DI SICURO C’E’ LEI (parte IV)

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Charlotte ha pulito un po’ la casa.

Gentile da parte sua.

– Hai visto il film Leon? – Mi fa.

– Sì. –

– Non noti le somiglianze? –

– No. –

– Davvero? – Lo dice così, sorridendo.

E’ felice.

Chissà perché ma è felice.

E’ un’incosciente.

– Tanto per cominciare tu non sei più una bambina, lo eri dieci anni fa. Ora sei ancora una ragazzina ma sei maggiorenne da un pezzo. Poi io sono più sveglio di Leon, anche se ho un nome meno cazzuto e non credo di essere in grado di eseguire una flessione sulla schiena appeso a testa in giù. Non ne vedo il motivo, d’altronde. – Tocca spiegarle tutto.

Non credo di aver mai parlato tanto in una volta sola.

Sento un principio di spossatezza.

– Comunque, anche Leon ha salvato la bambina. – Continua lei.

– Io non ho salvato nessuno. – Preciso.

Inutile perdita di fiato.

– Ma mi salverai. – Dice lei fiduciosa.

Di cosa stiamo parlando? Mi chiedo.

– Non è che ti salverò, siamo nella stessa mer… situazione. Capisci? –

– Capisco, capisco. Sei un tipo formale tu, non ti sbottoni. – Charlotte salta da un argomento all’altro.

E’ fuorviante.

E’ fuorviante vederla folleggiare per la stanza come se fossimo due amanti clandestini durante una fuga liberatoria.

Cerco di condividere le conclusioni che ho potuto trarre da tutta questa storia.

Lei è d’accordo con me.

Poi ricomincia a divagare.

Esprime quanto sia sbalordita dal fatto che anche io faccia il sicario.

Quanto non l’avrebbe mai immaginato.

I suoi tentativi di cercarmi.

L’incredibile coincidenza che ci ha messi di fronte.

I casini in cui riesce sempre a ficcarsi.

E’ una ragazzina.

Non avrebbe mai dovuto intraprendere, nemmeno con il pensiero, questa carriera.

Che sciocchezza.

– Come ti è venuto in mente di diventare un killer? – Le chiedo quasi esasperato.

– Ho frequentato brutte persone. – Spiega lei. – Non ho niente da perdere. –

Altre sciocchezze.

– Avevi tutto da perdere. Non saresti andata oltre il tuo primo incarico. Te ne rendi conto? –

– Adesso sì. – Dice lei sinceramente sconfortata. – Ho fatto un enorme sbaglio. – Conclude.

Gli sbagli servono a imparare ma, nel nostro lavoro, se sbagli, potresti non avere più l’occasione per mettere in pratica quanto appreso.

Comunque è fatta, inutile lasciarsi andare alle lagne.

Non fa per me.

Charlotte insiste con questo suo amore infantile nei miei confronti.

E’ ridicolo.

Continua a girare per casa mezza nuda.

E’ difficile concentrarsi sulla prossima mossa.

Bisognerebbe agire con una certa rapidità.

Più il tempo passa e più il nostro rivale può organizzarsi meglio, cercarci, chiuderci in trappola.

Esco di casa.

Non dico niente a Charlotte.

Lei è al sicuro dove sta.

Torno al mio appartamento.

O meglio, mi tengo a una distanza di sicurezza dall’appartamento.

Il mio intento è quello di trovare chi mi sta cercando, prima che lo faccia lui.

Qualcuno sarà stato messo a ronzare intorno al posto dove abito abitualmente.

Individuo un soggetto che stona con il resto dell’arredo urbano.

E’ seduto al tavolino di un bar, di fronte al mio palazzo.

Ogni tanto alza lo sguardo verso la mia finestra.

Tiene d’occhio l’ingresso principale e la strada.

Decido di passargli deliberatamente davanti ed entrare nel palazzo.

Non ho visto nessun altro e sono disposto a correre il rischio.

Mi fermo dietro l’ ingresso, protetto da una spessa porta di legno intarsiato.

Quando il tizio varca la soglia gli ficco una pallottola tra la scapola e la clavicola, da  tutte e due le parti , e una terza nel polpaccio destro.

Ora che non può muovere le braccia e nemmeno correre lontano lo interrogo.

– Come va? –

Lui non risponde.

– Chi ti ha mandato? Siete una specie di consorzio? –

Quello non risponde. Digrigna i denti dal dolore e mi guarda come se volesse farmi esplodere all’istante con il potere della mente.

Purtroppo per lui, non è dotato di tale potere e io insisto.

