LA BOCCA

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Tra i castagni, il falco è tornato. E’ un nibbio bruno. Ha portato con sé la sua compagna.

Sono una splendida coppia, li vedi stagliarsi nel cielo del mattino, col sole di fronte. Senza un battito d’ala superfluo, incrociano le traiettorie in una danza d’amore e di caccia.

Più o meno alla stessa ora, all’accettazione del pronto soccorso, nessuno.

Oggi non si lavora? Chiede un ferito con una benda sull’occhio ad una signora sulla sedia a rotelle. Non sa, dice lei. Nemmeno il resto del drappello d’infortunati e infermi sa qualcosa.

Nella sala d’attesa interna, un mega schermo piatto, appeso alla parete sopra la porta della toilette, trasmette un programma che illustra come scegliere, nel modo migliore, pentole e padelle. Dipende anche dalla forma di induzione termica che si utilizza abitualmente per cucinare in casa propria. Dei disegni simbolici elencano : una piastra elettrica, un fornello a gas, il fuoco vivo generato dall’accensione di ceppi di legno. Persone estranee guardano lo schermo, ognuno con il suo problema, in attesa.

La gravità del problema è espressa in colori. Rosso sei messo male. Passa pure, anzi, corri se puoi. Arancione, comunque non stai bene, al più presto verrai indirizzato alla tua destinazione ospedaliera specializzata. Verde, aspetta e spera. Quando non ci saranno rossi e arancioni, e se i medici non stanno chiacchierando imboscati da qualche parte, o bevendo un caffè, o facendosi praticare una fellatio da un’infermiera, forse, passerai. Intanto aspetta e guardati un po’ di tv, quando vedrai il numero che ti è stato assegnato su quel monitor, tocca a te. Infine il bianco. Grazie per essere passato a trovarci, se non hai un cazzo da fare fino a tarda sera, accomodati pure. Ma io non te lo consiglio. E il consiglio proviene direttamente dall’addetta alla ricezione. Quando è presente, ovvio.

Infatti arriva, con calma. E’ una signora che ha passato i cinquanta, da quasi un decennio probabilmente. E’ alta un metro e cinquantacinque, circa. Caschetto di capelli lisci, biondo cenere, tinta stinta. Un paio di occhiali spessi e ampi le coprono metà del viso paffuto. Per prima cosa si siede comoda, pigia un bottone e si sporge verso un microfono nero. Numero centosessantanove, pronuncia. Per seconda cosa si volta verso il suo collega che siede nel retro, anche lui appena emerso dagli oscuri flutti ospedalieri. A me non sembra che la mia voce al microfono sia così sexy come dicono. Lo dice sul serio, non è uno scherzo. Dopo tutto questo, rivolge l’attenzione ai bisognosi, contribuenti del suo stipendio, a questo punto pieni di dubbi sulla bontà dei loro investimenti forzati. Ricomincia a distribuire numerini, a indirizzare verso il controllo preliminare che viene effettuato da un ragazzino. Ha più l’aria di essere l’autista dell’ambulanza piuttosto che un vero medico. In effetti le sue visite non possono definirsi tali, si fida più che altro di quello che gli dicono i pazienti, delle smorfie di dolore che esibiscono e della simpatia personale.

I rossi non passano dalle sue parti, di solito. Arrivano con segni di malessere abbastanza evidenti, arrivano senza sapere esattamente dove si trovano, arrivano insieme alle sirene e altri esseri mitologici. Nessuno dei restanti colori può avere il coraggio d’invidiare i rossi, solo perché verranno degnati d’attenzione per primi. A questo punto si può anche aspettare un attimo. Si può approfittarne per fare una telefonata, spedire un paio di messaggi. Ad alcuni arancioni può venire difficile, però. Se sono accompagnati, delegano nell’attesa. Se sono soli, soffrono in silenzio e osservano con attenzione il tabellone dei numerini. Biiip. Una voce sensuale pronuncia il loro numero e via, a fare una lastra, a fare un controllo ginecologico o un controllo generale. Tanto, per ora, nessuno ha certezze mediche inequivocabili sulla propria situazione. Ne devi percorrere di corridoi e sale d’attesa. Sei solo all’inizio.

