DI SICURO C’E’ LEI (parte I)

Marc_Lagrange_fashion_05

Pic by Marc Lagrange

Suona il citofono.

Sono quasi le undici e mezza.

– Chi è ? – Chiedo con poco entusiasmo.

– Sono io , apri Fidelio , devo parlarti. –

Faccio scattare il meccanismo del portone.

Non si preannuncia niente di buono.

Lascio la porta socchiusa.

Eccola che entra.

Trafelata, la giacca penzolante da una parte, la borsa dall’altra.

Forse ha bevuto.

Ha messo male il rossetto, senza cura.

I capelli biondi, la ricrescita scura.

Lancia tutta la sua roba per terra e attacca.

– Ciao Fidelio. Ti disturbo? Sei stanco? Come è andato il lavoro ? –

Calma.

– No. Sì. Chissenefrega del lavoro. Ciao Giorgia. Tu come stai?

– Bene. –

Non mi pare convinta.

– Di cosa volevi parlarmi? – Chiedo.

Intanto si avvicina al divano, si china e mi bacia.

All’improvviso si scosta e dice:

– Me ne vado. –

Lunatica.

– Prendo da bere. Vuoi fumare? –

La mia offerta basta a darle la sensazione di essere desiderata .

– Senti , mi sono scopata uno. In questi due giorni in cui eri via. Non riesco a sopportarlo. –

– Cos’ è che non sopporti di preciso? – M’incuriosisco.

– Non so se voglio ancora vederti… Io capisco che tu possa sentirti mortificato… Mi odierai… Non riuscirei a starti ancora vicino senza sentirmi in colpa, senza leggere nei tuoi occhi la mancanza di fiducia. –

Giorgia a volte diventa stupida.

– Tranquilla, la cosa non mi secca. –

Perché dovrebbe poi?

Non siamo sposati, neanche fidanzati.

Ci si vede. Niente di più.

– Dici così perché… –

– Dico così perché è così. Non mi frega. Veramente. –

– Ok , però sei uno stronzo a dire certe cose. –

– Senza dubbio. –

La notte è calda, più del giorno.

La pelle liscia di Giorgia ristora dall‘arsura.

La guardo dal balcone, in cerca di brezza.

Sa che non la amo.

Ha i suoi problemi.

Il sole irrompe all’orizzonte.

Questa mattina non vado da nessuna parte.

Riposo assoluto.

Sento i piedi nudi appiccicarsi al pavimento.

Accendo una sigaretta.

Per le strade tutto è ancora tranquillo.

Guardo di sotto, mi sporgo.

Penso a un suicida, ce la farebbe a schiattare da questa altezza oppure rimarrebbe a contorcersi dal dolore in una lenta agonia, con l’asfalto in bocca?

Una vecchia apre le finestre, sbatte un cuscino.

Giorgia si gode gli ultimi momenti di sonno.

Non potrebbe andare meglio di così ma qualcosa mi dice che, invece, tutto va storto.

In più continuo a pensare ad altro.

Dopo l’ennesima sigaretta, mi rendo conto di essere rimasto attanagliato al terrazzo.

Come un piccione.

Poi Giorgia si sveglia, si veste, prepara qualcosa da mangiare.

Nessuno dice niente.

Quando finisce di mangiare va in bagno.

Rimango seduto al tavolo.

Sfoglio una vecchia rivista.

Giorgia esce dal bagno.

Alzo la testa e lei mi rivolge un sorriso smagliante, tutta truccata e profumata.

Sei stato incredibile. – Dice.

– Grazie, tesoro. E’ stato tutto merito tuo. –

Sta già uscendo, mi saluta e mi chiede quando ci saremmo rivisti.

Chi lo sa?

– Presto, – le dico.

Solitudine.

Il postino suona a tutti.

Non rispondo.

Chi mi vuole deve andare in internet.

Deve cercare un certo sito di chat libera per scambisti gay e entrare nella stanza sado-maso.

E’ così che i clienti mi contattano.

