Dentro e Fuori (III parte)

dentroefuoriIII

VOYEUR A PAGAMENTO

L’uomo ha trovato anche lui una stanza e si è inscatolato, a poco prezzo.

Il padrone di casa, ogni tanto, gli manda una e-mail ma non si fa mai vedere e l’uomo continua a navigare , con la mente inscatolata nel computer economico che ha comprato in internet.

Però l’uomo non sta bene.

Gli sembra di aver già fatto tutto quello che poteva fare nella rete.

Ha provato a cercare lavoro, ha trovato solo occupazioni on-line per le quali non ha alcuna qualifica.

Ha provato allora a inviare un curriculum inventato, tanto nessuno concede colloqui personali.

Un tizio ha risposto, poteva cominciare anche subito a elaborare i dati che gli avrebbe inviato di lì a poco.

L’uomo ha capito a fatica di cosa si trattava ma è comunque riuscito a procurarsi un bonifico settimanale sufficiente per l’affitto e la spesa.

Internet è veramente a misura di qualsiasi imbecille.

Ogni settimana si fa recapitare a casa un cestino di mezzi di sostentamento solidi e liquidi, più che altro predilige le verdure e la frutta, anche se sono le cose più care, volendole fresche.

E lui le vuole fresche. Questo è il suo lusso.

Non avrebbe mai immaginato di diventare uno snob, uno schizzinoso, ma osservando le pagine di cibo precotto e surgelato on-line, non ha provato alcuna attrazione nei confronti della maggior parte degli alimenti. Alcuni non capisce nemmeno cosa siano.

Il tempo è passato incredibilmente in fretta, chiuso nella stanza. La finestra mostra sempre la tapparella a mezza altezza.

Gli piace far entrare un po’ di luce solare anche se  crea fastidiosi riflessi sullo schermo.

I giorni  passano e il suo senso di libertà iniziale è quasi del tutto svanito.

Non è ancora riuscito neppure a parlare, dal vivo, con una donna.

Ne ha immaginata una, sotto le falde dei soliti scuri abiti lunghi, una sera d’estate, durante una passeggiata.

Si concede sempre più rare uscite e questo comincia a dargli sui nervi.

Rielabora mentalmente il processo in cui è rimasto invischiato da quando è di nuovo un uomo libero.

La prima curiosità, la voglia di mettersi al passo con il resto della società libera. L’impegno per capire dov’era rimasto e come poter fare per recuperare terreno, per adattarsi, o meglio, reinserirsi, come dicevano quando era prigioniero.

Non è stato difficile come immaginava.

Pochi giorni, poche settimane ed è un uomo come tutti gli altri, integrato alla perfezione. Chiuso nel proprio mondo personale, un mondo ristretto. Un mondo fatto per la maggior parte di impulsi luminosi e fili elettrici, silicio, plastica.

Si è chiesto come facciano le persone a mantenere la forma fisica con tutta quella inattività ed ha trovato tutte le risposte in rete. Accessori di ogni genere per stimolare elettronicamente i muscoli e i tendini.

Vere e proprie palestre compatte a misura di stanza.

Un’infinità di siti che consigliano cosa, come e quanto mangiare.

Pastiglie, pillole, gelatine, centrifugati e bevande di ogni genere; surrogati del cibo. Libero commercio di farmaci.

Solo una cosa è veramente vietata e severamente punita: l’evasione fiscale. Per giunta è molto difficile, se non impossibile, farla franca.

Tutto è minuziosamente tracciato e osservato.

Ogni spesa, ogni guadagno, ogni uscita e ogni entrata passano attraverso la rete.

A parte la manciata di banconote che ha ricevuto il giorno della sua liberazione, l’uomo non ha più visto né maneggiato denaro contante.

Ci sono degli sportelli automatici, pochi, ma ci sono.

Incassati in quelle che un tempo erano nicchie di banche lussureggianti e oggi sono edifici blindati e sudici, sigillati. Alla fine, il tempo pare aver fatto emergere all’esterno il loro grigio aspetto interiore.

