Il presidente ha un retrogusto di escherichia coli (parte II)

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– Potevate salvare la vita di quell’omuncolo ed evitare di perdere un utile oggetto come la corda. Di solito , nei film, si diventa zombi senza cervello solo dopo che si viene morsi o cose del genere, voi , invece, state accelerando il processo, forse la cosa si trasmette anche via etere. Vi suggerisco di smettere di respirare. – E ride.

Nessuno degli altri presenti ride. Qualcuno osserva il cordone impigliato tra le rose. Avevano bisogno di quel cordone. Il Presidente vorrebbe alzare la voce, vorrebbe umiliare qualcuno, farlo sentire colpevole dei mali del mondo e soprattutto dei loro. Anche se lui non sarebbe mai stato in grado di pensare a un piano di fuga, né di metterlo in pratica. Per fortuna porta scarpe più lunghe del suo numero naturale , le fa imbottire in punta. Una volta ha sentito un tizio dire che i piedi lunghi danno a un uomo un’aria di maggiore potere. Vorrebbe sbottare come il potente tuono, prendere in mano la situazione e diventare un eroe. Al momento, però, non se la sente poi tanto, di muoversi troppo o addirittura adirarsi, con quell’umidiccio che sente tra le natiche e la totale confusione mentale. Alla fine opta per restarsene ad osservare mantenendo lo sguardo di finta perspicacia che tanto l’ha aiutato nella sua carriera.

– Fatevi da parte, per favore. – Dice l’autista.

Ora tutti possono vedere che , con un ferro del caminetto, è riuscito ad ottenere, lavorando in silenzio, una sorta di gancio, un uncino. L’ha legato ad un’estremità del cordone restante e si avvicina alla finestra.

– Prendete la tenda. Rendetevi utili. – Dice al capo e a una delle altre due guardie del corpo.

L’autista fissa la tenda a una colonna della stanza e se la lega in vita.

– Non voglio fare la stessa fine di quello là. – E indica in basso con il mento. Poi si avvicina alla finestra e chiede alla guardia del corpo di tenerlo forte alla vita mentre si sporge all’infuori e lancia il suo arpione. Il gancio vola oltre il cornicione.

L’autista chiede un silenzioso aiuto a qualcuno di caro, nel suo cuore, mentre tira lentamente il cordone fino a quando incontra opposizione.

– Si è agganciato, sembra. – Informa con una certa prudenza. Tira più forte e il gancio tiene.

– Ok, – annuncia , – io vado. Una volta su, assicuro il cordone nel modo più stabile possibile e da lì in poi ve la vedete da soli. –

– Come sarebbe ? – Tenta di chiedere il vecchio funzionario.

– Cazzi vostri, nonno. – Sintetizza l’autista. – Io più di così non posso fare. Voglio uscire da qui, per i motivi, più che sufficienti, che ho elencato prima e per altri motivi ancora più importanti che terrò per me. Buona fortuna, stronzi. –

L’autista sembra non avere fatto altro che arrampicarsi lungo una corda, da quando è nato. Con facilità estrema sparisce dall’inquadratura della finestra.

– E’ una scimmia. – Dice qualcuno nel gruppetto delle donne.

– Signore, – interviene senza eccessivi allarmismi la terza guardia del corpo, rivolta al suo capo. – La barriera sta crollando. –

– Diamoci una mossa allora. – Poi si rivolge a tutti quanti. – Preparatevi all’arrampicata! –

Dall’alto il cordone si alza e si abbassa, come a dare un segnale. Poco dopo, la tenda, che l’autista aveva usato come sicurezza, cala legata al cordone. Un ultimo simbolico consiglio per non fare sciocchezze.

Il primo a cadere è un altro dei numerosi lacchè. Un tipo smilzo e impalato, impomatato come un nobile francese del diciassettesimo secolo. La caduta viene attutita dalla tenda ma lui va comunque a sbattere con la testa contro il muro del palazzo presidenziale, procurandosi una brutta ferita che comincia a sanguinare abbondantemente.

