7 BAR (parte II)

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2. IL CONTE

Il conte Saraceno DeMasi Colombella, nella situazione di non poter disporre di un veicolo di proprietà adeguato ai suoi spostamenti, preferisce camminare. Odia i mezzi pubblici e la variopinta umanità che ne usufruisce. Decide di camminare ancora un poco verso est, verso il fiume.

Accanto al lento fluire delle acque c’è un bar dagli antichi fasti, oggi decadente. Un tempo elegante e raffinato, oggi nostalgico e sgualcito.

Le sedie dal rivestimento sbiadito, di velluto rosso, conservano ancora la loro comodità e il conte si adagia nel suo cantuccio, accanto alla finestra che mostra il viale alberato e le rive del fiume.

– Buongiorno, signor conte. – Lo saluta il caro Federico, barista, cameriere, cassiere e proprietario del locale, insieme alla madre centenaria, imbalsamata sul retro.

– Buongiorno, caro Federico. – Ricambia il conte. – Porgi i miei saluti alla tua cara mamma. Come sta? – S’informa con cortesia.

– Cosa vuole, per l’età che ha, sta benone. Passa molto tempo riposando ma ci tiene a venire al bar ogni mattina. Le porto il solito ? –

– Sì, grazie. E il giornale di oggi, per favore. –

Il caro Federico si dirige verso il bancone in stile liberty.

Dietro il bancone fa mostra di sé l’enorme specchio, la cornice dorata e cesellata con motivi floreali. Nonostante lo specchio mostri le macchie indelebili del tempo passato, è ancora in grado di attrarre l’attenzione di chi si trova al suo cospetto per la prima volta. Un’enorme passaggio verso l’immagine di se stessi e di chissà cos’altro. Federico non fa caso al proprio riflesso.

Con calma, prepara la colazione per il conte : cappuccino, succo d’arancia, croissant vuoto, un caffè a parte. Mette tutto sul vassoio d’argento insieme al giornale. Prima di tornare in sala, allunga il collo attraverso la porta sul retro.

– Mamma! – Dice ad alta voce per essere udito dall’anziana signora, – il signor conte DeMasi Colombella ti porge i suoi saluti. Hai sentito ? Mamma?! –

– Che c’è? – Risponde una voce dall’oltretomba. – E’ già ora di andare a casa? E’ già buio?

– No, mamma. Lascia perdere. – Risponde Federico con il vassoio ancora in equilibrio tra le mani. Anche lui lascia perdere e porta la colazione al conte.

L’avventore rimane assorto nei suoi pensieri, osserva il traffico cittadino della tarda mattinata. Mentre si accinge a fare colazione il resto della città si prepara a pranzare.

– Mi scusi? – Chiede timidamente Federico. – Mi dispiace chiederle certe cose, signor conte, ma la cifra del suo conto comincia a diventare cospicua e sarebbe interesse, credo di entrambi, che venisse saldato. Ha una vaga idea di quando potrebbe procedere al pagamento? Con tutto il rispetto. –

– Eh? – Il conte ritorna al presente. – Ma certo, caro Federico, riceverò il sostegno a fine settimana. Non ti preoccupare. –

Il conte chiama “sostegno” un certo contributo che la sua famiglia gli elargisce ogni tanto. Pare che questo contributo sia né puntuale né sostanzioso ma Federico cerca di tenersi buono uno dei pochi clienti abituali rimasti.

Di questo passo chiuderà entro la fine dell’anno, comunque. I soldi per ristrutturare il locale non ci sono e ormai i vecchi clienti sono morti tutti e i giovani non amano la decadenza e l’odore di muffa. Solo sua madre e il conte paiono trovarsi a loro agio in questo posto dimenticato da tutti gli altri. Un bar fantasma, un bar invisibile.

Il conte non è un uomo anziano, avrà tra i cinquanta e i cinquantacinque anni. E’ molto alto, lineamenti del volto aggraziati. Porta una barba folta e scura, con qualche venatura di grigio intorno alla bocca. Indossa vestiti sgualciti come gli arredi del locale. Federico ha fatto diverse ricerche in internet ma non è riuscito a trovare notizie circa la famiglia DeMasi Colombella. Non ha mai osato chiedere di più al conte in persona. Lo vede sempre assorto nei suoi pensieri e nell’osservazione di ciò che accade al di là delle ampie finestre del locale. Federico non lo biasima. All’interno del locale non succede mai niente di interessante. C’è solo lui che pulisce i bicchieri o la macchina del caffè. Il locale è vuoto per la maggior parte del tempo e Federico può permettersi di andare spesso nella stanza sul retro. Sua madre staziona sulla poltrona, ricoperta da vecchi scialli di lana, intenta a dormire davanti alla televisione a tubo catodico accesa sulla credenza. La stanza sembra una cucina e una volta lo era. Oggi è una specie di ripostiglio dove Federico, ogni giorno, mette via sua madre mentre lui si occupa del bar.

