NELLA VECCHIA SPIAGGIA NON RITROVERAI L’AMORE CON IL METAL DETECTOR

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pic by  Gediminas Pranckevičius

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

C’è il gestore del bagno. Il gestore si chiama Ettore.   Ettore Camagno. La sua famiglia gestisce il bagno da circa cento anni.

Paga circa cento euro di affitto al mese allo Stato, più o meno il costo di un solo lettino per un mese. Qualcosa di meno.

Dirai : sei fortunato, vecchio Ettore, ad abitare in Italia e a gestire una spiaggia. E puoi dirlo forte. Pensa se avesse dovuto pagare un vero affitto. Pensa se avesse dovuto, magari, partecipare a un bando pubblico, aperto a tutti, come dovrebbe essere in ogni paese civilizzato in cui la spiaggia appartiene al demanio. Pensa un po’. Anzi, lascia stare adesso. Se ci pensi poi ti incazzi. Com’è normale e giusto che sia.

Ettore e la sua famiglia gestiscono anche un fashion-bar di fronte alla spiaggia e un albergo di medie dimensioni nel centro cittadino. Chissà come, in qualche modo è riuscito a mettere da parte, con la gestione del bagno, qualche spicciolo da investire in attività turistiche e immobili da affittare. Ettore non è quello che definiremmo un tipo simpatico. Si muove a scatti e lancia il suo sguardo furtivo in ogni direzione, continuamente. Non conoscendolo, avresti l’impressione che sia un braccato, un evaso in fuga, un criminale internazionale con i servizi segreti alle calcagna. Potrebbe stare anche un attimo tranquillo, in fondo. Ha tutte le fortune del mondo. Ma una costante sensazione di “venire scoperto” l’attanaglia. Nemmeno lui sa per cosa dovrebbe venire scoperto, in realtà. Forse l’ha semplicemente dimenticato.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

C’è il bagnino. Questo, il nostro, si chiama Igino. Ha circa sessant’anni. A volte ne dimostra qualcuno di meno. A volte qualcuno di più. Se ti succedesse qualcosa in acqua, faresti meglio a pregare che ci sia anche il ragazzo che gli fa da aiutante. Igino lavora al bagno Camagno da quando era anche lui un ragazzo. Il suo aiutante, invece, cambia ogni anno. Una stagione, più o meno, è il tempo che ci vuole, per un giovane bagnino, a capire quanto venga sfruttato e sottopagato da Ettore. Per Ettore il problema non sussiste, tanto c’è Igino a mantenere la continuità. Ogni mattina si comincia a lavorare presto: Igino prende il suo caffè al bar della spiaggia e guarda, appoggiato al bancone di legno bianco, logorato dalla salsedine, il suo giovane aiutante che entra nel deposito degli ombrelloni e comincia a portarli fuori. Sistemati quelli è il turno dei lettini. Igino mangia la sua brioche con una lentezza giustificabile solo da un lancinante e prolungato dolore imprecisato che potrebbe manifestarsi ad ogni, leggero, accelerare di ritmo, anche solo del respiro. Ovviamente non c’è alcun dolore. E’ solo che, dopo tutti questi anni, Igino s’è rotto i coglioni di sistemare la spiaggia. E poi, comunque, alla fine del lavoro, chiama a sé il ragazzo, gli dà una bella pacca sulla spalla e offre un meritato caffè anche a lui.

Offre in senso figurato, s’intende.

Il ragazzo è contento, il lavoro non lo spaventa e poi è abituato alla fatica, ha superato il corso da bagnino a pieni voti. Nonostante non abbia l’avvenenza di un guarda spiaggia di Bondi Beach o Malibu, biondo e abbronzato, è un fantastico nuotatore. Nonostante abbia ancora parecchi brufoli in faccia e il suo sguardo sia spesso perso nel vuoto, vorresti che fosse lui a venire a recuperarti tra i gorghi.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

C’è il baretto. Oltre la lingua di battigia umida, le fila infinite di ombrelloni e lettini popolari, i pochi lettini di lusso, oltre le cabine e le passatoie che evitano ustioni plantari nelle ore più calde. Un poco prima del muretto che innalza la passeggiata lungomare dalla sabbia. Accanto alle docce e al gabinetto. C’è il baretto.

Alcuni lo chiamano chiringuito, i viaggiatori o gli ispanici.

