In cantina, in famiglia, ai tropici.

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Luoghi e persone sono intorno a noi.

Ovunque il nostro sguardo si posi. Non lo sguardo leggero dell’ignaro osservatore che si trasforma in osservato.

Lo sguardo del predatore appostato tra i cespugli. Pesante e profondo, che stanca gli occhi e la mente dopo averla illuminata.

Sorgono da quella che chiamano vita. Spuntano fuori dalla fanghiglia i volti, i corpi e gli scenari all’interno dei quali si muovono.

Diafani come la realtà stessa.

Il corridoio è illuminato bene. Tanto lungo che sembra la metropolitana. Ai lati del corridoio ci sono diverse porte. Porte di vetro o di metallo. Dipende da quanto sia lecito, o possibile, vedere oltre.

Visto da lontano, dal fondo del corridoio, sembra una mosca danzante intorno ad un gonfio e vaporoso escremento. Fresco di espletazione.

La voce ronzante.

L’incedere sicuro e serio dell’altro uomo. Abiti eleganti che attenuano la prominenza della pancia e accentuano l’abbondanza sotto il mento. Occhiali con la montatura d’oro, lenti rotonde. Il cerchio come forma geometrica ridondante nel fisico dell’uomo elegante.

La mosca ruota intorno.

Il ciuffo che sbuffa, i denti brillanti. Nei mille occhi un piano recondito. Non smette di incalzare.

– Le ho già detto che se si libererà un posto Le farò sapere. In questo modo Lei potrà procedere nella prassi procedurale e tentare di occuparlo. Di più non ho da dirLe. –

Dietro la porta a vetri altre persone impeccabilmente vestite, sedute intorno ad un grande tavolo ovale.

Una poltrona in pelle nera, leggermente più grande delle altre, aspetta di accogliere le rotonde chiappe dell’uomo elegante.

… Cogliendo anche l’ultima occasione, ripete dalla soglia.

– Lo sa che ci tengo moltissimo a quel posto. Bzzz…Bzzz… Grazie! Bzzz…  –

Dal trono di pelle, uno sguardo di lama affilata.

– Sciò! –

La mosca guarda la bocca distorta che lo scaccia.

Dice: – Sissignore. –

La bocca rotonda si distende, senza più molestia, rivolge un sorriso affabile alla platea.

Penny riconosce quel sorriso.

L’ha già visto tante volte. Apre il suo taccuino e si prepara, penna in mano, a prendere appunti, finalmente.

Dietro gli occhiali, i suoi occhi vispi scattano fotografie. Le mani, intanto, procedono senza tentennamenti.

La catenella parte dalla stanghetta color tartaruga della montatura, passa dietro la nuca di Penny, dove lei tiene raccolti con cura i suoi capelli neri e lisci, e giunge all’altra stanghetta. La catenella brilla quando riflette la luce dei neon.

Ogni volta che alza gli occhi dal suo taccuino vede quel sorriso.

Qualsiasi cosa dicano le voci, qualunque sia la loro tonalità, qualunque sia la loro inflessione, c’è sempre quel sorriso.

Ogni frase si conclude con un silenzioso sorriso.

Come il “passo” di chi parla alla radio cb.

L’ex fidanzato di Penny trascorreva intere giornate dietro quella cosa antidiluviana.

Il continuo friggere delle frequenze.

C-B-brecco, C-B-brecco… Qui Grande Capo Apache. Si faceva chiamare così.

C’era un cartello colorato, sopra il cruscotto della motrice. GRANDE CAPO APACHE. Diceva.

Stava attaccato al microfono del suo baracchino senza mai smettere, tranne che per sedersi a tavola o sulla tazza del cesso. Sempre con un orecchio teso verso i vagiti metallici di quell’affare. Davanti alla televisione, spegneva la radio. Faceva zapping isterico. Era sempre fremente, non sembrava avere mai pace se non davanti al suo baracchino o al volante del camion di cui andava fiero. Il sesso durava poco ed era di pessima qualità. Quel bamboccio cresciuto non aveva la più pallida idea di quello che si stava perdendo.

