Il presidente ha un retrogusto di escherichia coli (parte I)

zombiemary

– Specchi riflessi, se vi muovete siete dei fessi. – Dice il Presidente ai suoi segretari, assistenti, guardie del corpo, autisti, lacchè e accompagnatrici.

Il primo a muoversi è un isterico lacchè.

– Sei un fesso. – Dice una segretaria, forse un’accompagnatrice. Chissà ?

– Oh ragazzi, non scherziamo o vi stronco la carriera. – Dice il Presidente.

– Ci avranno sentito? – Chiede un coro sommesso, nella stanza istituzionale.

E’ il rumore di un grattio alla porta a rispondere.

La grande porta intarsiata.

Un tonfo.

Forte. Sordo. Seguito da un raschiare più diffuso, più violento.

– Ci hanno sentito. Cazzo. – Dice una delle guardie del corpo.

– Ora si fa quello che diciamo noi. Chiaro? – Fa sapere una seconda guardia del corpo, quella che comanda. In tutto sono tre. Il terzo estrae il ferro di ordinanza e si avvicina alla porta.

Una delle accompagnatrici emette un sussulto alla vista del pistolone. Anche un lacchè.

– Calma, manteniamo soprattutto la calma. – Dice il Presidente. – Qual’è il piano di fuga ? – Chiede alla guardia del corpo che comanda.

– Per quanto ne sappiamo potremmo essere completamente circondati. E’ rischioso tentare uno sfondamento.

– Ma che sfondamento e sfondamento ! – Sbotta l’assistente personale del Presidente. – Fuori ci sono centinaia di quegli… –

– Zombi. – Conclude l’autista, sistemando la visiera del cappello.

– Non diciamo fesserie. – Commenta una donna che non può confondersi con le accompagnatrici, sicuramente una segretaria.

– Allora no. – Risponde l’autista. – Ce lo dica lei, signora, cosa sono quegli esseri che bussano alla porta così insistentemente.

I tonfi si fanno più forti e continui.

– Sembra che reagiscano al rumore. – Dice la guardia del corpo vicina alla porta.

– Conviene che cominciamo a rinforzare la situazione. – E inizia a spostare alcuni mobili appoggiati alle pareti laterali.

Un segretario cerca di dare una mano aiutato da un lacchè e da un’accompagnatrice dall’aria atletica. Lo stridio dei mobili non fa altro che aumentare il trambusto esterno e il tentativo di sfondare la porta.

Tutti gli sguardi si rivolgono allora al più anziano del gruppo.

– Di fronte alla resa, si ricerca una saggia parola. – Dice l’anziano con ironia, nel suo completo vetusto, dietro occhialetti portati in punta di naso. Naso aquilino.

– Beh, io non ce l’ho una soluzione per questa brutta faccenda. –

Per un attimo il silenzio totale, anche all’esterno.

– Ci dev’essere un’uscita di sicurezza, un passaggio per i casi estremi… – Rimugina il capo delle guardie del corpo.

– C’è. – Dice il vecchio. – Ma non è accessibile. Non più. – E’ ormai calato nel ruolo di uccello del malaugurio che gli calza a pennello.

– E’ stata sigillata dalla precedente amministrazione. –

 Nel tentativo di togliersi di dosso tutte quelle occhiate colpevolizzanti espone la spiegazione:

– Prima ancora era stato riaperto e prima ancora sigillato. Un’amministrazione pensava alla via di fuga, l’altra a non farsi sorprendere all’interno. –

– A noi è toccato il cagasotto. – Sibila l’autista, mentre, con apparente indifferenza, dà fuoco alla punta di una sigaretta. Aspira, espira.

– Siamo fottuti. – Sentenzia.

Panico.

Grida trattenute a stento.

Grida per nulla trattenute.

Movimenti casuali, rapidi, inconsulti, rigidi, ridicoli.

Il Presidente è uno dei più scossi. Ha molto da perdere. Anche i lacchè non scherzano, per empatia. Seguono alcune donne e i segretari, l’anziano signore, l’accompagnatrice atletica e la segretaria poco avvenente.

Le guardie del corpo sembrano in un altro mondo. Uno scruta ogni rumore proveniente dalla porta. Un altro osserva dall’alto l’esterno, attraverso le vetrate.