L’accettazione del pronto soccorso è la bocca d’entrata di questo corpo saturo di batteri e virus, e lacrime e sofferenza. Nel pronto soccorso si mischiano alla noia, alla rabbia, alla vergogna, al disgusto, alla sensazione di essere sperduti in un luogo di presa per il culo, alle zingare che vengono a pisciare nella toilette prima di tornare a mettere alla prova il buon cuore di chi visita i meno fortunati, al barbone che da tre giorni dorme nell’ultima fila di seggiole. E’ un bianco lui ma non come tutti quegli altri che a un certo punto cedono ed escono sbattendo la porta. Lui no. Resiste al sistema. Si sistema. Comodo e al calduccio come in strada non potrebbe stare, aspetta. E’ un combattente, un asceta. E’ l’ultimo della lista. Ne approfitta per dormire, soprattutto.

Passano le ore nel modo peggiore insomma. Il personale bisogna capirlo, se ne fotte dei pazienti per deformazione professionale, per assuefazione cronica alle disgrazie altrui. Sono muri di gomma, non potrebbero sopravvivere altrimenti, devono costruirsi questo guscio mentre si preoccupano delle ore di straordinario non ancora pagate, dei tagli imminenti, dei pettegolezzi tra colleghi, dei nuovi arrivati da nonnizzare, del marito o della moglie che non sono più quelli di una volta, dei figli che non si sa cosa faranno nel futuro, del cane con le pulci, del cesso di casa intasato, delle vacanze che verranno o che, sfortunatamente, sono appena terminate, dei privilegi veri o presunti di cui godono gli altri e loro no, della connessione internet che non funziona bene. Se si dovessero anche preoccupare veramente dei problemi dei pazienti sarebbe la fine. La bocca è così, piena di sciocchezze e viscida saliva e denti distruttivi e infezioni latenti, lingue taglienti, residui di cibo spazzatura. La gente seria sta all’interno, nel profondo , nel cuore e nel cervello dell’edificio ospedaliero. Si spera.

Poi entra un tipo che desta l’attenzione di tutti. I bianchi, i verdi e gli arancioni messi meglio, sono i primi ad accorgersi del nuovo venuto. Indossa una tunica bianca, dai riflessi madreperlacei azzurri, del colore dei primi e fugaci fiori di primavera. La sua pelle è chiara e luminosa. Tutta la sua figura brilla cangiante. Entra e si rivolge a una donna anziana, seduta su una delle tante sedie a rotelle, messe gentilmente a disposizione dalla struttura sanitaria pubblica. E’ vero, a qualcuna manca un bracciolo o un poggia piedi, va bene, non ce n’è una uguale all’altra e quasi tutte mostrano segni di usura oltre i limiti previsti dai costruttori stessi, ok, starebbero meglio in un deposito di rottami metallici piuttosto che in un ospedale, però almeno ci sono. La faccia è salva. Ma al nuovo venuto non interessano queste questioni polemiche e lamentose. Poggia la sua mano destra sulla spalla della signora anziana e si china verso il suo volto. Le chiede qualcosa in un bisbiglio, lei risponde aiutandosi con le mani per spiegarsi più chiaramente. Lui sposta la mano dalla spalla alla testa della signora e la luce pare, per un attimo, invadere entrambi. L’uomo si volta verso la platea d’ infermi in attesa e la donna si alza dalla sedia alle sue spalle. Non smette di posare il suo sguardo estatico sull’uomo mentre indietreggia verso la porta d’uscita e si libra leggiadra nel mondo esterno, pieno di sole che scalda le ossa vecchie, e stanche fino a poco tempo fa, e adesso in pace.

