BOLLELANDIA (parte II)

bollicine

– Sei riuscito a sentire per telefono il produttore di cui ti ho passato il contatto?

– Sì.

– Grande ! Questo è di nicchia, non ci pentiremo di conoscerlo.

– Ok.

– Ha detto che è tutto a posto, che possiamo andare quando vogliamo?

– Sì.

– Bene.

– Che dici, lo avvisiamo che stiamo arrivando?

– Ok.

Il bip del segnale sonoro di chiamata irrompe negli altoparlanti dell’auto. Una voce femminile prende il posto di quella di un noto cantante inglese, dice che non ci sono problemi, vi aspettano.

Fantastico, siete già per strada.

– Sai, mi sembrava una voce famigliare.

– Ah si?

– Si, a te no?

– Non saprei.

– Ma chi era? La moglie?

– Si. Si chiama Nicole.

– Come, scusa?

– Nicole.

– Ma sei sicuro di avere chiamato il tizio che dico io?

– Si, perché?

– Ma, non so. Tutte le mogli dei viticoltori, qui, si chiamano Nicole?

– Non credo.

– Sì, ma questa qui è la seconda, perché anche la moglie di Patrick si chiama così. Ricordi?

– Si… mi pare.

– Ecco. Fai un po’ vedere il numero che hai chiamato.

– Non è quello che ti ho passato io.

– Ah no?

– Hai telefonato a Patrick.

– Ah.

– Eh già.

– Quindi?

– Forse è meglio che fai inversione, stiamo andando nella direzione opposta alla Cote des blancs.

Patrick non è molto alto ma neppure basso, non è né magro né grasso, non è giovane ma nemmeno vecchio. Indossa una canottiera azzurra e un paio di pantaloni corti, marroni. Dalle scarpe nere e consumate spuntano due calzini di cotone spesso, bianchi, con una sottile riga blu all’altezza dell’elastico. Patrick è piantato a terra come una liana di vite. Scava in profondità, non conosce ostacolo, s’accontenta della terra meno fertile. Patrick segna i suoi cartoni con il simbolo della pace ma non appare propriamente come un hippie. Nel suo sguardo potete scorgere molti ideali e anche la forza per realizzarli in concreto. All’interno dei cartoni mette bottiglie di vetro e all’interno delle bottiglie di vetro un nettare. Un nettare fermentato con sapienza, con amore. Patrick è bianco sulla testa, canuto come l’uva che coltiva. Bianco de’ bianchi.

Nicole è una donna dall’aspetto giovanile, dinamica, sorridente, ha occhi buoni. Forse è lei la hippie. Vi accolgono in salotto. Conoscete la casa ma qui tutto vale la pena di essere vissuto più volte. Patrick siede da una parte, voi dall’altra. Vuole vedervi bene in faccia e la luce lo infastidisce se arriva dall’angolazione sbagliata. Il tavolo di legno e il resto della stanza sono di una modesta casa di campagna. Piante dappertutto, mobili colmi di ogni sorta di oggetto legato al vino. Osservate con un largo sorriso le foto della vigna di Patrick, grand cru importante. Osservate l’erba e i fiori tra i filari, i cavalli che aiutano nel lavoro al posto delle pesanti e invasive macchine di metallo. Osservate Nicole che raggiunge la credenza ed estrae un fluttino per ognuno dei presenti. Patrick si alza, sparisce nel corridoio e torna con una bottiglia sudata in mano, senza etichetta, nuda e gocciolante come una bella donna appena uscita dalla doccia. Una visione che vi fa insorgere una sete improvvisa. Patrick stappa la bottiglia con l’aiuto di uno schiaccianoci. In cima al collo delicato e sinuoso, al posto del sughero, si manifesta una fumata breve e allegra, uno sfrigolio gioioso. Fa capolino un velo di schiuma. Patrick tiene la bottiglia sulla punta delle dita , come fosse un oggetto d’arte, la osserva da varie angolazioni, lascia , finalmente, che la luce vi penetri senza timore, per vedere l’effetto che fa. Poi si rivolge alla fila di calici luccicanti sul tavolo di legno. Mentre versa con una mano, con l’altra stringe lo stelo sottile dei bicchieri alla base, tra l’indice e il medio. E’ uno spettacolo vedere Patrick che serve il suo vino. Lascia che la schiuma si espanda e passa al calice successivo, senza fretta, osservando bene il liquido. Quando arriva alla fine della fila torna indietro, ricomincia dal primo bicchiere e riempie fino all’orlo. E’ un’esplosione di bolle, un fruscio basso , attraente quanto il canto delle sirene. Si brinda e si assaggia. Il solito sorprendente champagne fa la sua entrata magistrale nel naso e nella gola. I suoi profumi, il suo gusto gioviale e ribelle come Patrick, fresco come l’aria del nord. Chiacchierate amabilmente. Parlate della precedente visita, degli amici che avete conosciuto quella volta, di come il vino di Patrick sia rimasto eccezionale e del fatto che sì, ci sono molti italiani in giro perché da noi ricorre una festa nazionale. Parlate soprattutto di vino, com’è giusto che sia. Ripercorrete la storia del padre di Patrick, del suo giungere nella terra delle bolle dal vicino settentrione. Il matrimonio con la figlia di un vigneron, l’inizio di una carriera e di una passione. Il mitico consorzio di cui il padre era direttore. La cassa di legno tornata indietro dal Vietnam e adesso in bella mostra sopra la credenza. Una testimonianza riportata dal mare, un salvagente, una porzione di relitto galleggiante con un nome sopra. Un nome che è garanzia di autenticità di qualcosa che, anche se in pochi ne conservano memoria, è realmente esistita. Quando Patrick ha ereditato la passione e la vigna, il padre si era già messo in proprio da un po’. Patrick ha millesimi molto vecchi. L’altra volta, per convincervi a rimanere per un calice ancora, quello della staffa, vi aveva aperto un 1990. Avete abbattuto i vostri culi secchi sulla sedia, all’istante, e con sorrisi giganti avete degustato qualcosa di diverso. E’ un’altra cosa, aveva detto serio Patrick. La sua abilità di sintesi.

