COME CANIEGATTI (I parte)

gatto-e-cane

Tomei se ne sta quasi tutto il giorno a dormire accanto a me, comodamente accoccolata sul divano. La sua bella coda rigonfia fa da coperta e, ogni tanto, le sfugge un sospiro. Nel sonno più profondo, dove anche i gatti sognano. Io resto seduto, con i  dolori di schiena che si acuiscono. Dolori causati dalla classica posizione dell’impiegato. Tutto il giorno ingobbito, ripiegato su una scrivania.

Alla scrivania batto sui tasti del computer l’articolo per domani e magari anche quello per dopodomani. Non succede mai molto in questa cittadina di provincia dai fasti ormai sepolti nel passato. E’ pura decadenza, quella classica, la gente nemmeno si accorge di starci immersa fino al collo. O fa finta di niente. Ignavi indegni del paradiso come dell’inferno. Le cose vanno ancora piuttosto bene per molti, soprattutto chi vive qui da generazioni ed ha accumulato beni e privilegi con il tempo. Ma quanto è vero che  i soldi finiranno, prima o poi, i privilegi hanno già smesso di avere senso e si trascinano stanchi come il grasso borghese che li rivendica. Scrivendo per il giornalucolo locale certe cose ho imparato a conoscerle. Il guaio è che non si può scrivere di questo. Sarebbe interessante. La nostra linea editoriale si basa, invece, sulla promozione del territorio e sulla cronaca spiccia. Argomenti paesani di poca, se non nessuna, importanza.  Qualche picco lo si raggiunge quando capita un incidente stradale nella zona di nostra competenza, oppure quando un giovane di belle speranze perde la vita. Oppure tutte e due le cose.

E’ qui che parcheggio la mia macchina tutti i giorni. E’ qui che infilo le chiavi nella porta e mi concedo alle gioie casalinghe. Siamo io e Tomei. La casa dove viviamo è molto grande per noi due soli ma ci piace avere spazio. Ho messo la scrivania nel salone , una stanza ampia e luminosa. C’è una vetrata grande come un’intera parete e  posso godere della vista sul mio giardinetto, sul retro della casa . Non è un parco ma a Tomei basta per sentirsi un po’ a contatto con la natura, per rifarsi le unghie lontano dai mobili, saltare, rotolarsi, depositare i suoi bisogni e tutte quelle cose che di solito fanno i gatti.

Di giorno non sono quasi mai in redazione. Assisto, da dietro le finestre, ai gesti quotidiani della mia vicina, una vecchietta dalla schiena curva. Si dedica a qualche lavoretto nel suo giardino, ogni tanto tira fuori dal garage un sulky grigio topo, sale sul suo trabiccolo e scoppietta via, da qualche parte. Al mattino e nel tardo pomeriggio osservo la processione di ragazzini che entrano ed escono dalla scuola in fondo alla strada. Una settimana fa la mia vicina ha tentato un approccio. Il campanello suona inaspettato, verso le due del pomeriggio, ed io sono andato ad aprire così come mi trovavo, vestito con trasandati abiti casalinghi. Ho capito da come mi ha squadrato, attraverso le sbarre del cancello d’entrata, che le devo avere fatto una pessima impressione.

– Buongiorno. – Mi ha detto.

Ha sfoggiato un sorriso. Ha cercato di tenere la schiena più dritta possibile . Non mi ero reso conto di quanto fosse anziana prima di vederla da vicino.

– Buongiorno. – Ho risposto.

Ho aperto il cancello per eliminare antipatici ostacoli tra di noi. Mi continuava a squadrare con uno sguardo a tratti cattivo, a tratti compiacente.

– Prima di lei io ero molto amica della proprietaria della casa, sa? – Mi ha detto.

– Mi fa piacere – ho risposto. – Spero che anche noi andremo d’accordo. –

Lei è rimasta in silenzio, ha fatto un’espressione strana, come se non credesse proprio che avremmo mai potuto andare d’accordo.

– Grazie per essere passata, – le ho detto. – Devo  andare a prepararmi, ho molto lavoro da sbrigare… –

Mentre mi radevo , dopo l’incontro con la vicina, ho avuto la costante sensazione che fosse venuta da me per una sorta di perlustrazione, di sopralluogo, per farsi un’idea precisa  di qualcosa. Per studiare l’avversario. E’ stata questa sensazione a farmi chiamare il padrone di casa.