Il parco circostante è grottescamente animato da individui con un’aria perduta, sguardi spenti, gesti meccanici. Una folla brulicante tutta intorno all’edificio.

– Si muovono come nel balletto di quel tormentone dance. – Osserva tra sé la guardia del corpo, quasi schifata.

Le vetrate sono ampie ma irraggiungibili dal basso. L’unica via di accesso e di uscita è la grande porta.

Il capo delle guardie del corpo passa in rassegna ogni minimo dettaglio, cataloga ogni cosa possa essere utilizzata per scopi difensivi o offensivi, o entrambi. Seleziona nella mente chi possa essere utile, in caso di necessità , e chi rappresenti solo un fardello.

La porta comincia a scricchiolare.

– Non resisterà per sempre. – Informa la guardia del corpo.

Un colpo molto più forte degli altri non tarda a dargli ragione. Nello spesso legno scheggiato appare un braccio nodoso e tatuato.

– Aiuto. – Dice la puttana al lacchè.

Il lacchè si bagna i pantaloni mentre il gruppetto dell’entourage presidenziale si stringe come a cercare protezione nel contatto, nell’abbraccio.

Ogni occhiata è rivolta a ricevere una risposta sensata per quello che sta succedendo.

– Non sparare. – Dice il capo delle guardie al suo collega. – Potresti allargare il buco.

All’improvviso, l’assistente del presidente, con la cravatta svolazzante e il viso paonazzo, afferra un’ abat-jour d’alabastro e si scaglia contro l’arto intruso.

– No ! Attento ! – Grida la guardia del corpo con un attimo di ritardo.

L’assistente fuori di testa colpisce il braccio tatuato. Poi colpisce ancora e ancora. Il braccio, la porta, poi sfiora la mano che si ritrae e centra con tutto il peso il buco nella porta.

Ci s’infila prima l’abat-jour, poi entrambe le braccia dell’assistente.

La prima guardia del corpo afferra da dietro l’uomo e lo ritrae nella stanza.

La seconda guardia del corpo sposta una pesante libreria e tappa momentaneamente il buco.

Il segretario e la guardia del corpo cadono all’indietro.

Nell’enfasi dinamica qualcuno nota solo all’ultimo istante il pavimento pieno di sangue e le braccia, del portaborse, mancanti; strappate all’altezza delle spalle.

– Che schifo! – Strilla un’accompagnatrice.

Qualcuno sviene, sia uomini che donne.

Le tre guardie del corpo sembrano anche loro un po’ scosse, ripetono il mantra di concentrazione : cazzo, cazzo, cazzo!

– Quell’imbecille. – Dice la segretaria poco avvenente. – L’avete visto come s’è gettato senza criterio in un gesto disperato? Nessuno con un minimo di sale in zucca avrebbe fatto una simile minchiata. –

– La signora non ha torto. – Approva il capo delle guardie del corpo.

E’ tornato lucido e concentrato.

– Che sia da monito per tutti. Prima di agire, pensare. – Istruisce molto seriamente.

Pensa che uno così sia stato meglio perderlo che averlo tra le palle ma si guarda bene dal dirlo alla marmaglia. Ce ne saranno altri come lui in questo gruppo di smidollati nulla facenti. A parte , forse, la segretaria poco avvenente, l’autista e i suoi due colleghi, nessuno degli altri presenti ha mai lavorato un giorno in vita loro. Ce ne saranno altri che faranno una brutta fine, pensa. Osserva anche lui fuori dalla finestra e quello che vede non gli lascia molta scelta. Chissenefotte, conclude tra sé. A un certo punto si preoccuperà di salvarsi la pelle e fanculo a tutti gli altri.

L’autista dà un ultimo tiro alla sigaretta e con invidiabile flemma raggiunge un posacenere di cristallo per spegnerla con educazione. Senza curarsi minimamente del resto della platea si avvicina alla finestra e la apre.

– Cazzo fai? – Strepita una delle guardie del corpo. – Ci farai vedere da tutti ! –

L’autista osserva la mano che lo trattiene come fosse un ripugnante insetto, accosta la finestra ed emette un profondo sospiro di commiserazione.

