DIVIDE ET IMPERA (“Cronache delle Guerre fra Poveri Vol.1”)

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Il rumore dello sciacquone, per esempio.

Per lui è insopportabile.

Immagino lo percepisca come una cascata che precipita nella stanza da bagno. Come il preannunciarsi dell’inondazione, della piena che arriva e non guarda in faccia niente e nessuno.

Deve fare paura. A me no. E’ ovvio. Per me, per voi, è solo lo sciacquone del gabinetto.

Anche la luce è diversa.

Non saprei dire con esattezza, ma sono quasi sicura che sia un po’ come quando apriamo gli occhi, dopo averli tenuti chiusi a lungo, e veniamo colpiti dal bagliore del sole. Una cosa così. Come quando ti puntano una torcia elettrica in faccia. Lo capisco da come reagisce in certe circostanze. Fa una specie di scatto, come se fosse investito da un pugno di luce. Anche a me capita, solo che succede quando cammino al buio. Magari dopo avere spento l’ultima lampadina e prima che gli occhi si siano abituati del tutto all’oscurità. Non so se sia capitato anche a voi. A volte ci si blocca di colpo come se si percepisse un ostacolo nel buio totale. Non è detto che l’ostacolo ci sia, magari pensiamo sia il muro ma quello si trova un metro più in là. Una cosa simile.

Non so se mi sono spiegata. E’ difficile. Lui non me lo dice. L’immaginazione, mi rendo conto, può sbagliare, può essere falsata da quello che penso io, da quello che provo io, non lui. Solo che non ci sono molte alternative.

In ospedale non dicono niente, non sanno niente. Sempre le solite storie. Pazienza, speranza. Come in chiesa. Viene spontaneo confrontarsi con chi è nella tua stessa situazione. Ci siamo riuniti, parliamo dei nostri figli e delle nostre figlie. Questa è stata la cosa migliore che abbia fatto la sanità pubblica per noi: farci incontrare. Mentre aspetti interminabili ore, alla fine, ti conosci, chiacchieri, ti lamenti insieme a qualcun altro, tanto per non sentirsi l’unica che non accetta la situazione, che vuole fare qualcosa, che vuole delle risposte. Tanto valeva radunarsi anche in un posto più piacevole di un ospedale.

Sono venute fuori cose interessanti. Suggerimenti e consigli preziosi. Siamo andati avanti. Non come in ospedale dove tutto rimane sempre allo stesso punto, impantanato. A volte, si torna pure indietro. E no eh, alla fine sono i nostri figli. A loro non gliene importerà niente, ma a noi sì.

All’inizio sembrava che avesse qualcosa in meno rispetto agli altri bambini. Invece ora ho capito che ha qualcosa in più.

Non c’è differenza, in fondo. Crei uno squilibrio dentro e questi sono i risultati. E’ importante capire quale sia l’aspetto accentuato, cercare di creare i presupposti per attenuarlo. In questo modo, a volte, lui riesce a ritrovare quello che sta sotto, quello che per noi è normale e per lui è nascosto da tanta sensibilità. Da troppa sensibilità.

Lasciamo perdere quando abbiamo cercato di capire perché è diventato così. Apriti cielo. Ancora più confusione, più balbettii. Anche qui abbiamo dovuto fare tutto da soli. Non siamo mica scienziati. Però qualcuno in gamba c’è. C’era spesso questo collegamento con le iniezioni e i metalli pesanti, il mercurio. Pare che serva come additivo e conservante. Ma pare anche che non serva a niente, che se ne possa tranquillamente fare a meno.