– Mia madre ha sempre creduto che fosse sua amica. Pensi che perfino sul letto di morte ha sottolineato come si fosse sentita stupida a fidarsi di una persona tanto  falsa e perfida. E’ sempre stata invidiosa del fatto che io sono diventato un ingegnere e suo figlio fa il massaggiatore. –

Mi confida che se n’è andato  da quella casa anche per non avere la sua presenza opprimente ancora accanto. Ha concluso dicendo che gli dispiace che debba sapere quelle cose da lui, solo dopo aver pagato diversi  mesi d’affitto e aver firmato un contratto. Sperava che con me si sarebbe comportata diversamente, stemperata nella sua spiacevolezza dagli anni. Gli dico che non ho avuto problemi per il momento e lo ringrazio per la sua sincerità. Ho dato a un uomo l’opportunità di togliersi un peso dalla coscienza, a quanto pare. Ho sentito una vaga puzza di truffa ai miei danni ma sono passato oltre. Non avevo alcuna intenzione di dare confidenza all’anziana vicina e adesso ho tutte le ragioni per farlo.

Un giorno esco per andare in redazione e vengo sorpreso da una figura mostruosa, guarnita da un’aria arcigna e minacciosa. Piegata a novanta gradi in avanti, con la faccia ritorta in una smorfia avvizzita nello sforzo di alzare lo sguardo verso di me.

– Come va? – Chiedo di malavoglia alla vicina.

– Non bene, – mi dice.

La mia siepe impedisce al sole di raggiungere il suo portico ed evitare che cresca il muschio tra le mattonelle.

– Capisco. – Le dico pensando a che strada mi convenga fare a quest’ora per evitare il traffico.

– Vedremo. Io l’ho avvisata. – Dice lei.

La sua vaga minaccia mi scorre attraverso e scivola via  dai miei pensieri mentre oramai mi avvio lungo la strada.

Me ne sto bloccato nell’ inesorabile quanto inspiegabile traffico. Traffico che può essere considerato parte dell’arredo urbano. Me ne sto bloccato tra auto e gas di scarico, tra palazzi e movimento di pedoni. Bloccato davanti a questi fanali, a questa targa prima sconosciuta ed ora imparata a memoria. Immobile. Mi chiedo come sia possibile che, adesso, siamo fermi a guardare i conducenti che per simmetria si trovano dall’altra parte della carreggiata, rivolti nella direzione opposta. I cubetti di porfido lastricano le zone centrali. Un tempo con eleganza , oggi con smossa , semplice, presenza. Tutto vibra nella mia auto patriottica. Anch’io vibro sopra l’assetto sconnesso di questi sampietrini dal paleolitico passato. Passo in redazione, consegno gli articoli e saluto. Conto di non impiegare più di dieci, dodici minuti,  evitando di respirare a lungo l’aria viziata di sigarette e mediocrità. Dopo vado a fare il pieno alla macchina, controllo l’olio, le gomme. Magari la lavo, se non c’è coda… Tomei è già da mia sorella, la valigia è già nel portabagagli. Nascosta agli occhi ignari degli altri automobilisti, bloccati qui dal traffico e dagli impegni. Lo capirebbero anche loro se mi vedessero dalla vita in giù . Se vedessero che oltre questa camicia aperta sul petto indosso solo un paio di bermuda e delle infradito da spiaggia. Eh già. Me ne vado in vacanza. Proprio così. E tu? Dove vai? Tu di fianco a me , bloccato, che te ne stai incravattato nella tua BMW lussuosa e nera. Sotto questo sole. Il climatizzatore che spinge al massimo per mantenere privo di antiestetiche macchie scure il tuo completo grigio. Invece io i finestrini li tengo abbassati e , quando mi muovo, l’aria mi scompiglia i capelli e mi sembra di essere un ragazzino. Sono contento di togliere il disturbo per un po’, di dimenticare questo stupido traffico e la stupida seriosità media . Vado al mare, in Spagna. Manca solo il mio compagno di viaggio. Tra poco salterà sul sedile di fianco al mio con qualche birra chiusa tra le mani ed una già aperta, che mi passerà . Allora la farò tintinnare contro la sua, che con agile mossa avrà stappato con l’accendino e il brindisi darà il via alla nostra sensazione di essere davvero tornati due ragazzini e di partire per il viaggio. Te lo ricordi?