– So chi siete, più o meno. – Dico. – Volete avere il monopolio o qualcosa del genere, giusto? –

Il tizio continua a tacere ma, questa volta, i suoi occhi hanno detto abbastanza.

Gliene piazzo una nel cuore e me ne vado.

Peccato.

Questa casa mi piaceva.

Non ci tornerò mai più.

E’ un pensiero che mi fa arrabbiare parecchio.

Alcune persone diventano più pericolose quando sono arrabbiate.

Altre, invece, diventano più vulnerabili.

Raggiungo l’edificio del mio nemico.

Ho deciso d’inscenare un eclatante gesto di avvertimento.

Spero di fare venire allo scoperto chi tira i fili, in questo modo.

Indosso un cappello scuro, con la visiera, un paio di occhiali neri e ampi.

Entro nell’edificio e faccio fuori un paio di persone con il coltello, estraggo entrambe le pistole e ne secco, a occhio e croce, una decina.

Quando nei paraggi non c’è più nessuno, giro i tacchi ed esco.

Un autobus qualsiasi si ferma a pochi metri da me e apre le porte.

Salgo.

Sono un po’ meno arrabbiato.

Un paio di isolati e scendo dall’autobus.

Non sono lontano dal rifugio, faccio due passi.

Charlotte è una vera donna di casa.

E’ stata molto attenta ed è uscita solo per comprare qualcosa da mangiare.

L’appartamento ha un aspetto quasi accogliente dopo che lei ha pulito e ordinato un po’ le cose.

Vuole sapere dove sono stato.

– A casa mia. –

– Perché ci sei tornato? E’ folle. –

– Bisognava smuovere le acque. –

– Hai scoperto qualcosa? –

– Il mio presentimento era corretto. Qualcuno vuole il monopolio del lavoro in città. –

– Non si fermeranno finché non ci faranno fuori entrambi, quindi. –

– Giusto. Sono andato anche in un altro posto. –

– Tu sei pazzo. – Dice Charlotte quando ho finito di raccontarle il resto della storia.

Di solito non parlo di queste cose con una donna.

Di solito le donne non sanno niente di me e della mia vita vera.

E’ strano parlarne così, apertamente, con Charlotte.

Non credo mi piaccia, non ci sono abituato.

– E adesso ? – Domanda Charlotte.

– E’ sempre la solita storia. – Dico.

– Cioè? – Chiede lei, giustamente.

– Aspettiamo un paio di giorni. –

– Che palle, – dice.

Non ha tutti i torti.

Il fatto è che non bisogna mai perdere la pazienza.

Arrabbiarsi va bene, purché si mantenga il controllo sulla calma.

In questo lavoro la calma è fondamentale.

Ogni errore di valutazione, ogni forzatura, ogni impulso seguito senza ragione, porta alla disfatta.

La porta della stanza si apre senza fare rumore.

Almeno è quello che pensa chi la sta aprendo.

Per me è perfettamente udibile.

Me ne sto sdraiato nel letto mezzo nudo, con un’evidente erezione.

Sotto il lenzuolo ripiegato nascondo l’arma.

Charlotte pensa che stia dormendo.

La sua lingua sfiora la punta del mio pene.

Sapevo che sarebbe finita così.

Apro gli occhi per vederla rannicchiata tra le mie gambe, i capelli rigogliosi e arruffati come una giungla.

L’accarezzo e la trascino verso di me.

Merita di meglio.

Anche lei ha sofferto tanto.

Adesso è venuto il momento di provare piacere.

Due giorni passano in fretta se si trova qualcosa di interessante da fare.

Ora che siamo a un punto critico non hanno più senso molte cose.

Siamo io e Charlotte, non l’abbiamo scelto, non l’abbiamo voluto.

Forse lei, un po’, lo voleva.

Io no.

E’ stata solo una coincidenza. L’ennesima.

In ogni caso, due giorni di sesso selvaggio e raffinato mi hanno riportato alla vita.

E’ stato meglio che dormire due settimane di fila.

Mi sento carico, come nei momenti migliori.

Charlotte dorme e io l’osservo.

Purtroppo non c’è un balcone per arieggiare i pensieri.

Sono comunque riuscito a fare un po’ di chiarezza.

Andare avanti con tecniche da guerriglia servirà a poco.

Devo trovare e decapitare il vertice.

Esco senza svegliare Charlotte.

Sono costretto ad espormi.

Una cosa che odio.

Contatto un uomo.

Se avete bisogno di armi, in questa città, lui può aiutarvi.

Cerco un posto pubblico da cui posso telefonare anonimamente e lo chiamo.