– Come mai non vendi il tuo champagne in Italia, Patrick?

– Troppe carte da compilare, troppa burocrazia. Lo vendo ai francesi e agli italiani che vengono a trovarmi.

– Sei un grande.

– Fai bene.

– Patrick, che tipo di prodotti utilizzi nella vigna?

– Non utilizzo prodotti chimici. La mia terra è viva.

– Bravo.

– Sei un grande.

– Solfiti ne metti, Patrick?

– Pochi.

Patrick è molto preciso e vi dice la quantità esatta, purtroppo i numeri in francese non sono il vostro forte, né di nessun individuo dotato di logica che non sia francofono.

– Fai bene a usare meno robaccia chimica possibile.

– Sei un grande.

– Come mai, Patrick, non hai una denominazione di prodotto biologico sulle tue bottiglie?

– Troppe carte da riempire, troppe regole da seguire. Me ne frego.

– Sei un grande.

Intanto Patrick è andato di là, almeno un paio di volte, ed è tornato con altrettante bottiglie. Sudate, senza etichetta.

– Cosa ci porti Patrick?

Lui guarda la bottiglia contro luce. Non dice niente, vi scruta inclinando la testa un po’ in avanti, le pupille brillano vispe sopra le lenti unte degli occhiali. Toglie solennemente gli occhiali e li pulisce con l’orlo della canottiera, li inforca di nuovo. Finalmente vi vede in modo nitido e vi lancia la sfida. Vuole che siate voi a dire cosa state bevendo. E’ più giovane o più vecchio? Accogliete la sfida consapevoli di avere chance limitate di successo. Sparate a caso l’anno di una delle bottiglie millesimate che avete comprato la volta precedente. Lo azzeccate e festeggiate con un bel bicchiere di champagne. A Patrick interessa poco il lato commerciale. Conosce molto bene il valore della sua terra, delle sue piante, della sua uva, della cantina che condivide con altri vignaioli. Quello che gli interessa di più è il vino. Sta tutto scritto lì, nella capsula del tappo. Le esatte percentuali, divise per anno, della riserva usata per ogni bottiglia del suo grand assemblage. Lavorare in piccolo ma con la perizia , la precisione e l’amore che solo un grande può esprimere.