Producono le cose in quantità industriale, figurarsi con che cura lo possono fare. Provate voi a fare una cosa fatta bene o un milione di cose fatte in fretta. E’ normale. Qualche difetto ci può essere, per forza. Non entriamo nel discorso se sia giusto o meno, altrimenti mi arrabbio o qualcosa di più. Non riesco proprio a pensarci. Ho imparato ad andare oltre. Ormai è successo. Magari evitiamo che succeda ancora ma intanto pensiamo a lui. Pensiamo a cosa possiamo fare per aiutarlo. Lo amiamo tanto. Anche perché ci sarebbe la questione di dove vengano messe queste medicine, di come vengano trasportate, in che condizioni. Non è che ci sia tanto da stare allegri. Con tutte le notizie di gente che muore per negligenza o per strutture inadeguate. Le valvole cardiache difettose, le protesi sbilenche,le truffe, la sporcizia, i topi, i pazienti trattati come cavie. Esseri umani che pagano le tasse. A volte il terzo mondo non è così distante come sembra.

Qualcuno ha cominciato a dire che è paranoia, che si vogliono vedere complotti ovunque. Come se la gente di una certa età non sappia come si sta al mondo e cosa faccia girare le cose. Lasciatemelo dire, hanno solo complicato la situazione. Sono arrivate persone che non c’entravano niente. Hanno detto che stavano dalla nostra parte.

Non ne sapevamo nulla. Di cosa stavano parlando, esattamente? Anche loro avevano un figliolo nelle stesse condizioni? No. Loro ce l’avevano con le multinazionali farmaceutiche. Va bene, avranno avuto buone ragioni. Per carità, non sta a me giudicare quello che non conosco. A me non importava. Quelli insistevano con il nostro gruppo dicendo che ci avrebbero aiutato. Peccato che hanno fatto tutto il contrario. Dall’altra parte sono arrivate le industrie farmaceutiche, la stampa, le tv, tutta una serie di personaggi che non conoscevo. Nè io, né gli altri genitori. Hanno fatto dibattiti pubblici. Ho seguito un po’ la cosa, poi mi sono resa conto che stavo solo perdendo tempo. La solita guerra tra poveri. Tra poveri imbecilli. A nessuno di loro importa un fico secco di lui o degli altri ragazzi e ragazze, dei bambini.

Abbiamo ricominciato a occuparci delle nostre cose, quelle importanti. Erano anni che aspettavamo un segno dalle istituzioni, un passo avanti. Il risultato è stato che hanno obbligato tutti a fare le iniezioni. Bel risultato, veramente. Ancora più soldi sempre agli stessi, obbligatori questa volta. Con tanto di rigetto dalla vita pubblica in caso di obiezione. Non è democrazia questa. A me non interessa. Ho visto quelli che, a detta loro, hanno cercato di opporsi. Non sono buoni a niente, sono ragazzini, sono corrotti come gli altri, non sanno niente dei problemi reali. Nemmeno lo Stato, mi viene da pensare, a volte. Altrimenti si muoverebbe per risolvere i problemi seri e non solo per le sciocchezze. I problemi seri languono nella noia degli anni ad aspettare. Che paese. Tanti di quelli lì non resisterebbero un solo giorno con uno dei nostri figlioli. Ci vuole cuore. E, scusate, attributi. Ci vuole anche un po’ di voglia e di cervello. Laggiù in Giappone non hanno fatto tanto caos come qui da noi. Hanno solo preso in considerazione l’ipotesi di trovare una soluzione. Non lo so se in Giappone allo Stato importi più delle persone che da noi, non capisco il giapponese. Però, magari, è vero che i bambini un po’ più grandi sono meno esposti. Non lo so. Comunque il mercurio è la seconda sostanza più tossica al mondo. Viene spontaneo chiedersi se sia un bene iniettarlo nell’organismo. L’hanno tolto dall’amalgama per le otturazioni, l’hanno tolto anche dalle vaccinazioni, se è per questo, ma non da tutte. Viene spontaneo chiedersi perché non si usino quelle, altrettanto efficaci, che non contengono mercurio. Viene spontaneo chiedersi perché, invece di scegliere una strada, magari più complicata e impopolare, che tuteli la salute delle persone, si sia scelta quella comoda di agevolare chi produce e vende a discapito di chi consuma.

