Mentre aspettavo la prossima onda, sentivo il sole cuocermi la schiena.

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J sta pensando solo alle onde. Vede arrivarne una più grande. Eccessivamente più grande. Immergendo la sua tavola, riesce a stento a prendere i tempi giusti per bucarla e sfuggirle alle spalle prima di essere preso dal vortice. Una volta riemerso segue quel gigante con lo sguardo, verso riva. Visto da dietro fa comunque paura. L’onda s’infrange ma non si ferma. J osserva cosa sta combinando il mare con una certa ansia.

Sente delle grida in lontananza. Sul mare aperto le barche ondeggiano in modo impressionante. Cosa stia succedendo, di punto in bianco, senza un preavviso, è difficile dirlo con certezza. L’onda si ritira. Il mare tutto si ritira, come a prendere la rincorsa. J rimane inspiegabilmente in una secca dove prima l’acqua era alta. Vicino a lui Mick cammina con la tavola sotto il braccio destro, un’espressione sbigottita.

– Che cazzo succede!? –

Domanda senza preamboli.

– Che cazzo ne so, – risponde J,- non mi piace per un cazzo. –

E’ qui sembrerebbe che i due giovani surfisti si esprimano con un gergo tutto loro, poco fantasioso quanto volgare. In realtà hanno una paura fottuta.  Quell’onda ha colto impreparato persino qualche pesce che sguazza sul fondo arido, nudo, sotto i piedi di J e Mick. Indecisi sul da farsi scrutano l’orizzonte per capire dove si sia cacciato l’Oceano Indiano.

– Torniamo a riva? – Chiede J.

– Non so. – risponde Mick.

– Avrà  a che fare con il terremoto ? –

– Mi sa di sì. –

Almeno su questo sono d’accordo. Stanno lì immobili, incapaci di prendere una decisione o tornare, a piedi, verso la spiaggia . Dalla spiaggia però continuano a giungere suoni cupi e strilli. Poi è il rumore dell’acqua a coprire tutto. J e Mick guardano l’onda che ritorna, impetuosa.

– Cazzo! –

Urlano insieme, prima di imbracciare la tavola e cercare l’istinto per sopravvivere. Spariscono nei flutti, al galoppo verso riva. Anche in questo caso l’onda s’infrange enorme e non si ferma. Travolge. Distrugge. Trascina. Abbatte. Riempie. Corrompe. Soffoca. Stride. Urla . S’insinua. Urla ancora. Le urla della gente che corre s’alzano sempre più nell’entroterra. Qualcuno osserva dai piani alti la sciagura, incredulo del paradiso che soccombe, della vacanza in frantumi. Dov’è? Dove sono? Ci siamo tutti? Vado a cercare. Qualcuno nuota , s’arrampica. Poi tutti sono consapevoli. Aspettano. L’acqua se ne va ma aspettano. Questa volta non si fidano. E infatti l’acqua ritorna. J s’attacca come una ventosa alla tavola e non sa bene dove si trovi in quella centrifuga biancastra e inarrestabile. Sa solo che appena può conviene che si riempia i polmoni d’aria e poi cerchi di schivare scogli e corallo. Mick, pensa più o meno la stessa cosa, o almeno pensava così, qualche attimo prima, perché adesso riemerge insieme alla punta della sua tavola squarciata sul fianco. Guarda l’onda che se ne va e spera con tutto il cuore che sia l’ultima. Se la tavola si riempie d’acqua non galleggerà più molto bene e Mick dovrà contare solo sulle proprie braccia, già messe a dura prova da un Oceano imprevedibile.

J riemerge , la sua tavola è ancora intatta. Accanto a lui si muove qualcosa a filo d’acqua, qualcosa di grosso. J non lo vede bene nel su e giù delle onde ma si rende conto che non si tratta di un pesce.  Un brivido lo percorre lungo la schiena quando gli appare accanto, adesso perfettamente visibile, il cadavere di un uomo. La paura della morte si è materializzata in quel corpo in balia del grande mare, riverso e gonfio . Poi un onda più grande lo sorprende e il suo istinto torna a impossessarsi completamente di lui. Solo un messaggio di speranza giunge lucido dalla ragione: non si tratta di Mick.

E così i due ragazzi australiani possono dire di aver surfato uno tsunami, anche se quella serie di onde incredibili è stata una sorpresa inaspettata e perfino poco gradita. Non c’è stato modo di tentare la sorte cavalcando la massa d’acqua ma le tavole di resina si sono dimostrate fondamentali per la loro salvezza.

