Dentro e Fuori ( II parte)

dentroefuori

TECH-NO

E’ ormai giorno inoltrato, se non si sbriga, non troverà un negozio prima della chiusura per pranzo.

Nemmeno un centro commerciale nei paraggi. Quelli stanno aperti sempre.

Prosegue lungo il fiume per un tratto, raggiunge un’ampia via che conduce direttamente al cuore della città.

Lì ci sono sempre stati negozi e ristoranti, vetrine illuminate sotto i portici. Gente che passeggiava serenamente anche nei giorni di pioggia.

C’erano banche e agenzie di viaggio, negozi di cibi raffinati per la gente del centro.

Un centro che ora appare più grigio e spento rispetto ai suoi ricordi.

Il tempo non lascia scampo nemmeno agli edifici e alle piazze, alle statue, ai cornicioni, alle grondaie.

L’uomo è dubbioso.

Non capisce il perché la città appaia così trascurata e logora.

Il tempo è passato senza che nessuno sia intervenuto per restaurare, rinfrescare, ammodernare, migliorare lo stato di fatto.

Tutto pare peggiorato.

E la gente non si vede.

Anche il centro sarebbe un deserto totale se non fosse per le sparute ombre scure che ogni tanto appaiono, tracciano delle linee con i loro sguardi fissi  e spariscono dietro gli angoli con le loro andature veloci.

Dietro porte e portoni.

E, anche qui, le finestre tacciono.

Niente luci.

Poche vetrine, spente.

L’uomo raggiunge una vetrina e scruta all’interno del negozio buio.

Nessun movimento.

Sugli scaffali sembra  scorgere apparecchi elettronici.

Schermi di varia grandezza, consolle di controllo, palmari, smartphone.

L’uomo riconosce alcuni apparecchi, altri oggetti sono totalmente nuovi per lui.

Sapeva che la tecnologia sarebbe stata uno degli ostacoli più duri. Non aveva potuto avere un ruolo attivo nell’evoluzione tecnologica.

Quel che aveva conosciuto era ormai obsoleto.

Capiva perfettamente che la vita al presente doveva avere un rapporto stretto con la tecnologia.

Molto più stretto di quello che aveva avuto il tempo di stringere lui.

Era a conoscenza del fatto che c’era stata un’accellerazione impressionante per quel che riguardava l’invenzione e la messa in commercio di sempre nuovi strumenti tecnologici.

Nella sua precedente vita in libertà non esisteva il telefono cellulare. Basta questo per capire la probabile difficoltà di adattamento ad un mondo cambiato.

Non ha idea se in meglio o in peggio.

Non esisteva neppure internet… Aveva partecipato a un corso interno sull’uso di internet.

Non ha idea di come si faccia, materialmente, a creare un sito ma sa come navigare.

Sa, eventualmente, aprire una casella di posta elettronica.

Ha visto, senza potersi iscrivere, alcuni social network.

Luoghi virtuali, in cui si incontrano e interagiscono milioni di persone.

L’uomo aveva così tanta voglia di tornare ad interagire con le persone in modo fisico e diretto, senza barriere, che non ha dato grande importanza al mondo virtuale.

Ora che ripensa a queste cose, un dubbio si fa strada e reclama attenzione.

CONTATTO

L’uomo torna a guardarsi intorno, è passata l’ora di pranzo.

In giro sempre lo stesso sparuto numero di persone.

Un’ombra gli passa accanto e lui la ferma.

Mi scusi, sto cercando un negozio per comprare un rasoio da barba, sa dirmi dove posso trovarne uno aperto a quest’ora?

L’ombra ha un volto. Un volto maschile, barbuto, occhialuto.

Due pupille nere in mezzo a un iride azzurra cielo, osservano l’uomo e la sua domanda come si osserverebbe un evento inaccessibile alla nostra comprensione.

Un negozio? Dice l’ombra dagli occhi azzurri.

Sì. Dice l’uomo.

Per comprare un rasoio? Chiede l’ombra.

Sì. Risponde l’uomo.

Ma di che cazzo stai parlando? Rincoglionito. Ma vaffanculovà. Dice l’ombra e si allontana.

Scusi, signore! Per cortesia! L’ uomo lo insegue.

Se ti avvicini ancora ti riempio il culo di calci, intesi? Dice l’ombra fermandosi.