Un po’ più su, lungo la strada, nello stesso villaggio dove vi trovate ora, ci sono altre cantine. Alcune di queste cantine, almeno tre in particolare, sono tra le più acclamate dalla critica del momento. Voi lo sapete, non è che non lo sapete. Però il piacere di condividere il desco semplice di Patrick e Nicole non ha paragoni, va oltre il prestigio. E’ già motivo d’orgoglio sapere che il vino che state bevendo, con generosa abbondanza, non ha nulla da invidiare ad altre bottiglie di pari caratteristiche, molto più blasonate, molto più costose, molto più multinazionali nell’anima e nella ragione sociale. E’ questo il posto giusto dove trovarvi, lo sapete. Lo sanno anche gli altri presenti. La coppia di anziani belgi che vi raggiunge dopo la terza bottiglia e che vi offre la possibilità inaspettata di un assaggio esclusivo. Vi presentate. Dopo qualche parola, il signore belga mostra la scatoletta che sporge, sotto la pelle, sul lato destro del suo petto. Ride mentre vi spiega come funziona il pace-maker. Ride mentre vi informa del diabete che lo tormenta. Patrick appare dalla stanza delle meraviglie con una nuova bottiglia da osservare in controluce. Notate subito la carenza di liquido all’interno e il tappo da birra, di metallo. Pas dosè. Brut zero. Pas dosage. Brut nature. Chiamatelo come volete, è uno dei vostri preferiti. Se un produttore vende uno champagne senza aggiunta di zuccheri, di solito, voi lo comprate. Se è buono, s’intende. Perché quando è buona, una bottiglia così, contiene tutto quello che deve contenere. Anche se, a guardarla superficialmente, la bottiglia che Patrick apre con una sorda esplosione, pare rimaneggiata, in realtà, ha qualcosa in più: la sincerità. Vi piace pensare che il brut nature sia l’espressione più trasparente del lavoro di un vignaiolo che si occupa di bolle . Tutto è trasparente da Patrick. E’ un alchimista saggio, prudente, che sa come gli ingredienti giusti siano forniti dalla terra che accoglie la vite e le goffe creature che la coltivano. E’ tutto lì. Il signore belga alza il suo calice e voi fate tintinnare i vostri uno contro l’altro. Di questo qui, fa sapere il signore belga, strizzando l’occhio al bicchiere spumeggiante di perle fini e giocose , il dottore dice che può berne quanto ne vuole. Uno di voi racconta che il padre medico di un amico medico, si curava il raffreddore e altri malanni con lo champagne. Risata generale. Come se non fosse vero. Però lo è. Beato lui, pensate, non è una medicina che tutti si possono permettere. Voi, per abbassare i costi , vi mettete in strada e macinate chilometri, dormite dove capita. Avete la fortuna di pensare a questi momenti come un dono per passare del tempo insieme, come piace agli amici. Non tutti lo fanno. Comunque da Patrick non si respira mai un’aria snob, né si avverte la sensazione di bere un prodotto di lusso. Di grande qualità si, di lusso no. Qui non è il corso centrale di Epernay, con le regge delle casate storiche dello champagne, patrimonio dell’Unesco. Qui c’è il vino e le persone che lo producono con sapienza. Là c’è la storia, è vero, ma soprattutto il marketing. Concetti ormai  radicati nel pensiero comune e che hanno origine da un messaggio ingannevole, comunicato con l’unico scopo di trarre profitto. E’ sufficiente mettere piede, anche una volta sola, sul suolo sacro, ramificato, stratificato, calcareo, minerale e vegetale, per capire. Sentire il sudore sulla fronte, sentire il freddo che secca la pelle fino a farla aprire come un crepaccio, il sole implacabile, gli insetti. Non è roba da fighetti. Quello viene dopo, al massimo, se vi piacciono le pubbliche relazioni e fate, in ogni caso, un vino buono.

– E’ fantastico il tuo pas dosè, Patrick!

– Merci.

Il brut zero è solo per uso personale e per gli amici con problemi glicemici. Nonostante la normalità, per voi, sarebbe chiedere un’eccezione alla regola, martellare fino a ottenere quanto desiderato, questa volta tacete. Dominate l’audacia con il rispetto. E’ un grande onore averlo assaggiato, un grande piacere. Un bel ricordo. Basta. Cominciate a fare crocette su un foglio con tutta la lista dei vini che Patrick mette in commercio. Il grand assemblage e un’ampia scelta di millesimati, qualche bottiglia prodotta in circostanze climatiche eccezionali. Vorreste un numero appropriato di cartoni, un po’ per tipo. Patrick vi guarda leggermente deluso. E’ molto lavoro, dice. Da un lato siete dispiaciuti, dall’altro osservate contenti Patrick finire il suo champagne e alzarsi, dirigersi verso il furgone sgangherato , parcheggiato in cortile, e partire in direzione della cantina poco distante.