Non si possono prelevare grosse somme e le operazioni sono così sporadiche che non è difficile tenerle sotto controllo, anche grazie alle onnipresenti telecamere che, l’uomo ha scoperto osservando più attentamente, popolano ogni angolo di strada della città, almeno nelle zone centrali dove si è insediato.

Ora la domanda che si pone non è tanto chi osserva quelle telecamere, quanto : per conto di chi le osserva?

Il mondo esterno è scevro di attività ed emozioni, lo è abbastanza da non costituire un’attrattiva pari all’interazione offerta da webcam, microfono e schermo ultrapiatto.

L’uomo dubita che qualcuno possa osservare quelle telecamere per puro piacere.

Forse per una ricerca scientifico-antropologica.

Medita sul fatto che non sarebbe un cattivo lavoro, se esistesse.

Si deve assolutamente informare.

Poco tempo dopo l’uomo si ritrova  due bonifici settimanali sul conto. Uno per elaborare dati, l’altro per osservare le telecamere.

L’uomo è soddisfatto.

Ha investito una piccola somma per comprare uno schermo supplementare e l’ha ripagato dopo pochi giorni di lavoro.

Ha deciso che non subirà più passivamente la rete e ciò che propone.

Si collegherà solo per acquistare ciò che gli è indispensabile per vivere e per lavorare. Troverà altrove lo svago di cui ha bisogno.

Anche se là fuori è un mortorio, adesso, finalmente, può osservare indisturbato, da casa, quello che succede in città, fuori, nelle strade, nelle piazze, nei cortili.

Si rende conto che gli manca sentire il corpo stanco, il pulsare dei muscoli che si tonificano.

Gli manca sentire il cuore che batte forte e gli manca sudare dopo una corsa.

Gli manca perfino avere il fiatone.

FINALMENTE

Eccola lì.

L’uomo lo sapeva. Prima o poi doveva incontrarla.

La vede nello schermo sedici noni che trasmette le immagini delle telecamere di sicurezza.

Sta davanti allo sportello bancomat. Non è lontano dalla casa dell’uomo.

Nonostante il lungo cappotto scuro ha capito che si tratta di una donna.

Non ha dubbi.

Ha visto una treccia sfuggire alla stretta del cappello.

Una treccia scura ma indubbiamente femminile, al lato della testa, gemella di un’altra rimasta nascosta.

Indossa un paio di occhiali da sole neri, grandi, avvolgenti.

Ma dietro quella maschera impersonale l’uomo scorge lineamenti lievi, aggraziati.

L’uomo permette alla sua fantasia di partecipare, considerato la distanza che divide la telecamera dal bancomat, non può fare altro.

La donna si guarda intorno, come per controllare che non ci sia nessuno nei paraggi, e infila una carta plastificata nell’apparecchio.

L’uomo osserva da lontano la mano della donna sparire dietro lo sportello per comporre, immagina, il pin richiesto.

All’improvviso sembra che l’uomo prenda coscienza di qualcosa che lo manda quasi nel panico.

Si agita.

Scruta lo schermo e poi guarda la porta di casa.

Schermo.

Porta.

Schermo.

Porta.

Schermo.

Giacca tecnica, colore verde acido, appoggiata con cura sulla sedia.

Porta.

Schermo.

La donna digita ancora qualcosa sulla tastiera dello sportello, forse l’importo che desidera prelevare.

L’uomo si alza, afferra la giacca e mentre si dirige verso la porta infila una manica, con il braccio verde acido apre la porta e, mentre esce,  infila anche l’altra manica.

La porta si chiude.

La donna sullo schermo riprende la sua carta plastificata.

Si guarda intorno circospetta.

Afferra il denaro contante elargito dall’apparecchio e lo infila rapidamente sotto il cappotto scuro.

Se l’uomo fosse rimasto a guardare lo schermo, avrebbe visto anche l’altra treccia, finalmente, ribellarsi alla sua prigionia e saltare fuori dalle falde scure e dare allegria all’ immagine.

La donna tenta di ricomporsi ma, subito dopo, spaventata da qualcosa al di fuori del campo visivo della telecamera di sorveglianza, fugge di corsa.

Una macchia verde acido sfreccia davanti all’inquadratura e prosegue nella stessa direzione presa dalla donna.