Penny era tornata nel suo bi-locale senza rimpianti. Felice, senza il gracchiare di voci prive di volto.

– Quando non ci sono, se vuoi, puoi usare il baracchino… – Le aveva detto. Povero coglione. Voci e incomunicabilità. Un po’ come le accade a lavoro. Scrive veloce e ha una memoria di ferro, a volte stupefacente.

Le sue colleghe si distraggono in internet. Le hanno fatto vedere di tutto. A lei non piace. Sa utilizzare il mezzo, ovviamente. E’ molto preparata, sotto ogni aspetto.

Ma internet le ricorda la radio cb.

Un luogo troppo lontano da quella terra dove Penny ama tenere i piedi ben piantati. Sa che per lei sarebbe pericoloso lasciare andare la fantasia. Allora la tiene a bada facendo ogni sorta di lavoro utile. Si porta avanti.

Poi quel sorriso.

E’ certa, sì. Il sorriso passaparola, la chiusura dello spartito, il punto alla fine del capoverso. E’ un male tralasciarlo, come commettere un errore d’ortografia. Se lo stampa bene in mente.

Quando la riunione finisce, l’uomo elegante ha parlato a lungo.

Si rivolge a Penny e chiede:

– Ha scritto tutto, cara? – Sorriso.

– Sì, dottore. – Sorriso.

Qualcosa quel sorriso smuove. Un pene minuscolo sotto una pancia molle.

Peccato che il sorriso di Penny volesse dire: passo e chiudo.

 

La vigilia di Natale Tod entra in casa dal retro.

Sostiene a stento, barcollando, diversi pacchetti.

Si districa in un esercizio di equilibrismo e con un ultimo sforzo posa dolcemente i pacchetti a terra, senza farli cadere alla rinfusa.

I ragazzi sono di là, davanti alla televisione.

Tod non vuole farsi scoprire, altrimenti si ecciterebbero alla vista dei regali e non dormirebbero più.

Tutti i Natali è così. Tod e sua moglie fanno un po’ di sacrifici e comprano ai loro figli quello che hanno desiderato. E qualche cosa in più, di utile.

Il pranzo in famiglia, il luccichio negli occhi, i piatti caldi, per contrastare l’inverno freddo, fuori.

 

 

 

Uri piomba come un forsennato sul confine sbarrato del suo territorio. Abbaia come se volesse farsi scoppiare un polmone, come se dovesse affrontare un orso grizzly.

Con quei suoi denti incisivi sporgenti. Lo rendono simpatico al primo sguardo, inoffensivo al secondo, brutto al terzo.  Gli occhi scuri rimproverano senza cattiveria. Il manto bianco, maculato di pezze nere.

Stazza medio-piccola, orecchie pendenti da cocker mancato e tramutato in un’altra razza meticcia, contaminata.

– Spostati Uri, altrimenti ti schiaccio. –

Afida entra in cortile con la macchina che ha preso in affitto. Nella casa che ha preso in affitto. Uri innaffia una ruota del fuoristrada di Robin, l’uomo di Afida.

Non sa come faccia a pagarla ma girare su quella grande auto piace a lei e a suo figlio, Felipe.

Robin è anche il padre di Felipe, quando se lo ricorda.

Ha dimenticato quella vacanza, sette anni prima. Vide una ragazza splendida, dalla pelle dorata e dagli occhi d’Africa.

E adesso se ne stanno tutti in questa casa, nella periferia fredda.

Robin fa un po’ di tutto per guadagnare soldi. Rimane fuori casa a lungo.

