VIAGGIO ALLA CASA DEL PANE

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Il sole stava tramontando e quel somaro del mio asino non si decideva a muoversi. Un ultima salita ancora e ci siamo.

Non ne voleva sapere di inerpicarsi. Lo tiravo, giravo intorno e provavo a spingerlo.

Se mi dai un calcio, ti avviso, faccio salami e pelli di tamburo, lo minacciavo.

Il vento veniva dal mare, lasciava addosso una patina come quella sul guscio delle cozze.

Non fare la cozza, somaro! Muoviti, fammi raggiungere il villaggio.

La notte non è più piacevole senza luna né stelle.

Il freddo ti farà stancare ancora prima. Capisci, imbecille? Gli spiegavo.

Forza, su. Non sei un imbecille quando vuoi. Bravo asino, bello asino, lo ammansivo.

Andiamo, dai, alè-op! Lo spronavo.

Niente. Ci siamo seduti un attimo.

Guardavamo il sole scendere a picco sulle acque, fiammeggiare e spegnersi. Valeva la pena.

Se non fosse stato per te, amico asino, lo ringraziavo, tu si che sai quello che ha importanza in questo mondo.

Immaginiamo insieme il tragitto del sole nel buio delle tenebre, proponevo.

Ti sei mosso, finalmente. Che tipo che sei.

Nell’oscurità non vedevo i cespugli di spine, sentivo le caviglie graffiarsi ad ogni passo e mi chiedevo se non l’avessi fatto apposta, faina d’un asino.

Se ami dai tutto. E’ facile. Non c’è altro. Tutto il resto è compromesso. Non scherziamo, non fatemi chiamare l’asino per spiegarvelo. Quello mena, scalcia che è un piacere, detesta l’ignoranza. Con tutta la fatica che ho fatto per convincerlo ad arrivare qui. E’ bizzoso. Di solito è d’indole mansueta, quasi catartica a guardare quegli occhi languidi, circondati da mosche assetate. Se s’incazza è diverso. Spara fiamme dal culo, digrigna i denti, spalanca le frogie fumanti. Non è un bello spettacolo, credetemi, e le conseguenze sono letali.

Quindi, dicevamo, non scherziamo. Non ci provate. Non è di nessuna utilità in questo contesto. Qui si richiede un risultato, non di dare aria alla bocca. Scopiamo alla grande, quindi ci amiamo. Certo, come no. Come due cani, più o meno. Allo stesso livello. Se il tuo pensiero, prima di andare da lei, ha qualcosa a che fare con il set di dildo nella valigetta di pelle nera, ci sono vastissime probabilità che non sia l’amore la forza che ti muove. Se tu, d’altra parte, non credere di essere immune, pensi a quale completo di latex indossare, quale frusta utilizzare, quale paio di tacchi acuminati, sei come lui, ti piace giocare, il lubrico, il ludico, non c’è differenza a quanto pare.

Ci capiamo, quindi ci amiamo. Non importa, hai ragione, anche il tossico biascica e il pusher nigeriano balbetta un’idioma di fantasia, ma si capiscono alla perfezione e, in qualche modo, si vogliono bene. Non è fondamentale.

Proviamo le stesse emozioni, quindi ci amiamo. Sgranocchiare tutte quelle patatine sul divano, che bello!, ci piacciono le stesse serie, non dire una parola, guardare la luce della tv come le falene, ad occhi spalancati, ridere insieme, ti ricordi quando Frankie ha detto quella frase a sua suocera?, da sbellicarsi; e piangere, insieme, quando Maria ha lasciato Miguel o il piccolo Jimmy, dopo avere lottato tanto, alla fine, è morto, quanto ci amiamo, amiamo tutti voi, chiunque voi siate, piccoli Jimmy. E’ questo l’amore. Piante con in sottofondo il sonoro. Il giardino di un aeroporto. Tutte le persone che passano e chissà dove vanno. Rimanete, mettete radici. Avete visto farlo ad altri e pensate sia giusto, per imitazione. Siete degli ingenui dicono loro, laggiù in fondo, vestiti bene, belli come la luna, abbronzati, occhiali scuri, taglio dei capelli perfetto, corpi da paura. Siete sciocchi e non sapete stare al mondo. Noi ci amiamo perché insieme siamo ancora più ricchi che da soli. Perché lei è ricca e io ho acquisito l’agognato capitale, perché lui è ricco e io sono a posto per la vita, perché siamo entrambi ricchi e tra di noi funziona così. Meglio concentrare che disperdere. Questo è amore, certo. Il vero e il solo. Noi siamo felici, voi siete pezzenti.