– Tiratelo su ! – Implora qualcuno.

– Calatelo giù. – Dice qualcun altro.

Il capo delle guardie sembra pensarci un attimo, poi comincia a tirare su il lacchè, aiutato dalle altre due guardie del corpo. Fortunatamente non è pesante ma sembra in stato confusionale e non è più in grado di arrampicarsi.

Il secondo a cadere è una delle accompagnatrici. La tenda di sicurezza non è fissata abbastanza bene da reggere il suo peso precipitante. Dopo uno strattone il nodo si scioglie e lei cade nell’aiuola. Lo strattone le ha permesso di uscirne più o meno incolume. Si guarda intorno e strilla rendendosi conto di essere circondata. Comincia a correre ma il suo passo è claudicante, probabilmente ha riportato qualche ferita. Non riesce a fare molta strada prima di essere intercettata e smembrata come da copione già visto. Le guardie del corpo recuperano la tenda di sicurezza mentre la porta scricchiola di brutto e comincia ad aprirsi una breccia.

Il Presidente pretende di essere issato da qualcuno che si arrampichi prima di lui. E’ stato in silenzio fino ad ora ma visto che la situazione è degenerata oltre un livello di criticità accettabile aproccia un disperato tentativo di rivendicazione della sua posizione, teoricamente, dominante. Il capo delle guardie del corpo lascia passare il consueto attimo di riflessione e, senza degnare di uno sguardo il Presidente, invita uno dei suoi uomini ad arrampicarsi.

Facendo appello a tutta la sua forza, la guardia del corpo si inerpica con maggiori difficoltà rispetto all’autista. Dopo quello che sembra un interminabile lasso di tempo, grida di essere arrivato. Il presidente ci tiene ad assicurarsi da solo al cordone ed alla tenda, arrotola più volte intorno a sé le salvifiche stoffe e urla di essere pronto, la guardia può cominciare a tirare.

In quel momento la porta cede e diverse braccia si infilano nei pertugi scheggiati.

Si vede qualche occhio che sbircia all’interno della sala.

Occhi dall’espressione non molto astuta osservano un manipolo di persone spaventate a morte. Uno di loro è appeso a una corda e, a fatica, viene alzato di qualche metro sopra la finestra. Il cordone, fissato dal Presidente in persona, dimostra tutta l’incompetenza di quelle mani ingiustamente blasonate. Come uno yoyo, il Presidente rotola verso il basso e perde il sostegno di entrambe le corde improvvisate nello stesso momento. Cade proprio in mezzo a un capannello di quelli di sotto che ormai aspettano con gli sguardi rivolti verso il cielo, come i coccodrilli dei cartoni animati , nel fiume, sopra il ponte pericolante. Il Presidente non ha nemmeno il tempo di gridare prima che i suoi pantaloni, lacerati da decine di mani, lascino esplodere il frutto della sua fottuta paura.

– Ecco cos’era quella puzza. – Commenta senza un filo di emozione la segretaria poco avvenente. Si fa spazio tra i cinque o sei rimasti e raggiunge il cordone, se lo fa passare due volte intorno al polso e comincia a tirare.

– Un aiuto da sopra, per cortesia! – Grida, sperando di essere sentita. Il suo peso piuma consente alla guardia sul cornicione di issarla con facilità.

La porta intarsiata, di legno massiccio, ormai è andata. La guardia del corpo rimasta estrae la pistola e comincia a sparare sperando di frenare l’ingresso di quella fiumana di antropofagi.

Il primo a essere avvinghiato è il lacchè ferito che in un battere di ciglio viene trascinato all’indietro e scompare. Il vecchio funzionario tenta di raggiungere il cordone rimandato di sotto dalla segretaria ma viene spinto dall’accompagnatrice atletica che lo fa cadere dalla finestra. Il capo delle guardie estrae la sua pistola e colpisce, con il calcio dell’arma, la donna, assegnandole la stessa sorte del vecchio.

– Adesso vado io. – Dice puntando l’arma verso i rimanenti, che tremano dal terrore all’avvicinarsi degli intrusi, attraverso la porta.