Cosa le hai detto? Chiede un signore in abiti dignitosi, anche lui anziano. Cosa ti affligge? Domanda a sua volta l’uomo. Sono caduto e ho urtato con la spalla. Il signore indica la manica vuota della sua giacca di velluto, il braccio retratto e sorretto da un fazzoletto legato intorno al collo. L’uomo in tunica si avvicina destando, come prima sensazione, un certo fastidio nel signore anziano, poco abituato a certe distanze confidenziali. Fa un passo indietro ma non ha più spazio, il distributore di bevande gli blocca la via di fuga. La mano dell’uomo luminescente lo raggiunge implacabile e lui rovescia indietro, un poco, la testa . I capelli bianchi sobbalzano sulla nuca come animati da un portentoso balsamo ringiovanente. Mah, ma… Dice il signore anziano mentre il suo sguardo torna serio e concentrato e si fissa in quello dell’uomo luminoso. La mano del signore anziano cerca quella dell’altro uomo e la stringe riconoscente. Senza parole, senza tante manfrine, come si conviene a un figlio delle Alpi. L’anziano signore imbocca anche lui la porta d’uscita. Una volta all’aperto, scruta la bellezza delle sue montagne imbiancate e risplendenti, le chiama mentalmente per nome come fossero care amiche, intanto sfila il braccio dal fazzoletto e lo ripone nella manica e poi in tasca. Si avvia con l’ andatura, rapida e paziente allo stesso tempo, adatta alla salita.

All’interno del pronto soccorso tutti vogliono sapere cos’ha fatto l’uomo in tunica ai signori anziani. Perché hanno abbandonato l’ospedale senza diagnosi, senza terapia, senza prenotare ticket da pagare e , soprattutto, senz’altro aspettare, in vana speranza, di vedere comparire un numero promesso come un miraggio nel deserto ? Stavano bene, dice l’uomo. Anche voi, state o starete presto bene, non vi preoccupate. Non dovete venire voi da me, in fila, di fronte a Caronte con le vostre monete strette nei palmi. Tranquilli, dice. Non vi lascerò incontrare adesso il tricefalo mastino e le sue fauci sbrodolanti, i suoi occhi di fuoco e il suo triplice tartufo umido e fiammeggiante. Vengo io da voi. Ditemi, cosa vi affligge?

Scusi ! Gracchia poco sensualmente un altoparlante. Scusi, lei di là! La smetta immediatamente ! E’ un medico lei? Scusi, si presenti in accettazione!

Cosa ti affligge figliola? Chiede l’ uomo a una ragazza sofferente. Ha un gran male allo stomaco. Informa la sua amica , in veste di accompagnatrice e portavoce ufficiale. L’uomo luminoso impone le mani a entrambe, la destra alla malata, la sinistra all’amica. Le ragazze si guardano e sorridono. Non si sono mai sentite così legate come in questo momento. Si abbracciano e raccolgono la loro roba con le lacrime agli occhi. Si passano a vicenda la borsa. Se ne vanno a prendere un caffè in centro, hanno molto da dirsi.

Io ho una mano gonfia, signore, scusi, mi può aiutare? Lo so che a furia di aspettare, guarirà da sola, ma vorrei solo sapere se sia rotta o no. Lei lo sa? Chiede un ragazzo intraprendente. Dammi la tua mano, amico mio, dice l’uomo in tunica. Accarezza la mano rossa e tonda per un attimo e conclude con un buffetto alla nuca del ragazzo. Fai il bravo, gli dice. E il ragazzo fa cenno di sì con testa, sembra davvero convinto. Lascia anche lui la sala d’attesa, diretto verso la frescura e l’effervescenza esterna, ad ampie falcate.

Scusi! Dice la voce, non più dall’alto, ma dal basso del metro e cinquantacinque, circa, di chi la emette, sempre più infastidita. Allora ! Dove siamo?! Questo è un ospedale! Chi è lei? Cosa sta facendo? Perché? E’ un medico? Lei? Mi scusi! L’uomo è occupato, non ha tempo per rispondere a quella voce, pare. Cosa ti affligge? Chiede a una signora che non ha quasi mai smesso di piangere. Non so. Forse sono incinta, dice. Forse no. Non sarebbe possibile. Forse ho un tumore nell’utero. Non so. So solo che sono arancione. Ho paura, dice. L’uomo la benedice con la solita mano destra e quella impalpabile luce. Non sapresti dire se è un riflesso dei neon sull’abito bianco dalle venature azzurre, o se proviene da sotto quelle vesti, dalla pelle dorata dell’uomo che indossa quel candido abito, o da chissà dove.