Che cazzo sarebbe questo? Uno scherzo per la tv? Lo sapete che non fanno più ridere nessuno queste idee da pelo di culo di scimmia. L’ombra si guarda in torno, sospettosa.

Con chi sta parlando, scusi? Chiede l’uomo.

Tu vaffanculo. Mi hai rotto i coglioni con i tuoi scusi e per cortesia. Per cortesia un cazzo. Non lo sai che le cortesie potrebbero anche farti passare dei brutti guai, razza di stronzo? Cosa vorresti insinuare con la tua cortesia? Io non ti conosco minchione. Non voglio cortesie da te. Io pago il mio e non faccio cortesie a nessuno, chiaro? Non potete incriminarmi di niente, razza di bastardi. E tu più di tutti. Che cazzo sei? Non sei un uomo , vero? Saresti una specie di figlio di cagna d’automa programmato per parlare come cent’anni fa o cosa?

Signore, non so… Abbozza l’uomo ma l’ombra lo interrompe bruscamente.

Nessun signore qui. Cosa vorresti insinuare ancora, pezzo di merda! Io non sono per un cazzo un signore, chiaro? Fanculo al momento in cui ho deciso di uscire di casa per incontrare questo figlio di puttana che mi vuole fare inculare.

No, no, ci deve essere un equivoco… amico. Dice l’uomo.

Amico un cazzo. Puntualizza l’ombra sboccata.

Ok, adesso mi sono rotto il cazzo anche io, se preferisci che mi esprima in questo modo volgare e minimalista va bene. Ho solo chiesto per un merdoso negozio, dove comprare un merdoso rasoio per tagliarmi la mia cazzo di barba. Lunga mi rompe il cazzo. Spiega pazientemente l’uomo.

L’ombra pare cambiare atteggiamento. Allora non sai veramente un cazzo, bello mio. Ma da dove arrivi?

Ero via.

Devi essere stato via per un cazzo di secolo. I negozi hanno chiuso i battenti. Ora se vuoi qualcosa lo compri in internet, capito sfigato? Come tutti gli altri stronzi.

E quel negozio laggiù allora? Chiede l’uomo indicando la vetrina ispezionata in precedenza.

Quello apre solo su chiamata, è più che altro un magazzino, i pochi rimasti vendono oggetti elettronici che servono a tutto il resto. E’ per le emergenze, come quando ti scappa da cagare e non hai nemmeno un cesso libero in casa. Hai presente coglione? Quando hai rotto, o perso, o sa il cazzo cosa cazzo ci hai fatto con tutti i tuoi gadget per andare in rete, allora chiami lo stronzo che ha quel negozio e lui ti fotte vendendoti una delle sue merdate di scarsa qualità. Durano quel tanto che basta per ordinare qualcosa di più funzionante in rete. Capito coglione? Hai battuto quella tua testa di cazzo mentre eri via o cosa? Pensi che la gente vada ancora in giro così, tanto per divertirsi o parlare con una faccia di cazzo come te?

L’uomo non sa bene come e cosa rispondere. No, immagino di no. Mi scusi ancora. Biascica alla fine. Poi si riprende per un’ultima domanda. Quindi tutti i dementi stanno chiusi nelle loro topaie tutto il santo giorno, tutti i santi giorni?

L’ombra lo guarda come si guarderebbe uno stronzo di cane fumante, su un cono, al posto delle palline di gelato. Sei proprio un coglione tra i coglioni, sai, coglione? Conosci un posto migliore dove stare? Per strada, magari, con i coglioni come te. A respirare l’aria che esce dal tuo buco del culo. I giorni, caro il mio coglione, che cazzo vuoi che siano i giorni. Non c’è più nessuno che scandisce il merdoso tempo con i giorni. E soprattutto non c’è più niente di santo. Pezzo di cazzo avariato.

L’uomo non può fare a meno di scoppiare a ridere di fronte all’ultimo insulto. Ha già capito che non c’è nulla di personale e, in fondo, offensivo, nella cloaca a cielo aperto che esonda ogni volta che qualcuno apre bocca.

Che cazzo c’hai da ridere, coglione?

Mi fai ridere tu, mingherlino. E adesso sparisci prima che ti sculacci per tutte le parolacce che mi hai fatto dire.

L’ombra barbuta si allontana velocemente alzando il bavero del cappotto scuro.

L’uomo non ha più desiderio di trattenerlo.

Ha avuto qualche informazione sulla vita che lo circonda e comincia a capire meglio come funzionano le cose.