Aspetta! Grida l’uomo affannato. Finalmente sudato. Finalmente con il fiatone.

Anche se non è proprio il momento migliore per dimostrare di avere una certa età e di essere fuori forma, l’uomo è contento, non molla l’inseguimento.

Aspetta! Ripete senza smettere di correre dietro l’ombra scura e le sue visibili trecce che ballonzolano  ai lati del cappello scuro.

L’ombra femminile non smette di fuggire, anzi, accelera, dimostrando una notevole resistenza.

Resistenza che non sembra fare parte del bagaglio atletico dell’uomo che annaspa. Inciampa. Impreca. Si rialza. Urla a gran voce :

Non voglio farti alcun male! Per favore! Aspetta…mi.

Poi ripiomba a terra, senza più un alito da sprecare in qualcosa che non sia respirare per sopravvivere. I polmoni in fiamme, le gambe tremanti. Patetico all’ennesima potenza. Il respiro corto e rapido, rumoroso. Gli occhi bruciano per il sudore colato dalla fronte. Un bagno acido lo imbeve, sotto la giacca verde acido a tenuta stagna. La vista sfocata, la testa che gira.

Perché vai in giro con quella giacca colorata? Dice una voce. Una voce di donna.

L’uomo non vede niente, si passa le mani sugli occhi per disperdere il sudore.

Sei una donna… Dice l’uomo con la voce più calma e gentile che può sfoderare al momento. E non hai detto nemmeno una volgarità. Lo sapevo. Conclude cercando di mettersi seduto comodo e cercando di riprendere una respirazione rilassata.

Capisci la mia lingua? Chiede la donna.

Sì. Risponde l’uomo a cui sta tornando la vista.

Allora rispondi. Perché indossi una giacca colorata e non gli indumenti scuri che indossano tutti? Il tono di voce della donna sembra indispettito ma il vocabolario rimane privo di espressioni grossolane.

Hai ragione. Dice. Non volevo eludere la tua domanda. Scusami. Indosso questa giacca perché mi piace. E’ una giacca da montagna ed è lì che mi piacerebbe andare, appena capisco come arrivarci. Sono stato pigro, in effetti… Ma per finire di risponderti, gli abiti scuri che indossano tutti fanno sembrare ombre e non persone. Un lunga sfilza di parole, forse troppe per i polmoni provati dell’uomo.

La donna si toglie gli occhiali da sole proprio mentre l’uomo riesce finalmente a mettere a fuoco ciò che gli sta di fronte. E’ molto bella e giovane. Occhi allungati sotto la sottile linea, a onda, delle sopracciglia, il naso perfettamente al centro dell’ovale del volto, gli zigomi alti ma non troppo, le labbra serie, rosa, le guance morbide, chiare.

Non capisco. Ed è sempre quella voce femminile, che ora ha uno splendido volto.

Non capisci la mia lingua? Chiede l’uomo.

No. Parli in modo diverso ma comprensibile. Quello che non capisco è perché non ti vesti come gli altri. Risponde la donna.

Ho sempre trovato strano questo vostro modo di vestire tutti di scuro, tutti imbacuccati e nascosti dietro le falde del cappotto di mio nonno. Anche tu ti vesti così. L’uomo stira la schiena, allunga le braccia e pensa di alzarsi con un agile e fluido balzo. Poi si rende conto della cruda realtà e appoggia una mano a terra, fa leva sul braccio e si alza lentamente.

La donna fa un passo indietro ma non sembra tanto impaurita da mettersi di nuovo a correre. E l’uomo la ringrazia nel profondo per questo, anche se non dice niente.

Questo cappotto non è di tuo nonno. E’ mio. Dice.

Sì, lo so. E’ un modo di dire… L’uomo sorride e non gli pare vero. Anche se sembra un dialogo tra bambini di due anni e mezzo, è sempre una donna vera quella con cui sta parlando. Quella che sta guardando dopo tanto tempo.

E’ un modo di vestire da anziani, una moda trapassata. Intendevo questo. Continua, e non vorrebbe mai smettere ora che ha cominciato a ragionare lucidamente dopo la corsa. Ora che riesce a scandire le parole senza intervallarle da un rantolo asmatico.