Afida si sente sola. Ogni tanto fa qualche lavoretto. Pulisce gli uffici della City, quando le luci si spengono e rimangono solo i lavoratori straordinari. Come quella notte in cui ha incrociato la segretaria del capo. Si era fermata in ufficio fino a tardi e le è passata accanto in uno di quegli interminabili corridoi. Poi si è voltata. Dietro le lenti degli occhiali Afida ha visto gli occhi smeraldo della tigre in caccia. Ha sentito un brivido lungo la schiena. Ha mosso la testa ad accennare un timido saluto. Imbambolata. Penny si è chinata un po’ in avanti e ha mimato il gesto di scattarle una fotografia, la gonna del tailleur si è alzata e ha mostrato il pube nudo. Una posa sconcia ed eclatante che ha lasciato Afida a bocca aperta. Sconvolta. Poi Penny le si è avvicinata ad ampie falcate, in tre balzi, come la tigre. L’ha raggiunta e le ha messo una mano sul gluteo. Ha stretto la presa e Afida ha sentito le unghie di Penny che le incidevano la pelle sotto i jeans.

Togliteli. Ha detto Penny.

E quando Afida, sdraiata sulla schiena, sopra la scrivania, gemeva e implorava di smettere di farla godere, Penny non smetteva. La sua lingua non voleva aver pietà e straziava la preda. Mulinava come impazzita. Afida si dibatteva. Penny la bloccava, nello sforzo serrava gli occhi come se udisse esplosioni di petardi tutto intorno. Sfregava il proprio sesso sul ventre e sul petto dell’africana e la immobilizzava con il peso del suo corpo. Ad Afida piaceva. Si agitava, tentava di liberarsi… Poi aveva cominciato a baciare l’altra donna. La baciava sulle gambe, sul sedere, sul sesso. Aveva deciso di provare quel sapore e le era piaciuto. Avevano continuato a lungo. Alla fine Penny si era rivestita e se n’era andata senza rivolgerle altre parole. Afida si era rivestita e aveva finito il suo lavoro più volentieri del solito. Robin non sa niente di quella volta e nemmeno delle volte seguenti. Non sa niente delle fruste e delle manette, della cantina dove Penny ama farsi legare e dove lei l’ha lasciata legata prima di tornare a casa. E’ uscita con la scusa di comprare un regalo dell’ultimo minuto. Invece è andata da Penny, a Chelsea, e l’ha legata nello scantinato. Nuda. Accanto al vecchio termosifone. Appesa al gancio piantato nel muro scrostato. I piedi scalzi, senza poter poggiare completamente a terra. Le ha lasciato una tanica da dieci litri d’acqua e una cannuccia abbastanza lunga perché lei possa raggiungerla, pur restando immobilizzata. E’ la prima volta che Afida lascia Penny legata e sola così a lungo. Ma è lei che l’ha desiderato, per Natale. Vuole passarlo così. Incatenata in cantina, al buio, al freddo, per tre giorni di fila. Afida lo sa che troverà una scusa e riuscirà ad andare a controllare Penny prima che passino tre giorni. Non se la sente di rischiare. Soprattutto, però, non può resistere così a lungo. Il pensiero di Penny legata, in punta di piedi, i suoi capelli abbandonati lungo le spalle e i seni morbidi, le provoca un’eccitazione tale che Robin e Felipe ne sono coinvolti. Il piccolo chiede se Babbo Natale ha capito bene dove si trova la loro casa e i genitori scoppiano a ridere e si guardano negli occhi. Robin pensa che la notte di Natale sia l’ideale per togliere un po’ di ragnatele dal letto tra lui ed Afida. Afida pensa a quanto le piacerebbe rotolarsi tra le ragnatele, nella terra battuta della cantina di Penny, con un grosso vibratore infilato nell’ano, cercando di schivare i colpi del gatto a nove code.

 

Il vecchio giamaicano nero sta seduto su una seggiola di legno colorato d’azzurro.

Sta seduto davanti ad una casa bassa, semplice come una scatola, dipinta di bianco.

Ai piedi del vecchio si riposa un cane. Anche lui anziano, anche lui nero.