– Che differenza vuoi che faccia? – Dice con calma. – Ormai ci hanno già visto. E’ evidente. Ce ne sono decine, fuori da quella porta. Quelli laggiù sembrano non sapere nemmeno dove si trovino, guardali. Gironzolano come dementi. Non hanno un’aria molto sveglia. –

Il capo delle guardie del corpo interviene con un tono autorevole ma incuriosito.

– Quindi cosa vorresti fare? – Chiede.

– Non so voi e non mi interessa, sono pagato solo per guidare e non penso di poter assolvere al mio compito in queste condizioni, quindi me la filo dall’alto. O almeno ci provo. Rimanere qui, scusatemi, non mi alletta. Morire in compagnia di un feccioso politico, anche se è il presidente, senza offesa, sia chiaro, e con il suo seguito di viscidume, non è mai stato il mio progetto. –

– Come pensi di agire, esattamente? – Domanda con sempre maggiore interesse il capo delle guardie del corpo.

– Stavo giusto per farmi un’idea più precisa di come agire quando il suo amico qui mi ha bloccato. –

– Lascialo fare. – Ordina il capo.

– Non è stato molto carino nei miei confronti. – Farfuglia inascoltato il Presidente.

L’autista apre la finestra e si sporge oltre le vetrate. Volge il capo all’insù e scopre un ampio cornicione che sembra abbastanza robusto da sostenere il peso di un uomo. Da lì si può raggiungere il tetto. Sposta lo sguardo sul lato esterno della finestra. Scorge solo una sorta di cornice in basso rilievo, molto stretta per permettere al suo piede di usarla come appoggio per poi inerpicarsi.

– C’è un problema. – Annuncia.

– Quale ? – Chiede il coro.

– La cornice al fianco della finestra è troppo stretta per salirci sopra, almeno per il mio piede. –

– C’è un’altra soluzione? – Chiede il capo delle guardie del corpo.

– Ma voi non riuscite a pensare nulla da soli ? – Chiede l’autista tra lo stupito e il disgustato.

– In che senso ? – Chiede una delle guardie del corpo.

– Le cose sono due, a mio parere, o qualcuno con un piede abbastanza piccolo si arrampica di sopra con una corda o qualche altra cosa che ci permetta di salire o troviamo il modo di ancorare qualcosa al cornicione qua sopra e saliamo così. –

– Tu sei fuori di testa. – Commenta un’accompagnatrice.

– Nessuno vi chiede di seguirmi. Anzi, facciamo così, non mi seguite affatto. La mia è una pessima idea. – Risponde l’autista.

– Non è affatto una pessima idea. – Intervengono varie voci, più fiduciose, tra cui quella del capo della guardie del corpo. Guarda i suoi uomini e ordina.

– Cercate in giro, trovate qualcosa di utile. –

– Ci sono le tende. – Fa notare la segretaria poco avvenente.

– Brava la signora. – Si complimenta l’autista.

– Anche i cordoni che le tengono sembrano piuttosto robusti. – Dice un lacchè sull’onda dell’entusiasmo.

Entusiasmo subito smorzato dall’intervento dell’anziano funzionario che, dopo aver osservato anche lui fuori dalla finestra, non sembra convinto della fattibilità dell’impresa.

– Sarà complicatissimo assicurare qualcosa dietro quel cornicione, come pensate che possa ancorarsi da sola la corda? – Chiede sentenzioso e  suggerisce :

– Molto meglio legare la corda alla vita di qualcuno con i piedi abbastanza piccoli da salire lassù appoggiandosi alla cornice e che possa poi legare da qualche parte la corda per gli altri , più pesanti. –

Gesti di assenso e sguardi perplessi fanno da contorno.

Tornano i tonfi violenti alla porta. Qualche pezzo di mobilio utilizzato da barriera cade dalla pila e getta più di un presente nel panico.

– Entreranno ! – Urla qualcuno.

Una delle guardie del corpo, distratta dal tentativo di escogitare un piano di fuga, torna al suo posto e riassesta come può la struttura difensiva.

Il capo delle guardie del corpo comincia a guardare verso il pavimento e a scrutare i piedi di tutti. Qualcuno li ha abbastanza piccoli, a suo modo di vedere. C’è una possibilità.