La signora russa molto forte e Federico la sente dal bancone. Il conte sta leggendo il giornale, sorseggia il suo succo d’arancia. Federico apre la porta sul retro e sparisce, sicuro che il conte non avrà bisogno di lui prima di qualche minuto. La campanella alla porta lo avviserà dell’arrivo di nuovi, improbabili , clienti. Lui spera di sentirla squillare subito, spera di dover tornare subito indietro, di non avere più un attimo da dedicare a sua madre dai tanti clienti che vorrebbe servire. Invece niente.

– Mamma. – Dice Federico scuotendola delicatamente. – Stai russando, mamma. Cambia posizione, per favore, si sente fino di là.

– Cosa? – Chiede l’anziana aprendo gli occhi e lasciando intravedere quanto siano ancora ricoperti dalla patina del sonno profondo.

– Disturbi i clienti con il tuo russare, mamma. Per favore. – Ripete pazientemente Federico.

– Ma quali clienti? Non ci viene più nessuno qui.

– Mamma, c’è il conte di là. Te l’ho detto. Ti saluta pure. –

– Il conte? Non conosco nessun conte. Mi ricordo quando la macchina dell’industriale si fermava qui davanti ogni mattina e lui scendeva a prendere il caffè da me e la buonanima di tuo padre. Ma conti non ne conosco. –

– Ma che c’entra l’industriale, scusa? Sarà passato un secolo. Sto parlando del conte DeMasi Colombella. –

– Mai sentito. –

– Ma sì che lo conosci. Una volta ti ha perfino portato un mazzo di fiori. Non ti ricordi? –

– Un mazzo di fiori? No, non mi ricordo. Mi ricordo di un signore con la barba lunga che mi ha regalato un ramo fiorito, probabilmente strappato da qualche cespuglio sulla riva del fiume. –

– Lui. –

– Figliolo, io ti voglio bene ma tu sei sempre stato perspicace come un secchio di sabbia. Alla mia età, posso dirlo. –

– Grazie, mamma. Sei molto lusinghiera nei miei confronti. –

– Non hai una moglie, non mi hai dato dei nipoti. Non ti sei mai chiesto il perché? –

– Non tutti sono sposati, mamma. Non tutti hanno figli. –

– Poverino che sei. Comunque, se quello è un conte, io sono la regina d’Inghilterra. –

– Come fai ad esserne così sicura? –

– Fatti furbo, per una volta. Non lo vedi che quello è più spiantato di noi? A quanto ammonta il conto in sospeso a suo carico? –

– Circa duemila euro. –

– Appunto. Quello viene sempre qui a fare colazione, non spende più di cinque o sei euro. Per accumulare un debito così elevato vuol dire che ti ha fregato con questa storia del conte da un anno intero. –

– Ha detto che salderà tutto a fine settimana. –

– Certo. E tu ci credi? –

– Perché no? –

– Tu non sai niente di lui. Dove abita, per esempio? –

– So come si chiama. –

– Signor conte? –

– No. Conte DeMasi Colombella. Di nome mi pare che si chiami Saraceno. –

– Saraceno? Che razza di nome è? –

– Non so. Un nome da nobile, suppongo. –

– Senza cervello non si possono fare supposizioni. –

– Mamma. Mi stai offendendo. Adesso vado di là e chiedo al conte come si chiama esattamente e da dove proviene il suo titolo nobiliare, la sua famiglia. Tutto gli chiedo. Vedrai che ti sbagli. –

– Va bene. Se è già andato via, non lo vedrai mai più. Te lo dico io. Adesso lasciami dormire. –

Federico alza il braccio destro con un gesto rapido e stizzito. Manda silenziosamente a quel paese sua madre. Si dirige verso la porta che divide il retro dalla sala del bar. Una volta oltrepassata la porta viene investito dalla luce delle grandi vetrate che si riflette sulle decorazioni graffiate e stinte degli arredi , hanno ancora una parvenza di color oro. Al posto del conte c’è una sedia vuota, un tavolino, due tazze e un bicchiere, un piattino con le briciole di quella che era una brioche, un giornale spiegazzato. Il silenzio è rotto solo da qualche sgasata d’auto lungo il viale. Il vassoio d’argento è sparito anche lui.

© 2016

Continua…

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