DI SICURO C’E’ LEI (parte II)

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Forse vi chiederete perché, in questa storia, non ci sono molti uomini, a parte me.

La risposta è semplice.

Quando ci sono fanno una brutta fine.

Le donne no.

Non è un problema.

Non mi sento in colpa.

Non mi sento migliore degli altri.

Non sono io a decidere la sorte.

Questo lo so bene.

Se mi vedete solo è perché lo sono.

Non potrebbe essere altrimenti.

Non riesco ad interessarmi a quello che fa la maggior parte della gente.

Non sono mai riuscito a legare con qualcuno per molto tempo.

La gente è troppo agitata per me, troppo confusa.

Come Giorgia.

Troppo comune.

Come Enrica.

Anche se lei pensa di essere particolare, vestendosi con indumenti indiani o incensando la casa o condividendo un uomo con due amiche.

Non è così.

Uccidere qualcosa ti lascia, forse, qualcosa ti toglie.

Certezze, per esempio.

Non si può avere la certezza di quando verrà il momento.

Ma si può essere sicuri che verrà.

Questa è una certezza che lascia bene impressa.

Di sicuro c’è lei.

Dormo poche ore.

Fuori tutto è silenzioso e buio.

L’orologio sulla parete segna le otto di sera.

Le famiglie sono a tavola.

Qualcuno sta già lavando i piatti e s’appresta a spegnere il cervello di fronte alla tv.

Devo andare in bagno.

Davanti allo specchio osservo con attenzione la mia immagine.

Niente di nuovo.

Faccio una bella pisciata e le cose cominciano ad andare meglio.

Torno nell’altra stanza, mi avvicino allo schermo acceso del portatile.

Qualcuno mi sta contattando.

Chattiamo per qualche minuto poi stacco tutto.

Adesso esco.

Prendo una boccata d’aria.

Metto qualcosa sotto i denti.

In strada, l’atmosfera intorno ai caseggiati lascia intendere che una candeggiata aerea abbia strappato alle cose la vitalità e i colori.

C’è uno sfumato grigiore, un assonnato, intimo, torpore.

Il cielo si è tinto di vinaccia, ha dimenticato la sua naturale tonalità notturna.

Il fiume procede placido.

Affiorano bottiglie galleggianti, senza alcun messaggio da recapitare.

Nell’aria le note di una jazz band.

Provengono da un edificio vicino.

Il locale è fumoso.

La musica si è interrotta.

Probabilmente i musicisti si sono presi una pausa.

La musica ti fa sentire ancora più solo, oppure molto meno solo.

Mi siedo.

Arriva una cameriera paffutella.

Le sorrido.

Ordino del vino e qualcosa da mangiare.

– Per favore. Grazie. – Dico.

– Grazie a te. – Dice lei, gira i tacchi e sparisce.

Vicino al palco c’è una ragazza.

Sguardo da leonessa, pelle caramellata.

Mi alzo, mi avvio nella sua direzione.

Qualcuno la chiama e lei si volta.

Un uomo, sax a tracolla, le tende una mano e la invita a salire.

La donna sale sul palco, si dirige verso il microfono.

Torno a sedere.

La musica riprende.

La cameriera ritorna con un vassoio pieno di roba.

Mangio con calma, bevo il vino, ascolto la musica.

Il concerto è finito.

La cantante è al bancone, sorseggia un drink.

Sta ascoltando un signore in giacca e cravatta.

Prendo posto su uno sgabello dietro di lui.

Non smette mai di parlare.

Aspetto.

Si distrarrà da tutta questa monotonia.

Ora guarda me, sorrido.

Sembra incuriosita.

L’uomo si volta per vedere cosa abbia colpito la sua attenzione.

– Bella musica.- Mi complimento.

– Grazie. Ci conosciamo? – Chiede lei.

– E’ una splendida idea. – Dico.

Le rubo un sorriso.

Lei chi è ? – Chiede il tipo incravattato.

Non riesco a guardarlo.

Sono troppo impegnato con gli occhi magnetici di lei.

– Ti va di uscire di qui? Andiamo a prendere qualcosa da un’altra parte. – Propongo.

Lei sembra scossa.

No, non posso, – dice.

– Nessun problema, magari la prossima volta. – Ho detto io senza rimanerci male.

– D’accordo. – Ha concluso la bella cantante.

Non ho più niente da fare in questo locale, stasera.

Me ne torno a casa, sul balcone.

Era una mattina.

Lucia era venuta da me molto presto.

Non poteva aspettare.

Ardente.

Di una bellezza sconvolgente.

Persino le donne si voltavano a guardarla.

Io sapevo che Lucia era anche piuttosto intelligente.

L’ammiravo e lei mi ha insegnato tante cose.

Nessuno si curava del suo cervello, oscurato da un corpo splendente.

Tutti rimanevano abbagliati dalla superficie e lì si fermavano.

La famiglia di Lucia era ricca, importante.

Quando lei mi domandava del mio lavoro io dovevo mentire, come al solito.

Non mi piaceva farlo con lei.

