TRENI

treni

Una maglietta rosa, un ciondolo semplice al collo. Uno di quei fermagli colorati, che si usavano una volta, tiene da una parte i capelli. Capelli rossi, lisci, stridenti rispetto al color cannella della pelle. Il taglio delle labbra e la loro carnosità le rendono molto sensuali. Lei lo sa bene. Non le sforza, le tiene in serbo per chi le merita. Anche adesso, mentre morde il panino, lo fa con attenzione, con eleganza.

Lui pesa oltre cento chili. Lo sguardo fisso sul panino. Nonostante le lenti scure degli occhiali che inforca, negli occhi di lui si avverte il desiderio di infilarselo tutto in bocca, come lei non saprebbe o non potrebbe fare. Alla fine mostra il broncio dei cani, quando vedono inghiottire, senza pietà, l’ultimo boccone che agognano.

Lui occupa tutto il sedile, lei si tiene da una parte. Lontana. Sta sempre voltata a chiacchierare con la sua amica seduta nella fila accanto. Anche l’amica indossa una maglietta rosa ed è in compagnia di un bambino di sette anni.

Qualche fila più indietro, la ragazza mora dorme, avvolta nella giacca bianca. Porta un velo di trucco azzurro, sopra gli occhi.

C’è molta altra gente sul vagone sette. Una donna corpulenta. Un giovane che legge un libro. Due uomini d’affari, con il loro portatile aperto sulle ginocchia, uno dorme.

Parlerò solo di un’altra ragazza. Sta seduta accanto a me. Avverto il suo odore di strada.

Venti minuti fa il suo telefono cellulare ha squillato e lei s’è alzata di fretta. Mi è passata davanti ed è sparita dietro le fila di sedili. Di ritorno aveva gli occhi gonfi di lacrime ed è un bel po’ che se ne sta lì, a tirare su col naso e ad emettere grossi sospiri. Non importa se è brutta e non ha un buon odore, se veste male ed ha quella pettinatura da squatter. Tutte le volte che vuole, può alzarsi e io mi tirerò su con lei. Mi farò da parte e la lascerò passare.

Da quando è nato.
Ha abitato sempre nel piccolo villaggio di frontiera. Arroccato intorno ad un’insenatura sul Mediterraneo, il paese conta: una manciata di abitanti, una stazione internazionale, molti ristoranti, un negozio di souvenir, un tabaccaio, una piazza e una piccola spiaggia buia.

Nella piazza c’è un monumento in onore della stazione. Nella spiaggia ci sono poche barche, oscillano ritmicamente mentre il rumore dei treni ossessiona la sua mente.

Il cigolio, lo sbuffare, l’attrito tra i metalli, i motori, lo stridio dei freni, il tip tap delle scarpe della gente. Rumori che penetrano nel cervello di chi abita vicino ai binari. Il battito continuo del mare e il frastuono ipnotico dei treni. I viaggiatori che interagiscono notte e giorno con il paese. Se interagire vuol dire passare qualche minuto, forse qualche ora, alla frontiera. Lingue diverse, diversi modi di fare, di porsi.

Forse per questo lui proferisce frasi un po’ in tutte le lingue, senza un senso consequenziale. Le ripete a raffica, cercando un contatto che duri più della permanenza in una sala d’attesa.

L’ho incontrato in riva al mare, su uno scoglio. In questa spiaggia piccola e buia, annerita dagli scarichi dei treni. Il mare è buio anche lui, ma riflette i bagliori che riesce a cogliere, qua e là. Il bagliore del mio accendino che infiamma il sigaro, per esempio. Ingannare l’attesa.

Si è avvicinato e ha tentato un approccio poliglotta. Ho risposto prima in inglese, poi in francese. Sono italiano, ho detto alla fine. Lui è rimasto scontento, il suo repertorio di italiano è scarso. Riguarda il sesso, il calcio e il cibo. Nessuna sorpresa. Mi ha chiesto d’accendere e si è messo una gitana tra le labbra. La nuvola di fumo violaceo s’è dileguata quasi subito, grazie alla brezza del mare.