Senza tutto questo polverone avremmo potuto concentrarci meglio sui bisogni dei nostri figli. Quella è la cosa più importante. Costruire con loro una terapia, qualcosa del genere almeno, non dico una cura ma un percorso di miglioramento, di adattamento. Anche per noi. Non saprei dire quanto siamo noi ad adattarci a lui o viceversa. E’ una cosa reciproca. Provate a immaginare di avere a che fare con un essere che viene da un altro mondo, da un altro pianeta se volete. Sarebbe difficile comunicare, afferrare quanto siamo noi a non capire lui o lui a non capire noi. Saremmo sulla stessa barca dell’incomprensione.

Ci sono casi peggiori di mio figlio: l’incomunicabilità quasi totale. Non è facile. Ci facciamo forza a vicenda. Ogni segnale positivo lo prendiamo come uno splendido dono dal cielo. Non è una questione religiosa, credetemi. E’ più vicino al fatto di non volere perdere la felicità. Se la perdiamo noi, non potremmo più trasmetterla ai nostri figli. E vi assicuro che queste cose le percepiscono meglio di quanto si creda. Non lo dicono ma lo sentono eccome.

Tra gli sfortunati c’è anche chi ha avuto più fortuna. Come noi o anche altri che se la passano ancora meglio. Sembra quasi che dia fastidio, a volte. E’ molto triste. Non sono gli altri genitori più sfortunati a invidiare i figli meno problematici, meno chiusi in se stessi. Figuriamoci, se proprio devono invidiare qualcuno, ci sono un mucchio di bambini e ragazzi sani, senza difficoltà. Sono proprio i genitori di questi ultimi che hanno l’indecenza di protestare . Sono arrivati a negare il parcheggio per disabili a una famiglia di nostri conoscenti, il parcheggio davanti alla scuola. Un posto dove sostavano il tempo di depositare e recuperare la bambina. Non che sia un pacco la bambina, certo che no, ma avete capito. Non parcheggiavano lì e andavano a farsi gli affari loro, insomma. Eppure qualcuno ha pensato che la bambina non era poi così disabile, che quello fosse un privilegio non dovuto. I soliti miserabili che fanno la voce grossa con chi sta ancora peggio di loro. Come se il posteggio riservato ai disabili fosse un simbolo di status sociale, un privilegio esclusivo come avere il pass per l’area vip di una discoteca.

Non ci potevo credere quando me l’hanno raccontato. Eppure esiste veramente tutta questa cattiveria, tutta questa ignoranza. Noi ci sentiamo come la Svizzera, tranquilla e neutrale a farsi gli affari propri, ma anche meno, come San Marino o quel posto sulle montagne spagnole, Andorra. Posti piccoli dove la gente si cura dei propri affari senza dare fastidio a nessuno. Ogni volta le guerre ci raggiungono, però, ci coinvolgono. Distrazioni, niente di più. Questa è la verità. Avremmo altre cose più importanti di cui occuparci. Anche solo osservare i nostri figlioli con la dovuta attenzione, essere sempre pronti a comunicare con loro, con questi esseri così sottili. A volte sembra che siano lì e che non ci siano allo stesso tempo. Impalpabili, fatti d’aria.

A volte ho la sensazione di allontanarmi: troppe, troppe distrazioni. Sento di perdere la nitidezza con cui vedo mio figlio quando sono concentrata. Devo cercare di mantenere un livello più elevato, altrimenti lo perderò e poi dovrò ricominciare tutto, non dico da capo ma da un punto in cui eravamo già stati. E questo è frustrante. Loro non lo capiscono perché parlano e si muovono senza doversi preoccupare di quello che fa paura, fa male alla testa, acceca gli occhi, stordisce le orecchie, tocca le corde del cuore troppo forte, viene da lontano, rimane sconosciuto, cambia troppo in fretta, accoglie tutta la materia, indiscriminatamente.

Lui no. Nemmeno io lo capisco, veramente. Fino in fondo non ci arrivo.

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