J non dorme con facilità la notte, sogna le onde che pressano contro la finestra della sua stanza. Un tubo incredibile che rotea su se stesso, al centro, lontano, una luce diamante lo attira ma un’ altrettanto enorme paura lo frena. Quando si sveglia la memoria lo spinge a rivedere i corpi ammassati delle vittime del maremoto a cui lui e Mick sono miracolosamente scampati. Il ritorno in patria è stato un sollievo ma le emozioni che hanno provato, ormai, non li abbandoneranno più.

Mick è sulla spiaggia della Gold Coast, all’alba. Imbraccia una tavola nuova fiammante ed è fermamente intenzionato a vedere quale sensazione lo possa assalire tra le onde di casa, buone onde di almeno sette piedi. Ci sono altri surfisti in acqua ma lui ancora non si decide ad uscire. Le antiche paure degli squali sono l’ultima delle sue preoccupazioni. C’è qualcosa di più profondo nel suo timore. E’ qualcosa di simile ad un odore. Il tanfo della morte misto all’ amato profumo di paraffina. E’ indelebilmente legato a quei momenti estremi in Indonesia, quando ha temuto che i suoi polmoni bruciassero per la sensazione di dolore lancinante, il bisogno di respirare. Ha tenuto duro. Alla fine ha visto l’acqua turbinante divenire più chiara e la sua bocca si è spalancata aspirando quanto più possibile. La tavola sempre stretta al petto , sempre squarciata ma ancora fedele nel sostenerlo a galla. Non se l’è sentita di aggiustare la tavola dello tsunami , l’ha semplicemente riposta in uno stanzino . Adesso Mitch vuole ancora sentirsi in grado di cavalcare una parete liscia e scorrevole, di sentire quella sensazione che non si può spiegare senza viverla , dalla quale ancora si sente attratto come da un grande amore mai spento. Allora si infila le maniche della muta e la chiude bene dietro la schiena, fa un piegamento in avanti per tirarla sotto il cavallo, rotea le anche. La nuova tavola lo osserva con la sua grafica sobria, la sua punta accentuata e le tre pinne taglienti. Mick raccoglie il leash e se lo fissa alla gamba destra. Afferra la tavola e comincia a correre verso il mare. A contatto con l’acqua si sorprende sorridere. Rema verso la line up, la tavola che fila liscia  incontro alla schiuma, il primo attrito e il tuffo dell’anitra per superare il fronte ondoso. Il volto di Mick riemerge al di là dell’onda ed è felice come il primo giorno che ha messo i piedi uno dietro l’altro su una tavola da surf, quand’era ancora un bambino. Si volta sulla linea e osserva una serie da sette arrivare come dune marine. Gli piace la terza. Sente un brivido quando la prima onda lo solleva e lo riabbassa, lui sempre seduto sopra la tavola immersa. La seconda passa in fretta e Mick si volta, mette un braccio in acqua e spinge, fa lo stesso con l’altro braccio e sente la terza onda che lo prende. Come un gatto si solleva e comincia la prima parte di discesa, quella ripida di adrenalina. Ha visto bene, la terza onda era buona, molto buona, s’arriccia e Mick si accuccia per entrare nel tubo, l’acqua lo accarezza sulla spalla mentre esce alzandosi dritto, piega il ginocchio e spinge sulle pinne girando la spalla, la tavola gira radicalmente e torna in posizione, poi compie una rotazione di centottanta  gradi e Mick guarda in faccia le onde che vengono. Comincia a remare. Deve fare in fretta se non vuole perdere la seconda serie.

J continua ad avere difficoltà nel prendere sonno. E’ un sabato notte di festa in giro per le strade ma lui è rimasto a casa. Mick gli ha telefonato per sapere cosa avrebbe fatto e per invitarlo ad un party niente male. J ha detto no, grazie. Ancora non ha riacquistato il buon umore che lo contraddistingueva. Sogna sempre queste onde assassine dalle quali sbalzano fuori teste recise e corpi che si schiantano pesantemente al suolo. Sogna onde che chiudono la loro enorme bocca d’acqua su persone normali che passeggiano tra le strade della città, tra di loro alcuni surfisti per i quali non c’è scampo.

– Per noi c’è stato, –  ha detto Mick. -Si vede che il dio Nettuno o Tangaroa ci protegge, noi l’abbiamo sempre onorato. –

In effetti è la verità, sono usciti da una brutta situazione sani e salvi, solo con qualche graffio inevitabile, come se avessero commesso un banale errore su un reef piuttosto basso. Una cosa normale, in fondo. La solita nuova cicatrice, poi tutto passa.

E’ il suono orribile dello tsunami che s’avvolge intorno ai suoi timpani e non l’abbandona. Rimane lì, presente. Come un sottofondo in ascensore o in sala d’aspetto, un sottofondo che , a un certo punto, vorresti tanto abbassare di volume o , ancora meglio, spegnere.