– Tu ! – Annuncia a una donna procace ma non molto alta. – Che numero porti di scarpe? – Chiede.

– Quarantadue. – Risponde lei, ma nessuno le crede.

– Ci hai provato. – Dice il capo delle guardie del corpo. – Tu sei una candidata, e anche tu, specie di nano laggiù. –

– Io soffro terribilmente di vertigini. – Dice il lacchè di bassa statura.

– Me ne frego. – Risponde brusco il capo. – Giocatevela a pari o dispari, a testa o croce, a quello che volete ma uno di voi due proverà ad arrampicarsi. – E il suo tono non lascia spazio a repliche.

I due candidati, loro malgrado, si guardano spaventati.

– Testa o croce? – Propone la donna. Il lacchè fa segno di sì.

Qualcuno passa una moneta. L’accompagnatrice sceglie croce, il lacchè testa. Esce croce.

Qualcuno si mantiene a guardia della porta, gli altri osservano la scena principale che vede come protagonista quest’omino di dubbia sessualità, grassoccio, pelato, vestito come un insaccato elegante, un culatello di Zibello in giacca e cravatta.

– Togliti le scarpe. – Suggerisce la guardia del corpo dopo aver legato l’estremità del cordone intorno alla cintura del lacchè.

L’omino esegue mantenendo un atteggiamento di profonda rassegnazione e di poca convinzione.

Il capo delle guardie del corpo se ne rende conto e mette in pratica gli insegnamenti che gli sono stati impartiti in questi casi : alzare il morale dei sottoposti, caricarli a pallettoni. Prende da parte per un attimo l’omino mettendogli un braccio intorno alle spalle.

– Cerca di farcela, tutto dipende da te. Sei in grado di farlo, se sei in questa stanza, oggi, è perché sei qualcuno. Non ci deluderai. – Dice con fare paterno.

L’uomo lo guarda perplesso, ancora più oppresso dalla responsabilità. Se si trova lì, quel giorno, è perché ha sempre preferito scaricare le responsabilità di tutto su qualcun altro. Sa di non potercela fare. Mentre attraversa la finestra intona nella sua mente una stentata preghiera in un ultimo, disperato, tentativo di salvare l’anima dall’eterna perdizione. Curioso, pensa mentre allunga la gambetta verso la cornice sporgente, non avrebbe mai voluto redimersi. In realtà immaginava la sua fine immerso nell’opulenza e nell’indolenza, sprezzante di arroganza verso dio stesso che l’aveva destinato a una così misera vita. Mai contento, nemmeno nell’immaginare il suo ultimo attimo. Poi il tentativo di afferrarsi da qualche parte come avrebbe fatto facilmente uno scalatore o uno di quei tipi che fanno le acrobazie tra i palazzi di periferia. Invece lui no, lui non sa che cosa fare con la sua manina e un muro liscio davanti. La pancia lo respinge indietro, gli occhi si girano verso il basso e la vertigine lo fa tremare, e infine cadere. Cadere nel vuoto, da circa venti metri d’altezza, come un pollo che tenta di infrangere la sua natura, come un piccione colto da infarto. I colli di tutti quelli che sono lì ad osservare si curvano e seguono la traiettoria discensionale, il tonfo sull’aiuola di rose antiche, dalle spine acuminate.

Le schegge di legno di rosa esplodere all’impatto, il corpo nascosto tra gli arbusti e le foglie e i fiori. Nessun movimento. Qualcuno di quelli là fuori viene attirato dal trambusto, si avvicina al cespuglio di rose e fiuta qualcosa di interessante, ci si butta in mezzo, incurante delle spine, e ne esce dopo poco con una coscia di nano tra le fauci, come fosse un finger food a base di stinco di porco. Qualcuno, dall’alto della finestra, non riesce a trattenere il vomito che fluttua nell’aria, a cascata.

Alla fine non resta più nessuno ad osservare, mentre altri di quelli laggiù raggiungono il cespuglio per reclamare il loro boccone.

L’autista si alza dal suo cantuccio. Ha osservato appena la scena che si è conclusa in prevedibile tragedia.

– Non avete nemmeno legato il cordone da qualche parte, branco di coglioni. –

 

© 2017

Continua…

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