Anche se, a dire il vero, non sente entusiasmo per queste novità.

Non è uscito da una stanza in cui stava chiuso da anni per entrarne, di sua spontanea volontà, in un’altra.

Ecchecazzo.

CONNESSIONE

Allora, Grandipalle, te lo fai drizzare quel lombrico o no? Dice una ragazza quasi completamente nuda.

L’uomo la può vedere nello schermo del suo nuovo computer.

Ha scoperto che gli aggeggi tecnologici sono molto economici oggi e tutti possono avere accesso alla rete in modo gratuito.

Le pagine che vede nella rete sono cosparse di pubblicità e qualsiasi azione si voglia compiere nel mondo virtuale, è preceduta dall’annuncio di una sponsorizzazione, da un link per votare o dire che ti piace qualcosa, da uno o più banner che, se ti sbagli a sfiorare con la freccia del tuo puntatore, daranno il via a un’infinita sequenza di aperture di finestre di cui puoi essere solo impotente spettatore.

Alla fine di questa esplosione pubblicitaria si deve decidere tra pigiare il tasto reset o armarsi di una pazienza sopra la norma per riportare le cose al punto di partenza.

L’uomo opta sempre per spegnere direttamente il computer e andare a fare due passi. Ovviamente è diventato più esperto, succede di rado che cada nelle trappole della rete ma succede.

Come a tutti.

Ogni giorno vengono inventati decine, se non centinaia, di metodi nuovi e più subdoli per fare vedere, anche solo per un secondo, un logo, un video virale, un qualsiasi cosa, davvero, si possa immaginare, che, alla fine, miseramente, nasconde solo un intento di plagio mentale per fini commerciali.

Ed è evidente che ogni azione, di chiunque, venga registrata e archiviata per poi essere usata per gli stessi fini, in modo mirato.

L’uomo ha imparato più in fretta di quanto potesse pensare a orientarsi nella rete, anche in modo sociale.

Internet è veramente a misura di qualsiasi imbecille.

Ha provato a seguire alcuni blog, a partecipare ad alcuni forum e, naturalmente, ha imparato a chattare e perfino a videochattare.

Non credo si possa obiettare, il signore incontrastato di internet è il porno.

E’ fenomenale osservare quello che le persone fanno, inquadrate da una webcam.

Non ci riuscirebbero mai in compagnia di qualcuno realmente e fisicamente presente.

E’ incredibile e triste, pensa l’uomo mentre guarda la donna nuda nello schermo.

Non so se ce la faccio… Dice.

Il microfono, poi la rete a banda larga collegata al suo portatile economico, trasmettono il messaggio alla donna che non si sa bene dove si trovi.

Allora fanculo, impotente sfigato.

E’ il fruscio impertinente che esce dagli altoparlanti dell’uomo.

Sullo schermo appaiono una grande finestra vuota e una piccola, dove compare l’uomo che si sta osservando, seduto sulla sedia, con un grosso cazzo moscio tra le gambe.

Non si sente ferito dalla donna e dalle sue parole.

Si sente solo triste, osserva la sua immagine triste e degradata.

Anche quella donna… Invece di farlo eccitare, gli ha trasmesso solo tristezza.

Un senso di vuoto lo attanaglia nel profondo.

L’uomo si alza, tira su le mutande e i pantaloni.

Spegne il computer.

Sarebbe stato facile far partire di nuovo la roulette, mettere in moto il destino cibernetico e incrociare i flussi con un altro individuo desideroso di guardare e di essere guardato. Perché poi, il tutto , si limita a questo.

Il gioco finisce sempre così.

Una webcam che si annerisce e il vuoto.

E puoi avere tutti i giochi sessuali in commercio, puoi crearne di nuovi con la tua fantasia e gli oggetti che hai intorno, ma alla fine, tu guardi e qualcun altro ti guarda.

Tu ti masturbi e qualcun altro si masturba.

Ognuno a casa sua.

Lontani.

Puro voyeurismo.

SCATOLE

Nella sua precedente vita da uomo libero una cosa del genere sarebbe stata giudicata da maniaci e avrebbe procurato guai con la legge ai più audaci tra i guardoni e ai più spregiudicati tra gli esibizionisti.

Ora, invece, ognuno è libero di diventare guardone ed esibizionista, contemporaneamente, in tutta sicurezza e senza muoversi da casa.

