BOB SE NE ANDAVA SEMPRE

bob

Era autunno, odore di terra nell’aria.

Il cielo striato di scie d’aereo, l’asfalto striato d’ umidità.

Roberto era rientrato tardi, come sempre. Si era perso il bagnetto dei figli, non aveva aiutato sua moglie ad apparecchiare e lo attendeva una cena solitaria come quando i piccoli avevano fame e non si poteva aspettare. Una cena riscaldata.

Rincasando, Roberto si era trovato dietro ad una macchina sconosciuta, nuova fiammante. L’auto si era infilata nel cortile del vicino con lui dentro, adesso Roberto lo vedeva bene e lo salutava con la mano. Il padre del vicino era venuto a mancare la settimana prima.

Ormai era inverno. Roberto stava fuori dalla chiesa a fumare una sigaretta. Dentro si celebrava il funerale del padre della sua vicina. Un’altra. Era una moria in paese. La generazione cancro, la chiamava Bob. La settimana dopo il funerale, Roberto aveva visto la vicina tornare a casa con un ‘auto nuova. Forse era una terapia comune, di cui non aveva mai sentito parlare, per superare il lutto, pensava. La moglie di Roberto  aveva spiegato che anche una sua collega aveva perso il padre recentemente e aveva ereditato un sacco di soldi. Roberto aveva fatto di nascosto un rapido segno della croce e aveva cominciato a pregare affinché suo padre rimanesse vivo e vegeto e riuscisse a rientrare dei suoi debiti prima di lasciarli in eredità a lui. E poi anche perché gli voleva bene.

Aveva, il vecchio Bob, una qualità rara : non piangeva mai miseria. Era sempre stato il più povero di tutti. A scuola, a lavoro , tra gli amici. Non era povero da vivere sotto i ponti ma non possedeva nulla. Non aveva una casa al mare, non in montagna, non aveva proprio una casa. Viveva in affitto e guidava una macchina vecchia e sgangherata.  A lui non dispiaceva. Gli piaceva passare leggero in questo mondo, senza appesantirsi di inutili beni materiali. A volte la pensava così veramente, a volte usava questo ragionamento come scusa per non riuscire a possedere qualcosa.  Quando aveva voglia di dire a tutti : fuori dai coglioni, questa è casa mia. Per esempio. O come nei film americani : fuori dalla mia proprietà!  A volte, un po’, gli pesava ma quasi tutto il resto del tempo, Bob e la sua famiglia, viveva bene lo stesso.

Era incuriosito e infastidito dal resto del mondo. Loro sì che piangevano miseria. A ogni respiro. E più avevano soldi, case, macchine, barche, aerei privati, più piangevano miseria. Arrivavano e cominciavano a lamentarsi di tutto. Non che non avessero ragione quando se la prendevano con le tasse, con il governo che ormai non eleggevamo nemmeno più, con lo stato che c’era solo quando era ora di prendere. Anche Roberto si arrabbiava di fronte a ingiustizie tanto evidenti e tanto estese. Eppure non capiva perché si lamentasse quello che la sera prima si era vantato di aver fatturato dodici milioni di euro l’anno passato. Grazie alle sue molteplici attività, grazie alla borsa, grazie agli amici suoi che erano persone importanti. E allora, pensava Bob, se anche gli avessero portato via la metà dei soldi con le tasse, gli sarebbero sempre rimasti sei milioni di euro per campare lui e la sua famiglia. E chi ne guadagnava poche migliaia, di euro? Pagava comunque l’affitto, le bollette, faceva la spesa, andava in vacanza e tutto il resto. Senza rompere i coglioni a nessuno. E quello dei dodici milioni lì a lamentarsi come se non potesse arrivare a fine mese. E se qualcuno glielo faceva notare, allora apriti cielo. Se guadagni così tanto pare che poi ti trasformi in una specie di Madre Teresa di Calcutta e devi prenderti cura di tutti i poveracci del mondo. Anche se il mondo sapeva benissimo che il tizio dei dodici milioni era un taccagno talmente riconosciuto che sarebbe stato capace di dare in beneficenza cibo scaduto da tempo pur di non intaccare il suo portafoglio. No, cari bambini della missione in Eritrea, non è stato un batterio o un virus autoctono a farvi venire la dissenteria quella volta, pensava Bob. Sì, bambini, avete proprio ragione : più soldi hanno e più sono tirchi, pensava.