E adesso che avete espresso la vostra infamia, quasi, quasi, mi viene voglia di chiamare l’asino e farvi ripetere tutto davanti a lui. Sarebbe una scena fantastica. Non l’avete visto l’asino quando s’incazza. Ma lasciamo perdere, tanto siete numerosi come le zanzare a pensarla in questo modo. Anche uomini e donne di umili origini ragionano così, per imitazione. Per speranza a volte. Forse non vedono le rughe riempite di schifezze plastiche, non vedono le lacrime versate su trapunte di seta, non vedono lo squallore, la perversione, l’avarizia, il continuo celare, mascherare, la povertà di spirito. Non vedenti. Non vedono gli amanti dietro le tende di damasco, non vedono la polvere sugli oggetti, non vedono nemmeno più gli oggetti, oggetti costosi come partite di cibo per un villaggio intero, presenti ma invisibili come fantasmi. E chiamano questa felicità come chiamano amore il veleno che ogni giorno sorbiscono, goccia a goccia, di loro volontà, il più delizioso dei nettari.

E’ una massa grigia e informe, topi di polvere sotto i letti, umida, maleodorante. L’uomo pigro e senza dignità, senza valore, senza volontà, si adagia sulla donna stupida che sogna di arrivare in fretta al traguardo. Sfornare figli. A posto così. Il mondo è completo. Il mondo dei lillipuziani. Il mondo dei furbi. L’accoppiamento di convenienza, l’accoppiamento mercantile, l’accoppiamento di salvataggio, l’ultima spiaggia dell’amore ad ogni costo.

A un certo punto l’asino arrivava sempre e interrompeva il discorso. Lasciava intendere che bisognasse andare. Al vento i suoi spiriti. Alla terra i nostri piedi. Avanti. Anche se lui ha sempre avuto gli zoccoli. Ho salutato di fretta, stizzito.

Siamo andati via e nessuno sembrava triste di vederci allontanare.  Due rompicoglioni, pensavano. Lo sappiamo cos’è l’amore, stronzi. Ce lo insegneranno mica uno squilibrato e il suo asino? Nella notte ci lasciavamo indietro il fango e gli insulti. Nella notte senza luna né stelle, fredda. I rovi che mi graffiavano le caviglie e l’asino che accelerava e rallentava fino a fermarsi. Lo faceva apposta. Prima tentava di trascinarmi tra le spine, poi faceva finta di essere distratto da qualcosa e rimaneva quasi immobile, alla fine ripartiva all’improvviso e mi lasciava indietro. Se non fosse stato per il suo passo pesante sulle rocce, avrei brancolato nel buio senza direzione. Non sapevo come facesse l’asino, forse grazie all’olfatto o all’udito. Mi affidavo a lui.

Se fate le cose bene le fate una volta sola, se le fate male, dovrete farle più volte, fino ad ottenere il risultato desiderato, oppure, nella maggior parte dei casi, sarà qualcun altro a occuparsene al posto vostro, per ottenere, almeno, un risultato qualsiasi, funzionale. Altrimenti si lasciano gli eco mostri, gli aborti, l’incompleto che comunque occupa uno spazio, nel mondo esteriore o nel mondo interiore.

Cronometra, quell’uomo usa il tempo iniziale per concepire un metodo, il migliore possibile per portare a termine il suo compito. Sembra che parta con grande ritardo ma nella sua mente , piano, piano, comincia a regnare l’ordine e ogni gesto successivo sarà fluido, mirato, utile. Ha finito, stoppa il cronometro. Guardate lei, invece, come s’affanna a raccogliere tutto alla rinfusa, il suo pensiero è fare in fretta, finire prima, finire presto, non importa come, non importa se non hai finito un cazzo, in realtà. Ecco, ha lasciato indietro qualcosa, però pretende di avere finito. No, le viene detto chiaramente, c’è una carenza e quello che hai fatto è fatto male, è tutto rovinato, in disordine. Rifai. E lei non ci pensa nemmeno, è convinta di avere fatto bene e basta, è stanca. Nemmeno si è resa conto di aver perso tempo e fatica per niente, del fatto che qualcuno dovrà fare uno sforzo supplementare per rimediare a ciò che è incompiuto, fatto male, sbagliato. Ma lei è convinta del contrario, di essere una creatura speciale a cui tutto è dovuto. Intanto il tempo sul cronometro continua a scorrere e non si interromperà mai. Quanta solitudine nel cuore. Perché alla fine è quello. E’ aridità e dilatazione. Troppo tempo e nulla con cui riempirlo. La stessa aridità che non ti fa volere bene a nessuno, che non ti permette di fidarti di nessuno.