Perché vi vestite tutti così? Mi piacerebbe saperlo.

La ragazza è incuriosita.

Io non mi vesto sempre così. Di solito non mi vesto affatto. Svela all’uomo. Ora lui dovrebbe rimanere allibito o perlomeno stranito da questa affermazione ma ha smesso di stupire per tutto quello che non capisce. Avrebbe centinaia di domande da sparare a raffica ma preferisce andarci piano.

E non dici parolacce. Ribadisce l’uomo allegramente.

A volte, me ne scappa qualcuna, ma, in generale, a me e agli altri come me, piace mantenere la comunicazione su un livello più articolato, non semplificato come quello di tutti qui in città. Spiega la ragazza con un distacco gentile.

Nonostante tutte le premesse, l’uomo non riesce a trattenersi dal domandare :

Gli altri? Tu non vivi qui in città? Per questo stavi prelevando del denaro contante?

E ovviamente lei torna sospettosa, molto sospettosa. Si rimette gli occhiali e stringe le falde del cappotto intorno al volto.

Chi sei tu veramente? E come fai a sapere cosa stavo facendo? La sua voce è un sibilo felino, tra lo spaventato e l’aggressivo. L’uomo ha solo una possibilità per non perdere per sempre la fiducia di questa donna. Lo sente. Fa un lungo respiro.

C’è una telecamera di sicurezza puntata sul bancomat, io sono pagato per guardare le trasmissioni di quella e di altre telecamere. Ti ho inseguito perché non ho ancora incontrato una donna da quando… ehm, da quando sono tornato qui in città. Mi dispiace averti spaventato ma non c’è nient’altro… Le cose sono cambiate molto qui… A parte i contatti  in rete non sono ancora riuscito a parlare con qualcuno senza che mi insultasse e che mi prendesse per un pazzo o un idiota. Lo so, non sono una persona particolarmente intelligente ma mi mancava una chiacchierata… Probabilmente anche tu mi credi un pazzo, con la mia giacca verde acido e tutto il resto… E’ passato tanto tempo… Vorrei sapere di più… C’è una vita, in un altro posto, una vita… Reale? L’uomo ha gli occhi che brillano dall’emozione, abbassa la testa, si vergogna della sua ignoranza.

La ragazza si guarda intorno. Scruta l’uomo dalla testa ai piedi. Non sembra del tutto convinta. Allunga una mano e tocca il braccio dell’uomo come chi tenta di toccare il fuoco e sa che non potrà trattenersi a lungo senza bruciarsi. Pare constatare che non si tratti di una specie di ologramma, una proiezione. Non dice niente ma l’uomo può capire facilmente quello che passa per la testa della ragazza, dal linguaggio spontaneo del suo corpo.

Lavori per la banca? Chiede alla fine.

Credo di sì. Risponde l’uomo sinceramente. Non è tutto chiarissimo, comunico solo con internet e non ho mai letto il nome di una banca, ho solo visto sempre lo stesso logo : un quadrato rosso con inscritto un triangolo rosso. E’ tutto quello che so con certezza.

Lavori per loro, allora… Dice la donna.

Non so a chi ti riferisci. Dice l’uomo.

E’ proprio vero che non sei tanto intelligente. Dice la donna.

Te l’ho detto. Dice l’uomo sorridendo.

Hai detto anche che sei appena tornato in città. Da dove vieni, esattamente ? Chiede la ragazza.

Preferirei tenere per me questa informazione, dice l’uomo, è imbarazzante.

Eri chiuso nella Cripta, vero? Dice la ragazza senza allarmismi.

La Cripta era il modo in cui alcuni chiamavano il posto dove era stato rinchiuso.

, ammette l’uomo, come fai a saperlo?

Sembra che tu non sappia niente e sembra che tu sia sincero. C’è solo un posto dove il tempo si ferma e torna indietro ed è la Cripta. Mentre qui fuori, in città, quello che non hai capito, è che … Ma… Va bene. Dice la ragazza.

Pare avere preso una decisione. Vieni con me.

L’uomo non chiede altro, non gli importa veramente dove possa condurlo questa sconosciuta. Quello che non ha capito può aspettare.

CONTINUA…

© 2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...