Accanto a J c’è la tavola , intatta anche lei, incredibilmente. J la guarda e sente il solito magnetismo che lo spingerebbe ad imbracciarla e sfidare ancora i flutti. Allora non è finita, si dice. Non può essere finita se sente ancora quella voglia irrefrenabile. Mick l’ha vissuta meglio, si considera un privilegiato e ha ragione. J guarda la riproduzione del Nettuno che staziona accanto agli incensieri. Una scenografia ibrida tra un tempio casalingo indù e un feticcio vudù. Lui però ci crede fermamente nel dio dei mari e degli oceani. Ci deve essere un’entità , uno spirito che governa le acque. Tutte le volte che lui e Mick gli hanno rivolto le loro preghiere e il giorno dopo le onde si sono alzate come per miracolo… Tutte le volte che non è successo. Ok, però non si può certo avere sempre il consenso di Poseidone, pensa J. Nettuno quel giorno avrà dovuto accontentare surfisti di un altro continente o placare i mari per salvare marinai in difficoltà, o accontentare i fanatici della gita in barca, dello sci nautico… Chi lo può sapere.

C’è un altro dio che si occupa dei venti… J cerca di farsi venire in mente il suo nome, senza riuscirci. Comunque lui si occupa dei wind-surfisti, chiaro, e dei kite-surfisti. Conclusi questi ragionamenti astrusi sente come una sensazione di leggerezza. J rilassa il suo corpo e cancella ogni pensiero come di solito faceva prima di affrontare onde grandi. I suoi pensieri diventano uno schermo piatto, nero, neutro. Poi appare una luce diamante, lontana ma molto brillante, come una stella in fondo al mare. Quando J riapre gli occhi si rende conto di aver lasciato indietro l’ossessione e la paura. La tavola e ancora lì, lo chiama come sempre per nome. J, dice, andiamo. Dai.

Mancherà più o meno un’ora all’alba ma J sta già sulla spiaggia. Fa una corsetta per riprendere un po’ di fiato dopo settimane di inattività. La spiaggia è deserta. J ritorna scattando dove ha lasciato la tavola e la muta, si distende , fa un po’ di stretching. Dal sacco dove tiene la muta prende la corona di fiori che ha fatto un’ora prima. E’ ancora umida di rugiada. Raggiunge il bagnasciuga stringendo la corona in mano. Non è una di quelle belle collane che ti accolgono alle Haway ma andrà bene lo stesso. L’acqua scura comincia a lambire i piedi di J, è fredda ma lui avanza fino a che non si trova immerso fino alle ginocchia. Fissa lo sguardo in lontananza e concentra l’udito sul suono delle onde.

– Questa è per te, – sssurra lanciando la corona , – grazie per avermi salvato. Te ne sarò grato per sempre. –

Dopo qualche attimo il sole appare all’orizzonte e J distingue dei bei riccioli bianchi che s’infrangono a poca distanza dalla spiaggia. Nettuno non lo abbandona. Corre fino alla tavola e si veste con perizia ma anche con una certa fretta. Lega il leash al piede sinistro e corre verso l’oceano. Dopo qualche passo inciampa nella corda dall’anima di metallo e cade. La tavola non ha subito danni , J lo verifica per prima cosa , poi , con uno strappo del velcro, si slaccia il leash e ride di se stesso. Ride a crepapelle. Si rialza e riprende a correre. Sulla riva si riallaccia il leash e si lancia in acqua.

Due ore e mezzo dopo J è ancora lì. Non sente più le braccia ma ha un’insaziabile fame di onde. Dalla line-up vede arrivare in spiaggia alcune sagome con la tavola sotto il braccio. Il tipo con la maglietta rossa è Mick, lo riconoscerebbe distante un chilometro.

Mick posa la tavola e comincia a infilarsi la muta.

– C’è già un mattiniero in acqua, eh? – Dice con un sogghigno, rivolto ai due amici che l’hanno accompagnato.

– Già, non sembra un pivello. – Risponde uno dei due.

Tutti e tre compiono il rituale di preparazione con un occhio attento verso le onde. Il vento oggi non le            rovina e sono ammirati dalla loro forma quasi perfetta. Non sono enormi ma a giudicare dalle evoluzioni del        surfista in acqua spingono che è una bellezza.

– Un momento.- dice Mick all’improvviso. – Ma quello là è J. Ecco perché non lo si vedeva più. Viene qui ad un ora impossibile e se le gode tutte da solo. – Mick scherza. E’ contento di vedere il suo buon amico in acqua, di nuovo.

J alza la mano per salutarlo e lui fa lo stesso prima di lanciarsi come un folle verso l’ Oceano.

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