Non era solo il milionario locale. Erano un po’ tutti così. E intanto lasciavano andare alla malora quello che non usavano o si erano dimenticati di possedere. Però l’occasione era sempre ghiotta per lamentarsi. C’era quello che sbraitava con gli amici, indignato per l’aumento di venti centesimi dell’autostrada. Roberto lo sapeva bene perché doveva prenderla tutti i giorni. Due volte al giorno, mattina e sera. Come una medicina. Come una supposta. Si era arrabbiato, certo, l’autostrada era aumentata di prezzo ma non di qualità, quindi capiva da solo che un aumento ingiustificato faceva storcere il naso e girare le palle. Ma quell’altro non la prendeva dal 1988 l’autostrada. Negli ultimi trent’anni si era limitato a brevi giri in auto per le località limitrofe al paese e lunghe scorrazzate con il trattore per la campagna. Che cazzo gliene poteva fregare a lui dell’autostrada? Eppure si lamentava. Si lamentava anche per gli altri. Poi qualcuno gli faceva notare la cosa  e lui si arrabbiava ancora di più, proprio come il milionario. Bob pensava che la questione non era tanto il motivo, ormai, ma l’arrabbiarsi, il lamentarsi, il piangere miseria. Bob era stanco di tutte queste storie. Sempre le stesse. Ciao ragazzi, diceva, io vado.

Bob, alla fine, se ne andava sempre.

Bob era rimasto senza lavoro. Niente stipendio. Stava a casa e si dava da fare per non sentirsi troppo in colpa. Passava il tempo a pulire e mettere a posto. Giocava con i bambini, li coinvolgeva nelle faccende domestiche, leggeva loro libri.  Guardavano  tutti insieme vecchi film senza parolacce o scene di sesso. Roberto si sentiva comunque frustrato, inutile, un peso per gli altri. Pensava se non fosse stato meglio andarsene. Ma a lui piacevano sua moglie e i suoi figli. Non voleva davvero stare lontano da loro. Allora giocava con i soldatini e approfittava dell’estate per tirare qualche calcio al pallone nel prato. La sera faceva il bagno ai suoi figli e si lavava con loro, poi  preparava la cena per tutti. Sua moglie non arrivava mai tardi come faceva lui prima.  Anche a lei piaceva stare con la sua famiglia e faceva di tutto per rincasare presto.  Era una donna eccezionale, pensava Bob. Poi si sentiva in colpa e di peso. Poi andava a rifare il letto e a preparare la colazione prima di svegliare i ragazzi. Vedeva sua moglie uscire con la luce del mattino, la vedeva sorridere dalla finestra e lui le sorrideva a sua volta, insieme agli alberi, i fiori, i gatti randagi, le nuvole e il sole. Sua moglie era capace di far sorridere il mondo, anche se lui non aveva più un lavoro. Si sentiva triste, con quel sorriso e sua moglie che si allontanava.