Pare che qualcuno abbia comprato molti pezzi ultimamente.

Non mi può aiutare con un nome ma dice che quello che comandava, secondo lui, è un tipo biondo, con i capelli lunghi, piuttosto alto.

Non è molto ma è qualcosa.

So che se un nano calvo mi si parasse davanti, non sarebbe lui il mio uomo.

Torno alla fortezza del nemico.

Nell’occasione precedente non sono andato oltre l’ampio atrio d’ingresso.

Ho solo una vaga idea di quello che potrei incontrare più avanti.

Nonostante il buio della notte, l’edificio ha ancora diversi uffici illuminati.

L’atrio è semi deserto.

Entro e mi comporto, più o meno, come nell’altra visita.

Solo che questa volta uso di più il coltello e meno la pistola.

Imbocco un corridoio e poi le scale verso i piani superiori.

Non sembra che si siano particolarmente preoccupati della mia precedente incursione.

Rimango vigile il più possibile.

O questi imbecilli mi hanno totalmente sottovalutato o non hanno nulla da temere.

Ne faccio fuori un paio lungo le scale.

Imbocco un corridoio illuminato.

Sembra maggiormente popolato.

Meno male che sono uscito con parecchia artiglieria addosso.

Quando entro nella stanza ci sono quattro uomini.

Il biondo è seduto a una scrivania.

Lo fulmino subito.

Meglio non tergiversare.

Un uomo dietro a una scrivania nasconde troppe cose.

Gli altri tre mi guardano.

Uno ha un bicchiere di vino in mano.

Sono degli imbecilli.

Ne ammazzo un altro.

Uno dei due rimasti si piscia addosso.

Ammazzo anche lui.

L’unico superstite è meno spaventato, forse è solamente rassegnato.

– Chi sei? – Mi chiede.

Cliché.

– Sono quello che volevate fare fuori. – Rispondo.

– Ah. – Dice lui.

Che incredibile manifestazione di stoltezza.

– C’è qualcun altro che mi vuole morto? – Domando.

– Non saprei, – dice. Sembra sincero.

– Quello lì è il capo? – Chiedo indicando il biondo.

– Sì. – E’ bello incontrare qualcuno di poche parole, in questo mondo di opinioni urlate e non richieste e di discorsi a vanvera.

– Se me ne vado qualcuno verrà a cercarmi? Vorrei una risposta sincera. – Domando gentilmente.

– Non posso dirlo con sicurezza. – Risponde il tizio.

Ne ho abbastanza.

Metto fine all’interrogatorio e rimango solo nella stanza.

Nell’edificio, probabilmente, c’è qualcun altro.

Solo una volta fuori, una volta lontano, comincio a rilassare i muscoli.

L’artigiano che lavora per i fatti suoi, con la dovuta perizia, batte il discount della grande distribuzione.

Distribuzione di imbecillità.

Anche in questo ambiente, ormai, il livello è caduto veramente in basso.

Il balcone di questa casa nuova mi piace molto.

Osservo Charlotte sdraiata nel letto.

Uno dei miei passatempi preferiti.

Le tende leggere volteggiano come fantasmi mosse dal vento.

L’oceano si schianta sulla scogliera e risuona.

L’aria si è rinfrescata.

Lei mi guarda e sorride.

– Alla fine hai fatto come Leon. – Dice.

Alzo gli occhi al cielo.

– Sei andato laggiù e li hai fatti fuori tutti. E mi hai salvato. – Persiste con questa storia.

– Sono sopravvissuto, io. – Faccio notare.

– Ok, ok. Sei ancora più cazzuto di Leon, e scopi come lui non saprebbe mai fare, ma ammettilo. Hai tratto ispirazione da lui. –

Non ce la faccio più.

Quasi, quasi, mi butto di sotto.

Chissà se le acque scure dell’Atlantico sono in grado di donarmi un po’ di pace, sotto questo cielo stellato?

Non c’è mai un attimo di tregua.

Faccio un passo dentro la stanza e afferro il polso di Charlotte.

La tiro verso di me senza farle male, con delicatezza.

La bacio.

Le mostro il mare.

Le mostro il cielo stellato.

© 2017

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3 pensieri su “DI SICURO C’E’ LEI (parte IV)

  1. sono molto incasinata ultimamente, pensieri di psiche sai, latito un po’ in internet lo so, ma appena “mi ripiglio” mi piace leggere te, lo sai, sempre piaciuto e scorrevole il tuo stile…
    P.S in questi giorni mi son messa a leggere Pelle di Leopardo di Tiziano Terzani taddì té!! 😛

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