Ho perso il cellulare nella penultima notte di follia feriale e non mi sono  preoccupato di rientrarne in possesso. Devo dire che, al contrario, mi sento molto più leggero nel guardare la nuova rubrica e veder comparire sul display solo una decina di nomi. Sarà perché sono quelli che contano davvero. Prima di rientrare inesorabilmente nel mio regno domestico, lancio un’occhiata alla casa della vicina. Niente si muove. Solo una luce balugina, dietro i vetri del  lampioncino sopra la porta d’entrata. Tomei l’ho trovata bene, mia sorella l’ha dovuta salvare un paio di volte dagli agguati dei suoi due teppisti di cinque e sette anni. I miei cari nipotini. Tomei ha saputo far valere il suo formidabile istinto, si è mantenuta alla debita  distanza e , all’ occorrenza, si è destreggiata nei leggendari balzi, fulminei, tipici della sua specie, evitando di cadere nelle grinfie di predatori più pericolosi di lei. Nonostante la sua aria sorniona, è molto sveglia Tomei e si fa volere bene. Nessuno può resisterle quando t’avvolge nel suo godimento gutturale, mentre si strofina con forza contro le tue mani, i tuoi piedi, il tuo corpo tutto, a seconda della posizione in cui ti trovi. Adesso sta rannicchiata sopra di me sul divano. Fa le fusa e allunga alternativamente le due zampe anteriori, graffiandomi con garbo vicino l’ascella mentre la mia mano le accarezza la testa, sempre più stancamente, davanti a questo film da palinsesto estivo, già visto una ventina di volte. I miei occhi si spostano verso le valigie in entrata, ancora da disfare, tornano sullo schermo televisivo e si chiudono definitivamente.

Avevo bisogno di una bella dormita dopo il viaggio. Faccio colazione nel salone luminoso e ampio. Sulla scrivania lampeggia la segreteria telefonica, mi avvicino con un bicchiere di succo d’arancia fresco di frigo e premo il tasto per ascoltare i messaggi. Senza aspettare accendo anche il computer portatile per controllare la posta elettronica. Sono sicuro che non ci sia niente d’importante ma è la curiosità che accomuna tutti quelli che ritornano dopo un periodo di vacanze che mi spinge a farlo. Non importa se si è stati via per un anno o per un week-end. Potrebbero esserci grosse novità, potrebbe essere cambiato tutto. Meglio aggiornarsi al più presto. E così facendo si torna in un baleno a quella normalità quotidiana che comunque ci avrebbe inghiottito. In segreteria c’è un messaggio dei miei che non sapevano dove fossi. Poi un altro , sempre dei miei , con la voce di mia madre che dice che ha parlato con mia sorella e che si era dimenticata delle mie ferie, di chiamarla quando torno ma che va tutto bene. Gli altri messaggi sono muti, qualcuno ha aspettato fino al segnale acustico per poi riagganciare senza dire nulla. Tutto qui. La posta elettronica invece mi propone di vincere nuove vacanze, di provare un allunga-pene garantito. La newsletter del Cataclysma m’informa di tutte le serate di musica dal vivo che mi sono perso. Non un granché. Niente di nuovo. Non ho lasciato una donna e non ne trovo una in casa, ovvia conseguenza del mio infantile senso di oppressione al sopraggiungere di responsabilità nei confronti di altre persone.

Guardo il giardino e noto cambiamenti. Le piante sono cresciute rigogliose e selvatiche. I cespugli sono gonfi, la quercia carica di foglie ombrose, l’erba del prato, a tratti bruciata dal sole, copre d’un irto tappeto la terra sottostante creando anfratti e nascondigli per il microcosmo che vi abita. C’è qualcosa di trasandato in questo giardino, lo ammetto. Ma c’è anche qualcosa di giusto, di naturale. L’inverno arriverà prima di quando lo si aspetti e l’erba morirà , le foglie cadranno, i cespugli si seccheranno senza che l’uomo possa farci un granché. E’ il ciclo delle stagioni e non sarò certo io a intromettermi in questo meccanismo superiore che regola la vita di miriadi di creature. Sarà per questo, insieme alla pigrizia, alla totale ignoranza di giardinaggio, che alla fine ammiro, quasi con orgoglio, l’aggrovigliarsi della rosa rampicante con il glicine della veranda. S’avvinghiano l’uno con l’altro nella lotta verso la luce del sole e creano così una visione ambigua della loro natura dai petali distinti, dai fiori così diversi, così profumati entrambi e festanti nel rosso vivo accanto ai grappoli viola cascanti come chiome di eroi omerici. Uno sposalizio di tronchi sinuosi e flessibili, in pose tantriche , lente e pazienti come solo le piante possono esserlo. Una storia d’amore da giardino. Poi scruto più  a destra, mi inclino davanti alla vetrata per scorgere la siepe di lauro giovane che ho lasciato espandere tutta l’estate per creare un muro tra me e la strada , i vicini, e tutti quegli occhi indiscreti che sento possano profanare la mia legittima privacy. Solo adesso m’accorgo della voragine netta che interrompe la linea della siepe. La deturpazione. La privazione della necessaria e allineata altezza. La mano dell’uomo. Quella della mia anziana e ritorta vicina, senza dubbio. Investigo. I rami tagliati sono a terra da un bel po’ di tempo a giudicare dall’ingiallimento delle foglie, anticamente usate come corona di gloria e ora prova dell’ignominia.