Sua moglie non si era mai arrabbiata da quando era stato licenziato.  Subito Roberto aveva pensato che lo tradisse con il futuro nuovo padre dei suoi figli, un uomo capace di avere un ruolo stabile nella società e di mantenere i propri cari. Eppure lei usciva in tempo per arrivare in orario a lavoro e tornava sempre alla stessa ora. Non aveva mai avuto imprevisti o contrattempi che l’avevano trattenuta chissà dove, chissà con chi.  Bob vedeva sua moglie far voltare i pali della luce per guardare il suo fondo schiena perfetto e immaginava scenari di adulterio apocalittici. La sera le tendeva agguati tra le lenzuola che la coglievano senza via di fuga e la lasciavano senza fiato. Era il tentativo di Bob di non perdere la stima,  almeno per la propria virilità e, soprattutto, di non farla perdere a sua moglie. Sua moglie sembrava apprezzare i suoi sforzi. Sembrava felice, lei.

Bob era tornato a lavorare come freelance. Ma il profitto tardava ad arrivare. Comunque dava il suo piccolo contributo all’economia famigliare. Aveva molto più tempo libero rispetto a quando era un lavoratore dipendente, pendolare e piuttosto precario. La vita da schiavo, diceva Bob quando scherzava con sua moglie e ricordava i colleghi lasciati negli uffici infernali della città. Una volta gli sembrava quello il traguardo da raggiungere. Più che un traguardo, un trampolino di lancio. Così aveva pianificato all’inizio. Invece aveva solo cambiato uffici, edifici, telefonini aziendali, aveva avuto degli aumenti di stipendio ma la sensazione era quella di trovarsi sempre allo stesso punto di partenza.

Bob non amava la politica. Pensava che la realtà fosse troppo diversa dalla sua idea di occuparsi del bene pubblico. Alla fine non si interessava e basta. Non erano mai riusciti a tentarlo. Quando cominciavano a parlare di partiti, di provare a fare qualcosa, Bob se ne andava sempre. Per non rischiare, per non farsi illudere quando sapeva benissimo di non essere un ingenuo. Preferiva giocare con i suoi vecchi soldatini che aveva tenuto con cura per i figli. Si inventava, come da bambino, le storie con i personaggi che aveva per le mani. Faceva combattere battaglie e ogni volta studiava una strategia per dare un vantaggio all’esercito in inferiorità numerica o peggio equipaggiato. Alla fine il nemico sconfitto era sempre risparmiato. Anche quando uno dei suoi figli voleva lo sterminio totale. No, diceva Bob. Alea iacta est, diceva. Va bene così. Onore ai vinti. E i suoi figli pensavano fosse impazzito e gli saltavano addosso per tentare di sterminare almeno lui.

Sua moglie non si lamentava di vederlo spesso in casa.   Non le sembrava un pelandrone sfaccendato anche se riusciva a malapena a racimolare i soldi per l’ affitto. Non importa, diceva lei. Sembrava non le importasse veramente e Bob non capiva. Mentre cucinava, mentre rassettava, mentre andava a farsi un giro per schiarire le idee, pensava sempre a sua moglie con uno stupore permanente. Bob pensava sempre a sua moglie. Pensava a cosa le avrebbe fatto piacere. Pensava anche ai  suoi figli, nello stesso modo ma con più senso di responsabilità.  Bob era innamorato. Era sempre stato innamorato. A volte si litigava. A volte se n’era andato, tanto per fare calmare le acque in tempesta. Poi era  sempre tornato , senza regali di scuse, con solo un bacio e un abbraccio.

Com’è che non mi rimproveri per la situazione in cui ci ho messo? Aveva chiesto Bob una sera. Quale situazione? Aveva domandato lei. Quella di non avere casa, né auto di lusso, né proprietà in luoghi di villeggiatura, né tanti soldi. Aveva specificato Bob. Lei si era messa a ridere e lui non capiva. Lei sì, invece. Aveva capito tutto e si era avvicinata a Bob per prendergli una mano e lanciarsela cadere dietro una spalla. Convinta, e con un certo umorismo, pretendeva d’essere stretta da lui. E Bob l’aveva stretta a sé e aveva congiunto le sue labbra con quelle di lei. Come sempre, in questi casi, provava rapimento, malinconia per la brevità dell’attimo, voglia di rifarlo. Allora si erano baciati ancora un po’ , poi lei aveva detto che erano tutte sciocchezze. Aveva detto che lui dava a lei e ai loro figli tutto quello di cui avevano bisogno. Aveva detto che quando intendeva tutto, voleva dire proprio tutto. Non:  tanto da una parte e niente dall’altra. Così aveva detto la moglie di Bob e aveva aggiunto : che scemo che sei. Ad un tratto si era fatta seria  in volto ed era esplosa infine in una sensualissima espressione di vero stupore. Tu non te ne rendi conto, vero? Aveva chiesto. Tu sei cieco amore mio, aveva detto. Lei non pronunciava spesso la parola amore, preferiva darlo e riceverlo. Per Bob era un indizio da prendere seriamente in considerazione.