Si era presentata all’alba.

– Domani mi sposo. – Aveva detto.

Non ho fatto i salti di gioia.

Tanto a te non importa molto di me. – Aveva aggiunto dopo un po’.

Le sue parole sembravano provenire da lontano.

– Questo non è vero. – Le ho detto.

Sono due settimane che non ti fai sentire, non sapevo nemmeno dove cazzo fossi finito. – Diceva sul serio.

– Ero a lavorare. – Mi sono giustificato.

Un attimo dopo non credevo a quello che avevo detto.

Che caduta di stile.

Ma quale lavoro!? Che lavoro è? Nessuno lo ha mai capito! – Lucia aveva la voce spezzata.

Cercava di camuffare la cosa alzando il tono.

Non l’avevo mai sentita urlare.

– Nessuno chi? – Le ho chiesto un po’ preoccupato.

– Io! E chi cazzo se no!? – Aveva perfettamente ragione. Mi sono avvicinato a lei e le ho accarezzato il viso.

Aveva le guance umide.

– Adesso faccio una doccia e poi parliamo. – Ho detto.

Con calma.

D’accordo. – Ha detto lei.

L’ho vista togliersi la giacca e sedersi sul divano.

L’acqua lava dalle impurità. Sulla pelle, sotto la pelle.

Riporta a uno stato precedente.

Il fuoco, invece, trasforma le cose.

Non essendo munito di lanciafiamme ho dovuto lavarmi con l’acqua della doccia.

Il risultato è stato comunque positivo.

Impensabile una rivoluzione romantica, mandare tutto a monte, fuggire verso lontani approdi.

Meglio tornare a una situazione primigenia.

Quando tra me e Lucia non c’era nulla e nemmeno sapevamo dell’esistenza uno dell’altra.

Sono tornato di là, lei ascoltava in silenzio.

Sapevo che non aveva perso neppure una parola.

Non sapevo, invece, se le mie parole fossero state abbastanza chiare.

Quando le parole non sarebbero mai state sufficienti.

Mi guardava.

Poi il suo sguardo affranto aveva cominciato a mutare, a distendersi.

Si era avvicinata e mi aveva baciato sulle labbra.

Mi aveva stretto forte.

Si era slanciata indietro e aveva cominciato a spogliarsi.

Come se un serpente velenoso le si fosse infilato tra i vestiti.

Con la velocità dell’illusionista era rimasta nuda tra le mie mani.

Niente avrebbe potuto riempire quel vuoto che portavamo dentro.

Era molto tardi quando lei ha cominciato a rivestirsi.

Io l ’ho guardata a lungo.

Per non rischiare di perdermi niente, intensamente.

L’ho guardata uscire per sempre.

Attraverso la porta dell’appartamento.

L’ho vista mentre si voltava.

Ciao Fidelio. – Cercava di coprire le lacrime inclinando il capo.

Io la guardavo.

Alla fine, in strada non c’è più nessuno.

Nessuno a cui raccontare storie tristi.

Nessuno a cui gridare a squarcia gola di svegliarsi.

Ti stanno uccidendo lentamente, amico!

Non vale la pena, amico.

Vado a dormire colmo.

Colmo di malinconia.

– Ti aspettavo. – Dice lei.

Ne sono felice.

– Posso offrirti qualcosa da bere ? – Le propongo.

Alice è nata in Canada.

Ha una sorella più piccola che abita con lei.

Ultimamente le cose stanno andando bene.

Ha trovato un gruppo di musicisti con cui lavora

in modo regolare.

La sua voce è un incanto.

Mi racconta tutte queste cose come se ci conoscessimo da tempo.

Ascolto volentieri.

– E di che cosa ti occupi? – Mi chiede.

Intanto arriva un tizio e la saluta con tempismo perfetto.

Alice saluta il suo amico, si intrattiene un attimo a chiacchierare, poi annuncia che noi dobbiamo andare.

Mi chiedo dove si vada.

Una volta usciti dal locale Alice sembra dispiaciuta.

– Non ti piace questo posto, vero? – Domanda.

– Non mi piace tanto la gente, in generale. – Rispondo.

– Abbiamo un eremita qui, un fottuto asociale. – Dice lei ridendo.

– Il locale mi piace, è qui che ti ho trovato. – Aggiungo io.

– Chi dice che sei stato tu a trovare me? – Dice lei.

Ha un senso, forse, non rispondo.

– Dove andiamo? – Chiede.

– Hai fame? Possiamo andare a mangiare qualcosa. -Suggerisco.

– Va bene. Andiamo a casa mia. – Cammina fino ad una macchina parcheggiata e infila la chiave nella portiera.

Mi fa cenno di salire.

Guida velocemente.

Giunti a casa sua, apre la porta una ragazzina.

– Lei è mia sorella Charlotte. – Spiega Alice.

– Ciao. – Saluto.

– Ciao. – Fa lei. – Sei un amico di Alice? –

– Credo di sì. – Dico io.

– Sei molto alto. – Dice lei.