Torno al fetido terrazzino.

Ho voglia di guardare un po’ la gente che passa.

Mi piace immaginare di essere uno di loro.

Provare a indovinare quello che farà, chi è.

L’automobile correva senza che io facessi molto per guidarla.

Fissavo il cielo e non riuscivo a distinguerlo dalla striscia d’asfalto della strada.

Gli stessi toni di grigio.

Quello che stava sotto, stava anche sopra.

Una provinciale simile a mille altre.

Campi malinconici, un coperchio di nuvole.

Un gattino ha attraversato l’ asfalto di sotto, un paio di auto davanti a me.

Preso in pieno.

Nessuno si è fermato.

Ho inchiodato e sono sceso.

Ancora si contorceva al centro della carreggiata.

Ho spostato con un piede il corpo del gatto, sul bordo erboso della strada.

Ho riavviato il motore, pieno di tristezza.

Era già buio quando ho attraversato il ponte d’entrata alla città.

Acqua tranquilla come catrame in una cisterna sfiorava le mura.

Su un alto torrione roccioso una statua della dea Atena.

Città universitaria.

– Si? Pronto. – La voce da bambina.

– Sono Fidelio. –

– Ah, ciao! Dove sei adesso ? –

– In una grande piazza a pianta quadrata, vedo un convitto. – Ho spiegato.

– Ci sono decine di convitti, qui. Comunque credo di avere capito.-

Ho seguito le sue indicazioni.

– Dovresti vedermi alla tua destra, di fronte hai il castello. – Infatti era lì.

Ho riattaccato.

Sono sceso dalla vettura e ho baciato sulle guance Enrica, era bellissima.

Mi ha invitato a salire in casa un attimo.

Non ha mai nemmeno immaginato il mestiere che faccio.

Le ho detto:

– Hai cenato ? Andiamo da qualche parte? –

– Sì, va bene. –

L’osservavo mentre faceva aderire al seno la cintura di sicurezza dell’auto.

L’ascoltavo mentre mi raccontava della sua vita.

– Dopo cena, – mi ha proposto – ti presento due amiche, possiamo andare da qualche parte a bere qualcosa tutti insieme. Se ti va . –

Certo che mi andava.

– Certo che mi va . –

Enrica ha parlato fino al caffè.

Parlava mentre si infilava la giacca.

Sorrideva e ogni tanto chiedeva se mi stava annoiando con le sue chiacchiere.

Gentile da parte sua.

– No, non mi annoi. – Ho mentito.

Siamo passati a prendere le amiche di Enrica.

Belle ragazze, davvero.

Hanno attaccato a raccontarsi le ultime novità.

Alessia era più silenziosa. Mi piaceva.

Mi sono assentato un po’ tra i pensieri.

Ho sorriso.

Un locale affollato ci ha accolto più tardi.

Giovani universitari.

Noia.

Elisa, poverina, era alla ricerca di un amore serio.

Diceva anche di essere arrabbiata con i ragazzi.

In compenso, ogni ragazzo ci provava con lei e lei sembrava felice.

Alessia non era poi così taciturna.

Lo era solo con me.

Mentre le mie tre compagne intrattenevano pubbliche relazioni io bevevo.

– Stai prendendomi per il culo? – Mi ha chiesto una tizia all’improvviso.

– Dici a me? – Ho chiesto.

Poi il suo amico ha iniziato a sbraitare qualcosa sul Caucaso.

Il posto da dove proveniva, o qualcosa del genere.

La sua mano si agitava davanti al mio petto.

Cominciavo a pensare che la serata avesse perso la sua magia iniziale.

Ho fatto un passo avanti.

Non c’era più spazio per gesticolare.

Lui ha fatto un passo indietro.

E’ inciampato sopra un porta-ombrelloni di cemento ed è finito a terra come un coglione.

La sconosciuta di prima è corsa da lui.

– L’hai quasi ucciso! – Ha strillato.

Un sacco di gente, tutto intorno, si è messa a ridere.