Il rotondo inglese bianco cammina per la strada del quartiere dove abita il vecchio giamaicano nero. Ha deciso di passare le vacanze ai tropici. Da solo. Una famiglia non ce l’ha mai avuta, le donne pensa di procurarsele qui, con pochi spiccioli. Si è allontanato dall’hotel e si è perso. Ha voluto fare l’avventuroso, allontanarsi dall’hotel e dai suoi lussi, dalle sue sicurezze. L’uomo è un leader, è abituato a comandare e ricevere rispetto. E’ indispettito perché la sua segretaria, prima di partire da Londra, si è rifiutata di soddisfarlo. Quella sfacciata. E’ brava, troppo utile perché lui possa semplicemente licenziarla. Vuole rifarsi, comunque. Vuole trovare una bella mulatta o una nera, farle vedere qualche biglietto di banca e poi tutto il resto. Vuole fare sesso violento, fare pentire tutte le donne di non desiderare lui quanto i suoi soldi.

Indossa una camicia bianca a maniche corte, bermuda cachi e sandali ortopedici. Sulle spalle porta uno zainetto che contiene solo crema solare ad alto fattore di protezione e una guida turistica della Giamaica. Il suo aspetto di budino sotto il sole è molto diverso da quello austero, elegante e autoritario che assume indossando i suoi completi costosi. In testa porta un berretto con la visiera di una squadra di football inglese. Vuole sembrare giovanile.

Inforca occhiali da sole sportivi e sul suo viso si vedono, bene, le tracce di crema, spalmata male.

L’inglese avanza con l’aria di chi si sente superiore, dominatore.

Nel suo sguardo, se solo si vedesse attraverso le lenti a specchio degli occhiali, si scorgerebbe un’espressione di disgusto per ciò che lo circonda.

Passando accanto al vecchio, seduto sulla sua sedia, non si accorge del cane assopito nella polvere. Calpesta, con quei sandali per piedi piatti, la terra battuta della strada e anche la coda del cane. Con quei sandali ridicoli.

Il vecchio cane nero, destato di soprassalto dal suo sonno, guaisce forte. Si volta con uno scatto e punta deciso il polpaccio molle e suino dell’inglese. Morde l’aria, purtroppo. Non vede più tanto bene.

– Fottuto cane nero! – Strilla il ciccione inglese mollando un calcio che colpisce il sedere nero del cane.

Lo sguardo del vecchio giamaicano nero si fa scuro. Il bianco insiste ad insultare l’animale che, dolorante, si rifugia nell’interno buio della casa.

Il bianco non si accorge di essere già stato circondato da un gruppetto di giovani giamaicani, grossi e muscolosi.

I giamaicani indossano vestiti colorati, calzano  scarpe da ginnastica colorate e sono neri. Come il vecchio, come il cane.

Il vecchio giamaicano nero sta ancora seduto e guarda fisso l’inglese bianco.

Il grassone inglese, finalmente, s’accorge di essere nei guai e, come d’incanto, pare perdere tutta la sua arroganza. Non è abituato. Nel suo ambiente è lui il boss. Si trova spaesato, si è allontanato dal suo mondo per procurarsi una prostituta da solo e adesso non sa come reagire, non ha appoggi, qualcuno che possa sistemare le cose per lui.

Balbetta qualcosa. I giovani giamaicani aspettano una parola del vecchio.

– Tu. – Dice il vecchio giamaicano nero con voce profonda e calma.

– Tu sei solo una merda. E io te lo dimostrerò. –

L’ inglese capisce benissimo le parole del vecchio, nonostante il suo accento molto poco londinese. Quello che non capisce immediatamente è il senso, di quelle parole. Rimane sbigottito, ha sempre pensato che le merde fossero il vecchio e gli altri neri giamaicani, quelli che abitano in questi quartieri dove le case sembrano scatole. Sono loro che riposano nella polvere della strada in compagnia di pulciosi e vecchi cani. Ha sempre pensato a se stesso come a una specie di divinità pagana. I suoi vestiti costosi dovrebbero abbagliare. I suoi accessori tecnologici e alla moda, il suo sguardo da conquistatore. Adesso, invece, ha paura. Il vecchio giamaicano nero se ne fotte dello sbigottimento dell’inglese bianco, alza le spalle dallo schienale della seggiola azzurra e si sporge un po’ in avanti.