Nicole ne approfitta per fare un po’ di conti nello studio, accanto al salotto. Rimanete soli con i coniugi belgi. La moglie si rivolge al marito in una lingua di cui non capite una  parola. Lui le risponde e vi guarda. Vi chiede in inglese se è la prima volta che andate da Patrick. Rispondete in inglese. Non è la prima volta. Chiedete se la lingua di prima fosse fiammingo. Lo era, neerlandese. Capite perché preferiscano parlare in inglese piuttosto che in francese. Il Belgio non è mai stato in cima alla lista dei vostri paesi preferiti, a dire il vero. Piuttosto è in cima a quella dei paesi dimenticati. Ci siete passati, avete visitato un paio di città, conosciuto molte persone provenienti dal Belgio ma non vi ricordate spesso della sua esistenza. L’unica cosa che vi viene in mente è il ciclismo. Il Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni, Il Giro delle Fiandre. Il vecchio belga è entusiasta all’idea di parlare di biciclette, corse in bicicletta, ciclisti. Il signor Hubert, vi allunga il suo biglietto da visita. Dice di abitare con la moglie molto vicino a uno dei celebri muri che i corridori devono affrontare durante il Giro delle Fiandre. Se andrete in Belgio in bicicletta, dovrete assolutamente passare da lui. Sarete suoi ospiti, v’invita davanti allo sguardo perplesso della moglie. Siete comunque lusingati. Pensate al Koppenberg, al Paterberg e al muro di Grammont, dove spesso si decideva il vincitore della celebre classica monumento. Lo dite al vostro interlocutore e lui conviene con voi, siete daccordo sul fatto che una volta il percorso fosse più interessante rispetto a quello nuovo. Discutete di come sia tremendo affrontare una parete che superi il venti per cento di pendenza e abbia un fondo in pavé sconnesso. Immagini di uomini che scendono di sella , coperti di fango, impotenti di fronte alla gravità. Omaggiate Tom Boonen, uno dei primatisti di questa durissima corsa, che si è recentemente ritirato. Non fate menzione della Liegi Bastogne Liegi. Sulle strade di casa vostra non passa nessuna grande classica monumento ma Hubert vi sorprende, scovando, tra i suoi ricordi, una classica d’autunno, di fine stagione. Ormai declassata rispetto alle grandi corse primaverili del nord, risulta essere la più antica gara ciclistica in assoluto. Finisce nella vostra città e c’è una salita a dir poco spettacolare proprio nel finale, da scalare due volte. Ovviamente gli appassionati hanno già capito di quale corsa si tratti. Parlate dei ciclisti di nazionalità belga che conoscete per fama e apprezzate, di Eddie Merckx, il Cannibale. Hubert ride a crepapelle. Dice che Nibali è un bravo corridore. Lo Squalo, dite voi. E lui ride di gusto. Ne conoscete tanti di soprannomi. Date modo di divertirsi un po’ ad un anziano signore con il cuore malandato, un grave problema con gli zuccheri e una gioiosa voglia di bere champagne e parlare di bici. Il Pirata, il Falco, il Killer, l’Aquila, la Pulce dei Pirenei, la Locomotiva umana, il Re leone, il Grillo, il Diablo, il Cacaito, il Purito, il Professore, l’Uomo di ferro, l’Airone, il Campionissimo, lo Sceriffo, il Delfino, il Diavolo rosso, il Gitano, l’ Angelo della montagna, Il Treno, il Sacrestano, il Cinese, il Cuore Matto, il Testa di vetro, il Vedremo … addirittura il Trullo volante. Create insieme, con l’aiuto leggero e levitante delle bolle, una mitologia di centauri e ciclo-uomini, gambe d’acciaio, volontà incrollabile, fatica, doping e leggenda. Vi interrompe solo il ritorno di Patrick e del suo furgone pieno di magia. Andate tutti sul retro della casa di campagna. Cominciate a passare bottiglie immacolate nella loro nudità vetrosa a Nicole. Lei le infila in un macchinario semplice, manuale, incappuccia il tappo, la gabbia e il collo di ogni bottiglia. Qualcuno sistema l’etichetta piccola: blanc de blancs, cuvée de reserve. Alle fine Nicole incolla l’etichetta grande, con il nome di famiglia e tutto il resto, il minimo indispensabile. Le cose importanti, lo sapete, sono custodite sopra il tappo. Continuate così per un po’ di tempo. Prima incartate d’oro bottiglie piccole e bottiglie un po’ più grandi, per i giorni in cui ci saranno tanti amici; poi decorate i millesimati, d’argento, ricordi imbottigliati con rigore da almanacco. E’ tardissimo, il sole sta calando e voi lanciate baci attraverso il finestrino. Patrick e Nicole vi salutano con la mano, dalla soglia, come due parenti amorevoli. Vi augurano buon viaggio, andate piano. Au revoir. A presto.