Al baretto c’è la figlia di Ettore. Adesso è maggiorenne ma prima lavorava lo stesso, ogni estate. Molto meglio non pagare un parente che assumere uno sconosciuto, ha sempre pensato Ettore. Lei si chiama Antonella. Non è bella, o meglio, lo sarebbe anche… Solo che, come il padre, ha quell’aria antipatica stampata sul volto. Ti guarda dura con gli occhi chiari e arroganti. E’ lenta a fare i conti e spesso commette degli errori che danno il via ad una serie infinita di polemiche; prima con il cliente, poi con Ettore. Lui sbraita e insulta ma sopporta in nome del santo lavoro non retribuito. Il baretto è caro e tutti cercano di evitarlo. Solo la sera, quando scatta l’happy hour, arriva Leo, che è un vero barista e serve con il sorriso cocktail a un prezzo onesto, la gente si avvicina al bancone e si gode il tramonto. Per il resto della giornata, il baretto, è il regno di Igino. Appoggiato all’ombra, passa il tempo a stuzzicare Antonella che non è certo difficile da infiammare.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

C’è il venditore di cocco. E’ lui la vera star. Viene dal sud, è moro, alto, atletico e simpatico. Non saprei dire se è veramente bello, comunque piace parecchio. Ha una voce potente e lo senti arrivare da lontano. Le donne si rassettano e scelgono la posizione migliore per accoglierlo. Qualcuna finge indifferenza e sbircia da dietro la copertina di un libro.

Coccobello, coccofresco è il mantra dell’intrattenimento.

Un secchio di acqua discutibilmente limpida saldo nella mano sinistra, un cestino di vimini contenente il prezioso cocco nella destra. Sfila con ammirevole agilità, tra i bagnanti ammassati a stretto contatto gli uni con gli altri. Porta il cocco e la democrazia, non fa distinzione d’età, razza o avvenenza. Il venditore di cocco ha un sorriso per tutte, giovani e meno giovani, indigene o straniere. Conosce due o tre parole di tutte le lingue, le parole giuste. Ha la battuta sempre pronta e non ti stanchi mai del suo tono allegro, della sua voce che supera il rumore del mare. Il cocco è vecchio e sporco, non basterà l’acqua a donare nuova vita agli spicchi secchi e salati. Tutti lo sanno ma ne comprano comunque una fettina per il bambino. Al bambino il cocco fa schifo. E come biasimarlo. Alla mamma, invece, il cocco piace ed è triste quando la voce del bel moro che lo vende risuona ormai lontana. Come la tristezza che prova la terra arida quando, appena slavata dal temporale, ascolta insoddisfatta il boato del tuono che si affievolisce sempre più. D’altro canto, in assenza di un bagnino degno di questo ruolo, qualcuno deve interpretare la figura archetipica del rubacuori da spiaggia.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

C’è il ricco con la barca (per sbaglio). Prima calpesta l’asciugamano di uno dei ragazzi. Alza goffamente il piede colpevole e chiede scusa. Il ragazzo sta whatsappando con lo smart-phone e non ha la più pallida idea di quello che succeda intorno a sé.

Subito dopo, urta la bottiglia di birra della giovane turista tedesca con i capelli rosa. La bevanda si versa sulla sabbia. Lui fa un balzo indietro e chiede scusa, quella bestemmia in tedesco e lui chiede scusa in inglese. Sorry, dice mentre procede al ritmo di insulti in lingua aspra e bellicosa.

Sarà il suo avanzare incidentato, il suo continuo scusarsi, il suo abbigliamento fuori luogo: l’attenzione della spiaggia si rivolge a lui. Almeno fino a quando non giunge incolume al baretto lasciando dietro di sé una scia di danni e apologie. Antonella è andata al gabinetto ed Ettore si materializza dal retro. L’uomo chiede gentilmente se fosse possibile avere un caffè freddo, shakerato. Non è ovviamente possibile, fa notare Ettore sguinzagliando gli occhi indagatori sul lino della camicia e dei pantaloni del nuovo venuto. In un secondo fa una rapida valutazione : Rolex al polso, Panama Montechristi sulla testa, scarpe da vela di un famoso calzaturificio artigianale ai piedi, gemelli ai polsi. Una discreta somma lampeggia davanti agli occhi di Ettore, tipo insegna al neon di un locale a luci rosse. Cambia atteggiamento. Chiede se può offrire qualcosa da accomodati, indicando uno degli esclusivi e costosi gazebo drappeggiati di tende bianche che divide la gente che conta dai dozzinali fruitori di semplice lettino e ombrellone. Il ricco avventore si volta verso la zona indicata dall’uomo del bar e si chiede cosa dovrebbe fare, lui, sdraiato su quei sudici lettini. Formula il suo diniego nel modo più cortese possibile e s’informa circa la possibilità, al posto del caffè freddo shakerato, di avere una soda fresca con ghiaccio e limone.