– Anche tu sei una ragazzina piuttosto alta. –

– Io ho dodici anni. – Charlotte sembra sveglia per la sua età .

Alice sta cucinando qualcosa.

Ben presto siamo in tre seduti a tavola.

Non capita tutti i giorni una situazione del genere.

Almeno a me.

La serata è divertente.

Alice e Charlotte sono molto spiritose.

Poi la bambina deve andare a dormire.

Credo sia giusto. Si è fatto tardi, per lei. L’appartamento è grande, Alice accompagna la sorellina in camera sua e torna dopo un po’.

Da me.

Ho appena il tempo di scorgere un leggero mutamento nel suo sguardo prima che lei mi piombi addosso.

Cerca le mie labbra.

Le trova.

Mi ricorda cosa significa baciare.

Quello che viene in seguito è la nascita di un uragano tra le acque profonde e calde del Golfo del Messico quando incontrano il fronte d’aria gelida che mi porto appresso.

Il divano era comodo ma anche il tappeto, il tavolo, il muro del corridoio e , soprattutto, il letto.

Alice adesso dorme e io, come al solito, vigilo.

Vedo le cose rallentare all’improvviso.

Non capisco mai se sia il flusso dei miei pensieri ad accelerare o il mondo che rallenta insieme al respiro del sonno.

Entrambe le cose, probabilmente.

Chissà perché, in certe circostanze, rallentare vuol dire accelerare?

Fermarsi, invece, vuole sempre dire fermarsi.

Anche Alice va di fretta.

Me ne sono accorto durante i nostri incontri seguenti.

Ha visto dove abito.

Ogni tanto arriva e scopiamo come fossimo dentro la bocca di un vulcano.

L’aria si fa densa, lapilli infuocati dappertutto.

La terra calda e scura avvolge il mio corpo temprato.

E il suo, di animale selvatico, a volte si arrende, a volte si ribella.

– Che fretta c’è? – Le dico.

– Hai ragione, cazzo! – Dice lei. – Cazzo, se hai ragione!- E rallenta.

Brava ragazza.

Appagata se ne va.

Non mi fa domande quando non mi trova.

Sensazioni positive ma senza eccessivo ottimismo.

Troppa esperienza.

Troppo disinganno.

Di solito, quando lavoro in città, lo faccio di notte.

E’ più prudente.

Mi resta tutta la giornata per stare con Alice.

Dice che si sta affezionando a me.

Pericolo.

– Tu cosa pensi della morte ? – Le chiedo.

– Non ci penso molto. – Dice lei. Poi continua:

Io non ho paura però, la morte viene per tutti e non ha mai torto. –

Parole sante.

Almeno per le mie orecchie.

Andiamo a prendere Charlotte a scuola.

A casa, io e lei ci mettiamo a guardare un vecchio film di

animazione.

Un classico irresistibile.

Alice deve uscire di corsa.

Una persona l ’ha contattata per un ingaggio importante. Rimango con Charlotte fino a sera.

Lei mi aiuta a cucinare, credo di starle simpatico.

Mi colpisce l’intelligenza che può avere una ragazzina così piccola.

Il suo cogliere aspetti fondamentali di ogni cosa con naturalezza.

La grande lucidità che gli adulti fanno di tutto per perdere.

E perdono.

Dopo cena giochiamo con un videogioco.

Il protagonista è un assassino.

Carino.

Accompagno Charlotte in camera sua.

– Buona notte. – Mi dice.

La saluto ed esco per andare a lavorare.

Alice tornerà tra poco.

Odio quando ci sono i cani.

Non mi piace uccidere un cane.

Per questo porto sempre con me un po’ di sonnifero.

La villa è enorme e silenziosa.

Cammino come un ombra lungo i corridoi bui.

Sento rumori provenire da una stanza.

Vedo una luce passare attraverso lo spiraglio della porta. Busso.

Una figura in controluce appare sulla soglia.

Punto la pistola contro la fronte del mio uomo.

E’ lui.

L ’ho riconosciuto.

– Buonasera. – Dico.

– Lei chi è? Cosa vuole? – Domande classiche.

Ci sono abituato.

Gliene infilo una in testa.

Quello cade a terra e lì rimane.

Ancora per molto.

Torno a casa di Alice.

Lei non c’è. Charlotte dorme.

Alice ha molti libri e io mi metto a leggere.

Non so che ora sia esattamente quando suona il telefono.

Alzo la cornetta senza rispondere.

Una voce chiede se c’è qualcuno.

– Sì, – dico, – chi è? – Chiedo.

La voce mi spiega che Alice ha avuto un incidente.

Non c’è stato niente da fare.

Il sole, intanto, fa capolino.

Non che mi interessino più di tanto, oggi, la sua luce e il suo calore.

Qualcosa mi dice che sto piangendo.

Era molto, molto tempo, che non capitava.

Non me lo meritavo.

Queste sono le vie del destino?

Lo so, le coincidenze.

Devo andare a casa.

Devo dormire.

Devo prendere una lunga pausa.

CONTINUA….

© 2017

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