Avete il bagagliaio pieno, le tasche vuote e sedato la vostra sete. Siete contenti, come tutte le volte che andate all’avventura. Non sapete dove mangerete un boccone o dove parcheggerete l’auto quando sarete stufi di guidare, non avete ancora presente, nei minimi dettagli, il modo in cui edificherete un comodo letto, da qualche parte nel bagagliaio, sui sedili, tra le scatole di cartone. Ce la farete, non esiste dubbio alcuno.

– Dobbiamo, oggi e sempre, ringraziare il vecchio Omer per averci fatto conoscere Patrick.

– Hai ragione.

– Chissà come se la passano lui e il vecchio Brian?

– Sicuramente bene.

– Chiaro.

– Hai visto la foto dell’auto nuova di Brian, quella che ci ha mandato con uotsap?

They’ve got cars big as bars, cantavano, più o meno, i Pogues.

– Ma che cazz… Solo tu conosci ‘ste canzoni.

– Ma va’, è una canzone di Natale. Forse la mia preferita.

– Non è Jingle Bells?

– No. Comunque: ginghelondeuei. Senti come tintinna là dietro.

– Bella l’auto di Brian.

– Non mi piacciono le auto americane, e nemmeno le altre, a dire il vero.

– Nemmeno quando ci dormi dentro?

– Mi ricorda soprattutto quanto sia comodo un letto.

– Anche la casa di Brian, in stile castello della Loira nel Jersey, è carina.

– Quella non è male, in effetti.

– Sì ma se non ci andiamo a fare una festa, alla fine, chissenefotte.

– Giusto.

– …

– Perché ti è venuta in mente la casa di Brian quando ho parlato di un letto?

– Non so.

– Anche una casetta più modesta risulta accogliente, no?

– Certo.

– Brian quanti figli ha? Tremila?

– Parecchi. Non così tanti. Più di quanti ne abbiamo noi.

– Bravo ragazzo Brian. Parecchio in gamba.

– Veramente. Anche Omer.

– Ci siamo divertiti anche l’altra volta.

– Già.

Avevate meno fretta e più cose da lasciare scorrere via, come le bollicine che risalgono lungo il cristallo e spariscono chissà dove, si trasformano in schiuma e aria. Abbandonano il luogo della loro lunga prigionia e tentano subito di spiccare il volo. Anche voi non avete ancora perso del tutto l’uso delle ali.

– Non siamo male.

– Ma se facciamo schifo, dai.

– Forse è vero.

– Cazzo se è vero. Alla nostra età dormiamo ancora in macchina e non sappiamo che cosa faremo tra cinque minuti.

– E’ questo il bello.

– Ovviamente.

– Sarebbe stato bello tornare a trovare anche gli altri vignaioli.

– Come no.

– Sarebbe stato bello conoscerne qualcuno in più.

– Sempre.

– La prossima volta, eh?

– Sicuro.

– E se ci fermassimo solo in Borgogna, tanto per cambiare?

– Si ma…

– E le bolle? Dici tu…

– Esatto.

– Le bolle sono sempre le bolle.

– Dovremmo venire almeno un paio di volte a questo punto.

– Oppure trattenerci di più.

– Oppure, che ne so. Un giorno ci sveglieremo e decideremo che non è più il caso, che non è più come prima, non è la stessa cosa di una volta.

– Alternative?

– Qualcosa di interessante a cui dedicarci la troveremo, lungo il cammino.

– Ci sto.

 

© 2017

3 pensieri su “BOLLELANDIA (parte II)

  1. penso sia giusto ringraziarti molto per avere condiviso con me la suggestione che hai avuto, è sorprendente. Sono cresciuto con quest’album in loop nell’autoradio di mio padre…quando non gliela fregavano… posso solo aggiungere che ” è bellissimo perdersi in questo incantesimo oh oh”.

    un abbraccio.

    "Mi piace"

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