Ettore è contento di poterlo accontentare. Dice che hanno anche dell’ottimo pescato del giorno, se volesse gradire qualcosa da mangiare. Il ricco non risponde nemmeno. Sorseggia la sua acqua e gode come se avesse trovato un’ oasi in pieno deserto del Sahara. Ha il tempo di riprendere possesso delle facoltà mentali, sconvolte dal luogo sconosciuto e lontano dalle sue abitudini. Con lo sguardo passa in rapida rassegna la folla dei bagnanti, giunge al mare e si rifugia nell’avvistamento della sua bella barca ormeggiata un poco al largo. Quando ha lasciato l’equipaggio di bordo a occuparsi della spesa per la cambusa, si è allontanato passeggiando e si è perso. Non ha un grande senso dell’orientamento, così, con i punti di riferimento ribaltati, non ha saputo fare di meglio che inoltrarsi lungo la spiaggia fino a raggiungere la visuale della barca. Un’idea piuttosto stupida, ammette lui stesso terminando la bevanda, eccessivamente frizzante, che gli hanno servito in questo chiringuito. Non immaginava che frequentare una spiaggia di facile accesso via terra fosse un tale inferno. Un poco ristorato, si rende conto fin troppo bene che non è al suo posto. Chiede il conto proprio mentre si avvicina una ragazza dagli occhi chiari e arroganti. Lui ricambia il suo sguardo e rincara la dose , paga al barista e sfila accanto alla ragazza andandosene, facendo molta attenzione a non toccarla, arriccia il naso come se l’avesse raggiunto un miasma fognario.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia, ia, oh.

Ci sono gli anziani che giocano a bocce.

A tutte le ore.

Diresti, dato che sono anziani, arriveranno al mattino estremamente presto, all’alba. Oppure al tramonto, quando il sole si fa più gentile. Invece no. O meglio, non è del tutto esatto, ma qualche riscontro con la realtà, in effetti, c’è. Per esempio il fatto che i giocatori di bocce arrivino all’alba. Alcuni di loro fanno una passeggiata con il primo sole all’orizzonte e portano con sé le fidate palle da gioco. Grandi e pesanti, penzolano flosce dalla mano dell’anziano. Lui sorride, si sente in forma, andrà a punto, boccerà. A volte li senti litigare come furie per una sciocchezza, se la legano al dito. A volte i dissapori durano tutta la stagione di sfide all’ultimo sangue.

A settembre si torna a casa, in città. Ci si intristisce di nuovo, come prima delle vacanze. Si torna a pensare che si è vecchi ormai.

Per strada ogni cosa fa paura : troppe persone, troppe novità, troppe macchine, troppe cose da fare. Si spera di sopravvivere, almeno fino a quando si potrà di nuovo andare al mare.

Nella bella spiaggia. Ia, ia,oh.

C’è la signora sul lettino a baldacchino.

Anche lei è anziana ma si tiene lontana dal campo da bocce. A lei gli altri anziani non interessano. E’ una signora abituata a compagnie più vivaci, dice. Preferisce starsene comoda nel suo lussuoso angolo del bagno Camagno.

Quando la vedi da lontano noti l’ elegante abito leggero, a righe bianche e blu oltremare, il cappello a tesa larghissima da diva di hollywood. Ti chiederesti perché Audrey Hepburn dovrebbe frequentare il bagno Camagno ma una visione più ravvicinata riporterebbe tutto alla normalità.

Lei ignora dignitosamente il passare del tempo, vive nel suo mondo. Osserva i giovani che scherzano e amoreggiano. Osserva il mare da lontano, attraverso i veli sottili che proteggono il suo baldacchino dal sole cocente. Non è mai stanca di stare in spiaggia ad osservare il mondo intorno. Sa tutto di tutti, anche senza parlare mai con nessuno, le basta tenere gli occhi aperti.

Ogni giorno arriva presto ma non prestissimo. Sa cos’è elegante e cosa non lo è.

Finge di leggere un libro nuovo ogni due o tre giorni. Alterna il libro con il tablet che le hanno regalato i nipoti, e che lei ha imparato a usare. Ascolta la musica con degli auricolari bianchi, decorati da qualche Swarovski qua e là. La musica la fa sentire giovane ed estranea a tutto, aiuta a farla calare nel ruolo di osservatrice esterna ed estrema. Conosce a memoria tutti i posti preferiti degli abitudinari, chi ha un abbonamento e chi viene ogni tanto.

Ha una buona visuale anche della piccola fetta di spiaggia libera, accanto al bagno Camagno e alla fila di cassonetti colorati dell’immondizia.