Qualcosa mi rode. Nonostante la sua inabilità fisica quella cocciuta signora è riuscita a ottenere luce per le mattonelle del suo portico . Non ha badato alla violazione senza ritegno della altrui proprietà. Cerco di immaginare quale tecnica abbia potuto usare. Forse conosce un passaggio, un buco nella rete e, indisturbata, è penetrata nel mio giardino con le sue cesoie assassine. Ma la rete è intatta. Che l’abbia successivamente riparata? Che abbia potuto fare tutto questo durante la mia assenza? A che pro assumersi delle spese di riparazione quando l’unico suo vero scopo era guastare? Non può essere andata così. Di certo era diventata una questione di principio, per lei . Ancora più profondamente, ne sono sicuro, devo averle mancato di rispetto, ai suoi occhi. Per quanti anni aveva tormentato la donna che abitava qui prima di me? Il giorno stabilito, all’ora pattuita, la siepe avrebbe dovuto essere potata, senza discussioni, senza possibilità di decidere da sé cosa farne della propria siepe, nel proprio giardino. Quali diritti posso vantare sulla faccenda? Perché è evidente che si tratta di una infrazione. Non so se valga la pena alzare il polverone. Dovrei avere una prova concreta della colpevolezza della mia vicina. Potrei andare da lei a chiedere spiegazioni. Non ne ho molta voglia, sono appena tornato tra le mura domestiche, dove dovrei godermi la sacra tranquillità. Vieni qui Tomei, accarezzarti mi rilassa.

Ho passato tutta la giornata nell’ombra della casa ad accarezzare il gatto, tipo Franz Oberhauser alias Ernst Stavro Blofeld. Ho abbassato tutte le tapparelle e mi sono appostato nel lato est, dalla parte del nemico. Attraverso gli spiragli della persiana , come da dietro una feritoia, osservo l’ abitazione di fianco, teso a cogliere ogni movimento della mia anziana vicina. Scruto il giardino, le finestre,  nell’attesa di vedere passare un’ombra ignara di essere sotto tiro. Il sole esterno scalda il primo pomeriggio e tutto sembra calmo, immagino la vecchia che riposa sul divano davanti ad un ventilatore sibilante , vecchio quanto lei. La visualizzo, grondante di sudore in una posa oscena alla ricerca della maggiore ventilazione possibile. Sola come merita di essere. Come me, del resto. E’ questo osservare il nulla mi annoia, dopo un po’. Mi lascia riflettere su quello che sto facendo e non mi piace. Non posso mettermi al suo livello. Non mi è mai importato niente della vita dei miei vicini di casa. Io non disturbo loro e loro mi lasciano in pace. Un rapido saluto se ci si incrocia davanti casa e via. Ma oramai sono qui e ci rimango, anche perché il sole sta smorzando la sua intensità , la luce si fa meno verticale. Qualcosa si muove. E’ lei. Con la sua perenne tunica floreale, un cappello di paglia in testa e un annaffiatoio in mano; lo riempie dalla pompa del giardino, si avvicina alle aiuole e le benedice con il liquido trasparente. Ripete l’operazione con pazienza, molte volte. Passando lungo il portico si ferma un istante, si volta verso le mie finestre e arriccia il naso. Non mi vede ma io vedo lei.  D’un tratto guarda la siepe e assume un’espressione compiaciuta. Ora lo so.

© 2015

 

… CONTINUA

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