In effetti non era mai tardi per nulla. Roberto era presente, lei era rilassata e non doveva pensare a tutto da sola, i suoi figli erano sereni. Bob cominciava a rendersene conto. Era solo merito di sua moglie.  Lei che si sentiva bella e giovane come quando era una ragazzina, innamorata come allora, trasformava il suo stato d’animo in uno stato di fatto. In sottofondo si udivano le risate allegre dei loro figli, di là a giocare tranquilli. Poi lei aveva sussurrato che anche lui sembrava ringiovanito, tonificato e tremendamente sexy. Bob! Bob! Bob! Bob! Gridavano i fan immaginari nella testa di Roberto tra le braccia lussuriose di sua moglie.

Era una conseguenza. Aveva avuto bisogno di più tempo e le giornate si erano  allungate. Tutto aveva avuto inizio nel prato, quando, mesi prima, giocava con i suoi figli per non sentirsi colpevole di aver perso il lavoro stabile. Loro giocavano a palla e lui stava sdraiato nel prato a guardare. Una piacevole frescura proveniva dall’erba, di sotto, a contrastare il caldo dell’aria assolata, di sopra. Bob masticava una mela e stava sdraiato sul fianco appoggiando la testa sulla mano libera, come Platini nella finale di Coppa dei Campioni maledetta. Poi sedeva con le gambe incrociate, il sole intanto calava e lui sentiva l’inversione termica del suolo che rilasciava calore e dell’aria che si rinfrescava. La magia degli ultimi raggi al tramonto tra i rami delle betulle e dei castagni, i grilli che cominciavano ad accordare gli strumenti, il pallone che passava da uno dei suoi figli all’altro.  I suoi figli instancabili e il tempo che sembrava essersi dilatato. Bob che si alzava e, con dispiacere, se ne andava.  Andava a preparare il bagno per lavare i ragazzi , mentre la vasca si riempiva  metteva su l’acqua per la pasta. Mentre aspettava che l’acqua bollisse ripensava a quel prato, non alla depressiva routine. Soprattutto, ripensava al tempo che gli era stato concesso come per incanto. Ne aveva trovato altro, per coccolare sua moglie, per fare una passeggiata, per osservare il volo dei nibbi bruni che nidificano dietro casa, per leggere un libro e ascoltare un po’ di musica.

Il fatto era che bisognava avere una moglie come quella di Bob per fare dei figli ed essere felici. Non era tanto la famiglia, il valore della famiglia, il senso della famiglia. Tutte cazzate, pensava Bob. Tutte parole vuote. Bob vedeva la differenza, ormai, tra una parola vuota e una parola piena di significato. La parola piena, provava a spiegare a sua moglie, è … E’ piena. E’ colorata, luminosa, dietro le lettere che la compongono c’è un quadro in movimento in cui si svolge la scena che dà vita a quella parola. Questa volta era sua moglie a non capire. Nessuno capiva, ed era abbastanza normale vista la pessima chiarezza espositiva di Bob. Comunque è andata così. Almeno finché Bob è rimasto. Poi, un giorno, ha preso la sua famiglia e quelle poche cose che aveva e se n’è andato via.

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