Il mare è buono, mi ha detto in francese. A volte è buono, a volte no, ho replicato in spagnolo. Sì, ha detto lui. Come quella volta che sua madre è scesa fino alla spiaggia, si è buttata in acqua e il mare se l’è presa. E’ stato cattivo, dice lui, a portare via mia mamma. Sai? Mi chiede. Non lo so, dico, ma immagino non sia stato piacevole per te. Però, dice lui, è stato anche buono, tu hai ragione. Ha accontentato mia mamma, le ha fatto un favore.

Rimango in silenzio e anche lui. Fumiamo.

Dopo un po’ dice qualcosa in tedesco. Non capisco. Dice qualcosa in inglese ma un treno merci passa veloce sui binari , qualche decina di metri sopra di noi. Non sento bene, non capisco. Devo andare, dico. Gli lascio l’accendino. Lui mi abbraccia. Io ricambio. I suoi vestiti odorano di mare e di sudore, di polvere di metallo, di bagno pubblico e di tabacco. Buon viaggio, mi dice con gli occhi lucidi. Grazie. Mi allontano e salgo sul treno. Lui rimane, come la stazione e il monumento, lo scoglio e il rumore assordante.

Eravamo un gruppo di persone che si muovevano insieme, come i turisti. Stavamo visitando un posto strano. Un edificio enorme, senza particolari attrattive. Nessun dipinto, nessuna scultura, nessuna decorazione spettacolare. Pareti bianche, grigie, poi di nuovo bianche. La comitiva prosegue lungo corridoi illuminati da faretti arancioni. Non conosco nessuno, comincio a parlare e a fare amicizia.

Usciamo tutti insieme, camminiamo in mezzo a un pianoro erboso, costellato di rovine.

C’è una donna. Una ragazza giovane, ha un’ aria  risoluta. Il suo sguardo mi fa capire che sa molte più cose di me. Quando mi prende sottobraccio siamo soli. Passeggiamo tra le rovine, sembra che lei conosca bene la strada. Io non ho idea di dove ci troviamo. Mi tiene la mano sotto il braccio, mi infonde sicurezza.

– E’ vero quello che  hai raccontato di te? – Mi chiede.

– Sì. – Rispondo.

Lei sostiene che io non sia così, veramente. Dice che sono un veterinario.

– Volevo diventarlo, quando ero piccolo. Come tutti. – La informo.

Lei mi sorride.

Intorno a noi, adesso, sembra una festa. Brillano fuochi e giovani danzano. Seduto su un muretto vedo qualcuno che mi sembra di conoscere.

– Guarda, – dico alla ragazza, – quello mi conosce, può dirti lui chi sono.

Lei sorride, come a dire : davvero? E il suo sguardo si fa più dolce.

C’è sempre qualcuno che osserva. Quello che torna a casa, la sera, o si ferma al passaggio a livello con il motorino. Mette giù un piede e aspetta. Sente le vibrazioni arrivare per prime, da lontano. Il treno segue, con il suo ritmo caratteristico. Le luci sono accese, e il tipo fuori guarda passare la locomotiva e le carrozze. Osserva attraverso i vetri le persone sedute, quelle in piedi che si spostano tra i vagoni, magari in direzione opposta al senso di marcia. Forse sono appena saliti e cercano il posto più adatto a loro: quello senza vicino, quello senza aria condizionata, quello lontano dai gabinetti, fino a quando anche l’ultimo vagone finisce. Davanti allo sportello chiuso, attraverso l’ultimo finestrino, un uomo in piedi si muove all’ indietro, senza fare un passo, e osserva un altro uomo che dà un’ultima occhiata al treno, prima che le sbarre bianche e rosse si siano alzate del tutto. 

© 2016

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