– Tu, – dice. – Vieni qui a fare le tue vacanze perché qui c’è il mare blu. Il sole è caldo e stupendo. Ma dove vivi tu non è così, per questo vieni qui. Anche tu vivi in un’isola ma mentre quest’isola, la mia e quella del mio cane, è un paradiso, la tua è come il buco del culo del mio cane. Sì, proprio come il suo buco del culo. Umida e buia, piena di pulci e piattole. E’ la tua isola. Come ogni buco di culo, prima o poi, dovrà espellere una merda fumante e puzzolente. Tu sei quella merda. E lo sai. –

Il vecchio giamaicano nero sta ancora puntando il suo lungo e affusolato dito nero nella direzione del bianco quando termina la sua spiegazione e si appoggia nuovamente allo schienale della seggiola azzurra.

Tutti i giovani giamaicani neri scoppiano a ridere forte come un temporale. Si piegano in due dalle risate, hanno le lacrime agli occhi.

L’ inglese bianco è frastornato. Il vecchio giamaicano gli ha dimostrato che la merda è lui e, nello stesso tempo, i giovani giamaicani neri non sembrano più tanto minacciosi mentre ridono a crepapelle. Comincia ad avere meno paura. Ed è questo il suo errore, sul viso gli ricompare quell’espressione arrogante, da conquistatore. I giovani giamaicani neri smettono di ridere all’istante, all’unisono. I loro sguardi tornano seri e sono tutti puntati sul ciccione inglese. La paura torna, più forte di prima.

– Prendete i miei vestiti! – Urla l’ inglese.

– I tuoi vestiti fanno schifo, sono pallidi come te e puzzano del tuo odore ripugnante. – Dice uno dei giamaicani.

– Prendetevi le mie scarpe, il mio zaino, è nuovo! – L’inglese è in preda al panico. I giamaicani si avvicinano di un passo.

– Le tue scarpe sono per handicappati e il tuo zaino è vuoto. Solo un coglione se ne andrebbe in giro con uno zaino vuoto. – Dice un altro di loro.

– Prendetevi i miei soldi ! –

– Quelli ce li prendiamo. Non avere dubbi.

Nel momento in cui due enormi mani nere l’afferrano per le spalle striminzite e grassocce, ancor più strette del normale dalla fottuta paura, l’inglese si rende conto che la sua vacanza sta prendendo una brutta piega. Il Natale ai tropici rischia di diventare anche troppo caldo. Il piede che lo colpisce con decisione nel culone, fasciato da pallidi pantaloni cachi, non è di buon auspicio. E’ un piede grosso, nero, e calza una scarpa da ginnastica colorata. Fa male. Nonostante il suo peso, quello che di solito è un uomo temuto, ruzzola a terra, nella polvere della strada sterrata, proprio di fronte all’uscio di una casa bassa che sembra una scatola. Uno dei sandali ortopedici gli si è sfilato mentre volava per aria. Ha la bocca piena di terra. Sente le ginocchia che bruciano a causa delle abrasioni procurate dall’attrito con ghiaia e sassi. Dall’uscio della casa bassa che sembra una scatola esce una donna nera, giamaicana, bellissima, stringe tra le braccia un bel bambino nero, giamaicano, con due occhi grandi e sorridenti. La donna guarda il grasso inglese bianco che rotola nella polvere. Quello tenta di rialzarsi e darsi un contegno. Lo guarda, lei, bellissima, dea d’ebano, come se guardasse un escremento di cane. Poi volge lo sguardo ed evita di calpestarlo deviando il cammino e svanendo nella luce.

© 2015

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