Anche io sono arancione ! Grida una donna su una sedia a rotelle rossa e logora. Ho un piede rotto ! Non è rotto, signora ! Che ne sa? Aspetti di fare una radiografia ! Strilla l’ospedaliera dell’accettazione. Non aspetto più un cazzo di niente ! Risponde la donna incattivita, quello là cura le persone. Guardi la signora, guardi come se ne va beata. Ha finito di aspettare lei. Quel maledetto monitor mostra lo stesso numerino da due ore e mezza ed è passato anche di più dal numero precedente. Questa è una vergogna ! Le fa eco un signore in tenuta da meccanico. Cosa ti affligge ? Chiede l’uomo con la tunica all’artigiano. Ho mal di testa, non riesco a lavorare, il tg parla ogni giorno di meningite e io… Non finisce di spiegare le sue preoccupazioni, la mano luminescente le rende futili e lontane, riempie l’uomo di salute e lo lascia tornare al suo lavoro. Io sono arancione ! Prima me ! Ritorna alla carica la signora con il presunto piede rotto. L’uomo in tunica si volta verso di lei e con un tono amorevole le ricorda la pazienza. La donna si placa. L’addetta all’accettazione, invece, s’infiamma. Lei non può fare così! Queste persone sono malate! Non si scherza con la salute delle persone! Pare che all’improvviso gliene freghi qualcosa del prossimo. Chiama qualcuno ! Urla rivolta al suo collega di passaggio. Cosa succede? Chiede quello incuriosito. Questo tizio crede di curare la gente mettendogli una mano sulla testa. Ma ti rendi conto?! Tutti a noi capitano!

In quel momento arriva un’ambulanza e scarica un vecchietto intubato, deperito, attaccato con un alito alla vita. L’attenzione degli addetti si concentra su di lui e sulle pratiche da sbrigare urgentemente e lascia l’uomo in tunica ai suoi miracoli. Quando la donna dell’accettazione torna su tutte le furie, pronta a scacciare il ciarlatano luminoso e malvestito, la sala d’attesa è quasi vuota. Rimangono la signora sulla sedia a rotelle e il senza tetto addormentato. Cosa ti affligge? Chiede l’uomo. Ho un piede rotto, te l’ho detto prima. Perché mi curi per ultima se io ero arancione e loro bianchi e verdi? Di cosa stai parlando, chiede l’uomo imperturbabile, con grazia e gentilezza. Dei colori, tenta di spiegare la donna. Poi la mano la tocca e lei sente il piede intorpidirsi e sgonfiarsi. Un calore piacevole l’avvolge e , raffreddandosi, porta via con sé il dolore. Grazie, dice la donna. L’uomo l’abbraccia e la lascia andare.

Cosa ti affligge ? Chiede rivolto alla donna dell’accettazione che lo osserva con odio e rancore. Non mi affligge niente, demente! Chiamo la polizia adesso ! Vattene! Hai svuotato il pronto soccorso! L’uomo si guarda intorno. E’ rimasto solo quello lì, sono tre giorni che dorme nell’angolo della sala d’attesa! La donna indica con tutto il braccio, senza nascondere il ribrezzo che prova per l’uomo sudicio e privo di fissa dimora. Quel corpo è vuoto. Dice l’uomo luminescente. E tu non vuoi essere curata, conclude. Io vado. Ciao. Dice. La donna rimane da sola. La sala rimane silenziosa. La donna si avvicina all’uomo e tenta di svegliarlo. Si svegli, forza ! Sbraita. Tocca a lei! Ma il barbone non si muove. Forza ! Insiste la donna. Fruga nelle tasche dell’uomo e prende il numerino. Corre alla sua postazione e pigia un bottone. Biiip, si sente nella sala d’attesa. Numero quarantasei, pronuncia l’altoparlante con tono sensuale. Numero quarantasei, ripete con tono irritato. Numero quarantasei, numero quarantasei, quarantasei ! Quarantasei per dio!

© 2017

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