Eppure è detto: la realtà in cui viviamo è lo specchio di ciò che portiamo dentro. A qualcuno piace portare la sofferenza superflua, trattenere ogni traccia di angoscia, tristezza, malinconia.          Lo scrittore che vive di malinconia. La sua unica, vera, compagna. Il motore magnetico, la batteria che si ricarica, le ali tarpate dall’ultima fatica che ricrescono in silenzio nella melancolia.      Il metodo creativo della crisalide che si cristallizza in se stessa e rinasce variopinta, leggiadra nel vento, un’altra cosa rispetto a prima, sublimata. E invece il ricordo tragico porta altrove, al nido di ragni, solo in apparenza abbandonato in un angolo ma gravido di piccoli predatori assassini che logorano dentro, pungono, tessono nuove ragnatele e si moltiplicano fino a che sopravvivranno al corpo che li ha nutriti pezzo a pezzo. Non hanno pietà, godono del rodimento, del dolore, succhiano dalle loro cannucce liquame che un tempo era vivo. Non conoscono un’ altra dimensione eppure inseguono, come tutti gli altri, la felicità, non ha importanza se vanno nella direzione opposta. Quasi sempre sono convinti di conoscere bene la strada, di non avere alcun bisogno di insegnamenti lunghi e noiosi, e, sopratutto, mai, mai, mai, accettare la critica. Camuffare l’errore, trovare un colpevole esterno, usare le parole di circostanza, interpretare il personaggio stantio che ha straziato per quanto sia incredibile il suo ostinarsi a ripresentarsi senza vergogna, con la stessa, incrollabile, convinzione di essere, sempre e comunque, nel giusto, di non doverlo neppure dimostrare, non si abbassano a tanto, manifestano l’arroganza massima, il totale e intoccabile desiderio di credersi qualcosa e non avere alcuna necessità di scoprire se è vero.

Cosa stai blaterando? Chiedevano mentre mettevano mano a bastoni e forconi, falci, martelli, lunghi coltelli.

L’asino è arrivato di corsa. Sembrava uno di quei magnifici cavalli d’Arabia. Sono saltato in groppa e, nella foga, qualcosa dal bagaglio doveva essere finito in terra. Voltandomi per un attimo ho visto formarsi un capannello intorno a un oggetto scuro sulla strada.

Avevamo meno provviste dato che, ad una più accurata indagine, avevo scoperto trattarsi del sacco con tre pani, rotondi e durevoli. Un motivo in più per cercare la via di casa.

Pane ai bifolchi, acqua alla fame. Sotto il sole ruggente.

Non aveva più tanta voglia di camminare l’asino, dopo quella incredibile fuga a velocità da purosangue. Lo capivo e lo ringraziavo. Cercavo di fargli ombra sulla testa sporgendo verso di lui il mio ombrellino lacero. Folli, una folla di folli, linciante, se ne rendeva conto, l’asino? Lui sì, se ne rendeva conto. Ed era l’unico tra di noi. Qualcosa di più grande di me si impadroniva della mia persona facendo in modo che mi comportassi come un imbecille.

Tutto questo camminare in solitudine mi ha lasciato il tempo di pensare. La prima volta le parole sono uscite quasi da sole, consapevoli di raggiungere orecchie umane e non asinine. Non è mai stato un successo, a dire il vero. L’asino è quasi sempre dovuto intervenire, in un modo o in un altro, a un certo punto. Sembrava che le sue orecchie, grandi e protese verso l’alto, ascoltassero meglio di quelle affusolate e prive di peluria di uomini e donne. Capiva quando era il momento di andare via e capiva il significato delle parole.

Mentre parlo nemmeno io mi rendo conto del senso di quello che dico, al massimo ci arrivo dopo, riflettendo in silenzio, al passo lento del somaro. Mi rendo conto che non sono discorsi totalmente sbagliati ma l’interlocutore solitamente lo è. Se sapessi prima quello che sto per pronunciare, l’argomento da trattare, forse non proferirei parola, alla fine. Guardando le facce di quelle persone chiunque avvertirebbe l’inadeguatezza di certe disquisizioni. Persino un asino.

Eppure, nonostante sia il peggiore compagno possibile, lui mi aveva comunque seguito, o, forse, è meglio dire :  ha lasciato che lo seguissi.

La notte in cui ci siamo conosciuti camminavo solitario ed ebbro quando la luna è scomparsa e gli astri si sono oscurati. Ero perduto nell’oscurità. A un tratto ho udito chiaramente il raglio di un asino e ho cercato di seguirlo. Per tutta la durata delle tenebre ho ascoltato e tentato di raggiungere il verso dell’animale.

Solo alle prime luci dell’alba, finalmente, scorgevo la sua sagoma, accanto a un albero frondoso. La corda che teneva intorno al collo, a quanto pareva, si era imbrigliata in un ramo. Mi ha visto ed ha aspettato che liberassi la corda poi, placidamente, ha fatto qualche passo nella verde radura, ha chinato il collo e si è messo a strappare l’erba con i denti. Non si è curato della mia presenza per un periodo di tempo interminabile.

Riposavo sotto l’albero, osservandolo. Solo un attimo prima di incamminarsi verso l’orizzone l’asino si era voltato verso di me e mi aveva fatto cenno di seguirlo. E io avevo seguito la sua coda che, agitandosi, frustava  gli insetti molesti e gli faceva aria al culo.

 

© 2018

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