Da qualche giorno si è lasciata incuriosire da una comunità, o si tratta di una famiglia allargata, non saprebbe dire, di uomini e donne, probabilmente originari dell’est Europa. Tutti i membri di questa congrega hanno un peso non inferiore ai cento chili. Trasformano in un battere di ciglio un angolo di spiaggia in una sorta di accampamento dotato di ombrelloni, sedie con porta vivande e bevande, tavolino per appoggiare i viveri. Viveri che non trovano sufficiente spazio sul tavolino e allora si accumulano tutto intorno, nelle loro sporte di plastica griffate da noti discount alimentari. La signora li trova, oltre che curiosi, simpatici. Ostentano le loro pance gonfie e bevono ininterrottamente birra per tutta la permanenza. Anche le donne, non solo gli uomini. Davanti a loro ci sono sempre due ragazzi che giocano con le racchette da spiaggia. Portano entrambi gli occhiali e mostrano fisici privi di supporto muscolare, ventri gonfi, spalle strette, schiene curve, gambe e braccia rinsecchite. Si impegnano molto nel loro gioco. Per la signora sono uno spettacolo buffo, di goffaggine pura e spontanea. Ecco che dall’acqua esce il nuotatore da battigia, come l’ha ribattezzato lei. Un uomo grande e grosso che non s’azzarda mai a inoltrarsi in mare oltre qualche metro da riva. Un uomo che non vuole rinunciare al piacere dell’acqua salata ma senza allontanarsi troppo dalla sensazione di stare nella propria vasca da bagno. Un uomo che non ha mai imparato a nuotare come si deve, ipotizza la signora. Lei però non ama i giudizi sprezzanti e preferisce giustificare l’uomo con la paura che spesso accompagna alcuni individui. Un’atavica, personale, difficile da sconfiggere, paura dell’acqua profonda e scura.

In fondo alla spiaggia libera, a volte, vede arrivare una coppia di una certa età. Lui ha un’aria elegante e dignitosa, tipica di chi occupa un ruolo dirigenziale nella vita, lei ha i capelli lunghi e ancora splendidi, un fisico invidiabile. Portano con loro un paio di comode sdraio pieghevoli, in alluminio, si vede ad un primo sguardo che non si tratta di sdraio dozzinali. La coppia si posiziona in una zona di spiaggia rialzata, non troppo vicina ai cassonetti, da cui si può godere della brezza. La signora del lettino a baldacchino, nel bagno Camagno, s’intristisce ogni volta che vede questa coppia. Sono felici, belli, sicuramente benestanti, non hanno nemmeno la necessità di pagare un posto fisso in uno dei bagni gestiti. Arrivano in bici, non devono fare molta strada, legano con cura le sedie al portapacchi e via, dinamici più di tanti giovani. La signora lo sa che non devono fare molta strada. Lo sa bene. Anche lei percorreva il tragitto dalla spiaggia alla casa di quell’uomo, tanti anni fa. Era innamorata e giovanissima, un amore troppo forte per non essere corrisposto alla stessa maniera. E infatti le loro strade si erano divise e lui si era felicemente sposato. Lei tornava ogni anno con la speranza di vederlo da qualche parte, in giro per il paese che avevano frequentato insieme, ogni estate, per molti anni spensierati e sereni. Quando lo vedeva, però, diventava subito malinconica e triste. Sentiva bruciare l’amore come allora e finalmente provava un perverso piacere nel soffrire d’emozioni adolescenziali.

Nella vecchia spiaggia-gia. Ia-ia-oh.

C’è il polpo. Se la ride tra gli scogli.

Cazzo, sono veramente un genio, pensa di sé stesso. Nell’anno e mezzo di vita che fa di lui un veterano, ha visto tanti compagni non farcela. Infilzati da spiedi assassini e infilati in secchielli o buste di plastica. Strappati al mare ancora nel pieno della loro esistenza. Nessuno è mai tornato. Che crudeltà essere dotati di una memoria tanto prodigiosa, considera il polpo mentre le immagini degli amici rapiti gli passano davanti agli occhi. Intanto che si lascia andare ai ricordi, i neuroni che possiede nei tentacoli lo avvisano del passaggio, reale e presente, di un pesciolino, tanto guizzante e succulento quanto sfortunato.

Appaiono dal nulla, il polpo e i suoi tentacoli, avvolgono il pasto quotidiano. Anche questa volta l’ho fottuto, si rallegra il polpo per le sue abilità mimetiche che hanno dell’incredibile. Ha sempre fatto affidamento su questa dote. Sia nel ruolo di predatore che in quello di preda. Quando si impegna può diventare praticamente invisibile. Una condizione che gli ha permesso di non sprecare inutilmente la sua ultima risorsa, il prezioso inchiostro. Se la ride, pensando a tutti quei brutti esseri terricoli, con solo quattro tentacoli e un’area cerebrale piuttosto ristretta. Il brivido che percorre il polpo quando l’ignaro pescatore gli passa accanto armato di fiocina. E’ un attimo di paura intensa, che non deve distrarre il polpo dalla sua perfetta mimesi. Basterebbe anche un solo accenno visivo del suo stato emotivo per essere spacciato. Rimane freddo, conscio del suo potere.

Di notte è più tranquillo, meno creature estranee a disturbare l’equilibrio equoreo.

Al buio, solo, sulla spiaggia, rimane Ettore che passa in rassegna la sabbia con il suo metal detector.

© 2016

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