molto tempo non ho più sue notizie. L’isola in cui mi trovo suppongo sia all’interno di una vasta area, circondata dalla barriera corallina. Un puntino al centro di un anello di corallo. Temo che la navigazione all’interno di queste acque sia caldamente sconsigliata e addirittura sconosciuta. Non ho mai scrutato alcun naviglio all’orizzonte. Suggerisco, mi permetterai, una ricerca per via aerea. Dall’alto si avrebbe, senza dubbio alcuno, la possibilità di localizzare l’atollo che mi ospita, contro la mia volontà. La scarsità di materiale e risorse m’ impedisce di costruire, io stesso, un’imbarcazione. Non posso fornire coordinate esatte, credo di trovarmi a sud est dal punto di partenza, menzionato all’inizio di questa missiva. Ti ringrazio, caro amico, se vorrai concedermi un’altra opportunità di tornare alla vita.

Nelle gallerie commerciali di Parigi, nelle periferie.

Dove la società si manifesta in ogni sua sfaccettatura.

Nei parchi delle ville di grandi architetti morti.

Dove si respira la pace e l’epica degli eroi e delle tombe.

L’espressione dei suoni vibranti nell’aria.

In quale modo si manifesta lo possiamo vedere anche con i nostri miseri occhi. Così vividi, così brillanti. Lo possiamo ascoltare ogni momento. Così raro e sottovalutato il silenzio. Silenzio assoluto.

Una palla di fuoco roteante, espansivo,

Dal buio tutto il resto.

fino a quando l’aria si raffreddi, lassù in alto,

Il volo planato dell’aquila e tu al suo fianco.

In un silenzio che assoluto non è ma assorda.

Tuona ogni istante e in te.

Lasciato alle correnti, sopra picchi abbaglianti.

Non ti dimenticheremo mai.

e torni giù, precipitando , impregnando umidità,

Lo spleen della pioggia. Amata compagna, sorella d’acqua.

Mi manchi sotto il solleone. Sotto l’ombrellone di queste spiagge vendute. Mai potrei stancarmi d’osservarti cadere e prendere possesso del pianeta, diventarne parte essenziale, dominante, vitale. Mi manchi quando sono triste, quando in città non ci sono alberi.

cade, decade, si contamina , s’indurisce, coagula.

Pessima abitudine. Fumare, bere alcolici, avere una tossicodipendenza, giocare d’azzardo, pisciare sulla tavoletta del water, lasciare i calzini sporchi in giro per la casa, saltare la colazione, bere troppi caffè, mangiare di fretta, fidarsi di chiunque, tenere le mutande infilate tra le chiappe, dimenticarsi di lavare le mani, bere poca acqua, mangiare cibo spazzatura, avere rapporti sentimentali occasionali, allacciarsi male le scarpe, tenere la patta dei pantaloni aperta, mangiare le unghie, ricoprirsi il corpo di prodotti chimici, dormire all’addiaccio, dormire in auto, guidare ubriachi, essere scortesi.

E intanto questo blues. Intanto piove.

Quindi, in qualche modo, la malinconia ha avuto il suo tributo.

Tempaccio da puttane , vino scadente e bassifondi.

I rigagnoli che si formano al centro delle strade progettate male e realizzate peggio. O meglio, mai progettate e realizzate a caso. Checcivuole? Te la faccio io la strada, tu dammi un po’ di soldi, tanti soldi, e io ti faccio la strada peggiore e più problematica che si sia mai vista. Te la faccio inclinata, su più piani. Metto i tombini in alto e lascio che in giorni come questi l’acqua scenda lungo le grondaie improvvisate delle baracche e venga convogliata in strada. Allora basta poco per allagare tutto. Sono veramente soddisfatto, qui ai caraibi, con la villetta e la spiaggetta. Ci sono anche le troie, si capisce. Manca il vino scadente, a quello preferisco lo champagne.

Mahler alla radio , pagine di poesia diretta come un pugno.

Pugni diretti e montanti, come le poesie. Non ho mai capito niente di poesia. Roba da froci. Colori che mi irritano la cornea, farfalle ovunque, con le loro facce aliene e terrificanti, le loro zampette uncinate. Sempre lì a posarsi sulle merde di vacca. Fanculo le farfalle.

Non esaurirà risalendo i gironi dell’Inferno fino al Paradiso.

Altre diecimila, miserabili, vite, basteranno?

 

© 2018

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