Poi mi sono voltato verso le mie compagne.

– Andiamo a casa mia. – Ha detto Enrica.

Finalmente soli.

Nella stanza di Enrica.

Aspettavo.

Quell’attimo.

Un bacio.

Eccolo.

Una carezza.

Eccola.

Mani lisce.

Abbracci che mi avvolgevano.

Una delle tre mi ha afferrato il cazzo.

La sua bocca.

Un seno sulle mie labbra.

Labbra calde.

Corpi lucidi.

Lenzuola madide.

Fiche bollenti.

Seni turgidi.

Umori.

– Lascia qualcosa anche per noi. – Ha detto Enrica mentre fottevo Alessia.

Alla fine ho cercato di essere equo.

Il conforto dei corpi che dormono , di fronte a me.

Un quadro affascinante.

Mi sono ritrovato viandante nel centro.

Ho fatto finta di interessarmi alle vetrine.

Ho comprato una bottiglia di vino e del gelato.

Mi sentivo vuoto, come se tutto fosse scivolato via.

Sono tornato da Enrica verso l’ora di pranzo.

Aveva dormito benissimo.

Anche le sue amiche.

Preparo qualcosa da mangiare, hai fame ? – Mi ha chiesto quando sono arrivato.

– Non molta. – Ho risposto.

Hanno pensato fosse un invito a ricominciare.

Erano troppo belle per dire di no.

Ero stanco.

Inebriato.

A tratti mi è parso di vedere raggi di luce.

Raggi di luce dai corpi delle ragazze.

Razzi di luce esplodere dal mio fallo dolorante ma non domo.

Nel pomeriggio Enrica ha cucinato pasta al pesto.

Ho aperto il vino e mangiato un po’ di gelato.

– Che carino, hai comprato il gelato. – Ha detto Elisa.

E infatti me lo mangio.

– Ma quando l’hai comprato, scusa? – Ha chiesto Alessia da un mondo parallelo.

– Mentre dormivate, prima. – Ho risposto.

– Tu non dormi mai? – Ha chiesto di nuovo Alessia. Mi ha appoggiato una mano sulla spalla ed è scesa giù, accarezzandomi fino alla coscia, poi ha stretto le dita.

Era nuda e bella, come le altre.

– A proposito, – mi ha chiesto Enrica – non hai ancora rivelato cosa ti ha spinto da queste parti. Hai parlato di una commissione… –

– Sì. Niente di importante. – Ho risposto divagando.

– Non me lo vuoi dire, eh? Cose losche, magari c’è di mezzo una donna. – Ha detto lei, leccandosi via un po’ di gelato dalle labbra.

Che stupidaggini.

Ho calato gli occhiali scuri come un sipario.

Elisa e Alessia hanno cominciato a prepararsi per tornare a casa loro.

Sono rimasto lì impalato, un paio di minuti.

Questa enorme casa delle bambole dove accadono cose.

Enrica mi ha augurato buon viaggio.

Era ora di lavorare.

Mi sono fermato nei pressi di una villetta.

Niente cani, solo una bassa recinzione.

In giro non si vedeva anima viva.

Domenica di calcio e gite in famiglia.

Sono entrato in giardino.

Ho raggiunto una porta a vetri sul retro.

Ho bussato e aspettato.

Un uomo sulla sessantina, tuta da ginnastica, telecomando in mano, è comparso dalla penombra della stanza.

– Chi è lei, cosa vuole ? – Ha domandato legittimamente.

Si è infilato il telecomando nella tasca della tuta e ha fatto scorrere la vetrata.

Un colpo solo, attraverso il polmone.

Poco sangue, nessun rumore.

Un cadavere sul pavimento di una casa qualunque.

L’ho spostato con il piede, come il gatto investito.

Sono tornato all’auto.

La strada era ancora piuttosto lunga.

Tra le risaie diversi soli riflessi.

Magari mi fermerò da qualche parte a mangiare un boccone, ho pensato.

CONTINUA….

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