– Si sbrighi, signore ! – Urla la terza guardia del corpo inserendo un nuovo caricatore nella sua automatica.

– Il capo delle guardie del corpo comincia ad arrampicarsi ma qualcosa va storto, la stoffa del cordone, sottoposta a troppa tensione, si strappa e lui cade di sotto insieme agli altri e diventa un pasto caldo, in brevi e poco interessanti istanti.

E’ finita, pensano tutti. E infatti e così. I proiettili stanno per terminare, la guardia del corpo rimasta pensa di utilizzare l’ultimo per sé, poco prima di essere afferrato da quelle che sembrano due casalinghe allampanate e dal volto grigiastro. E’ un bel ragazzo, ma arrivare addirittura a dividerselo letteralmente in due è troppo anche per un branco di groupies drogate e impazzite. Gli altri fanno tutti più o meno la stessa fine.

Sul cornicione passano inesorabili i minuti. La segretaria è la prima a parlare.

– Non ce l’hanno fatta. Diamoci una mossa. –

La guardia del corpo annuisce e si guarda intorno. Si arrampica ancora di qualche metro per arrivare al tetto e aiuta la donna a salire. Anche l’autista deve essere passato da lì. Il tetto è sgombro, c’è una porta in ferro, chiusa. Da lì non potrebbero che tornare all’interno dell’edificio infestato. Accanto al palazzo c’è un grosso albero, e , un po’ più lontano, il tetto di un altro palazzo, più piccolo, sede di altri uffici istituzionali. Per il resto: parco, pieno di antropofagi dagli atteggiamenti sconclusionati. Una laguna infestata da squali.

I due superstiti si guardano con una certa rassegnazione.

– Da dove sarà passato quell’altro? – Chiede la guardia del corpo.

– Non saprei, forse è saltato sull’albero ed è sceso mentre quelli di sotto erano distratti da tutte le cadute. – Ipotizza la segretaria.

Probabile. Oppure l’autista avrebbe potuto , grazie alla sua insospettabile agilità, raggiungere l’altro palazzo e da lì scappare. Non lo sapeva la donna, non lo sapeva l’uomo.

– Andiamo a guardare dove si va attraverso quella porta, prima di tentare fughe rocambolesche. – Suggerisce la guardia del corpo.

La donna si avvicina alla porta e la apre. E’ solo uno stanzino buio.

All’interno, rivelato dalla luce improvvisa, c’è un ragazzo rannicchiato. Un adolescente. Nudo, Magrissimo, con i capelli lunghi e sporchi, gli occhi allucinati.

– Zitta e chiudi. – Dice.

– Non sono da sol… – Cerca di spiegare la donna prima di essere trascinata dentro.

– Cazzo è ! – Grida la guardia del corpo ed estrae la pistola. Si lancia verso la porta e tenta di aprirla. Niente. Sembra chiusa dall’interno.

– Apri ! – Urla la guardia del corpo. – Apri o sparo ! – Specifica.

Nessuno risponde e lui spara. Due colpi. Attraverso i fori della porta non si vede nulla, non si sente nulla. La guardia del corpo prova a riaprire la porta ma niente, è ancora chiusa a chiave.

Partono altri colpi, indirizzati alla serratura. La porta si apre.

La guardia del corpo si osserva nello specchio.

Il sole sta calando alle sue spalle e lui può vederlo senza voltarsi.

Nota soprattutto lo sgomento nei propri occhi, l’incredulità, la sorpresa. E la paura, ovvio, a fare da collante a tutte le altre emozioni.

Spara allo specchio e quello va in frantumi. Dietro un altro specchio.

Un altro sparo. Un altro specchio.

Altri spari. Altri specchi.

Ancora un colpo, con la pistola usata come martello. Briciole di specchio e dietro il tramonto.

La guardia del corpo è rassegnata. Non capisce, ci rinuncia.

Si appoggia allo specchio ma non incontra resistenza , vi passa attraverso e cade faccia avanti.

E’ sul tetto. E’ notte.

© 2017

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