L’uomo ricorda quando, da ragazzino, si appostava in un buon punto, vicino a una panchina del cortile condominiale, per sbirciare dietro le tende di lino, smosse appena dalla flebile brezza estiva , la sua vicina di casa, moglie e madre, ancora splendida donna.

Nella calura del suo appartamento, a volte, lasciava cadere i vestiti a terra, per respirare meglio, con i soli indumenti intimi a coprire le sue voluttuose forme.

L’uomo, allora poco più che fanciullo, esplodeva in un’estasi indescrivibile quando riusciva a captare la linea di un seno o di un fianco che sfilava accanto alla finestra.

Ed ora aveva appena visto una ragazza molto più giovane di lui, completamente nuda, infilarsi un aggeggio di gomma in ogni orifizio, facendosi ammirare da chissà quanti stalloni in calore, contemporaneamente connessi al suo spettacolino, con il cazzo in mano , a loro volta, oggetto del desiderio della donna.

Il genio che aveva inventato i live-peep-show era anche un profeta.

Nel mondo degli amatori è tutto gratis.

E non solo donne e uomini brutti e grassi, deformi o emarginati.

Ogni genere e sorta di individuo potete riuscire a immaginare, senza distinzioni di razza, sesso, colore o posizione sociale, si presta a questo teatrino un po’ erotico, un po’ anatomico, un po’ patetico.

L’uomo è triste ma non è stupito questa volta.

Capisce, anzi, perfettamente, che il prolungato e continuo astenersi dal sesso reale o anche solo da rapporti e relazioni che prevedano il contatto fisico deve, in qualche modo, trovare sfogo in qualcos’altro, a soddisfare almeno i primari bisogni fisiologici, a quanto pare, non del tutto sopiti.

La bestia dell’uomo cibernetico emerge in un alone di odori stantii di sesso e liquidi corporei che non si mescoleranno mai, e plastica e lattice e sigarette e cibo sparso per la stanza e asciugamani madidi e sudore e muffa.

Profumo dolciastro di aromi fruttati nei lubrificanti.

In scatole separate, le vedove nere attraggono centinaia di maschi in preda agli ormoni rimasti nel loro corpo.

La meretrice di Babilonia evoca la bestia e la bestia risponde e si mette in mostra, scopre il suo lingam d’ebano o alabastro, i suoi addominali, pompati qualche attimo prima di connettersi.

E’ sufficiente un seno, o un gluteo, per far piovere uccelli come in una piaga biblica.

Demoni che parlano con aliti caldi e giallastri.

Corpi lisci e rasati.

Corpi gonfi. Corpi irsuti. Corpi macchiati, tagliati, cuciti, corpi senza teste, senza volti.

Giovani e vecchi e storpi e super dotati e al limite del visibile, nell’oscurità , o sotto i riflettori ad alta definizione o i pixel quadrati dai bordi arancioni.

Nella notte australe e nel mezzogiorno boreale e viceversa, alle prime luci dell’alba, nella pausa pranzo, nel languido farsi sera, senza orari, senza parlare un idioma comprensibile ma con la lingua estroflessa nell’immaginare di leccare decine di falli maschili in erezioni più o meno attraenti.

Nelle mani della femmina padrona il potere di fare impazzire, il potere di soggiogare e manipolare, di umiliare e far toccare il cielo ai poveri maschi, nel loro muschio umido come vermi. Senza rituale, senza scopo, tutto muore in una stanza illuminata da uno schermo rettangolare. Ma non è una tana d’accoppiamento, ovviamente, è più un rifugio per disperati.

Un uomo e una donna sono l’eccezione.

Una donna e molti uomini una costante.

Molti uomini che si spacciano per donne potrebbe anche essere la maggioranza.

Soprattutto, uomini e donne che si spacciano per qualcun altro.

Si spacciano.

Poi tutta quella fauna di persone che si travestono, si truccano, cambiano aspetto, sesso, pelle, forma.

Vendono l’anima e ottengono in cambio una maschera.

Prendono la maschera e la sfoggiano.

E tutte le maschere rappresentano lo stesso personaggio.

La solitudine.

Il contrario di essere un tutt’uno, essere un uno separato inesorabilmente dal tutto.

Un uno che si illude di essere, però, sempre connesso con il resto del mondo.

Una scatola bidimensionale inscritta in un’altra scatola.

Una scatola più grande che racchiude il corpo, una più piccola che imprigiona e inganna la mente.

CONTINUA…

© 2015

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