INTENDERE E VOLERE

intendereevolere

Il banchiere avanza nell’oscurità del bosco e ancora si chiede cosa sia venuto a fare in questo posto.

Un ramo s’impiglia nel risvolto dei suoi pantaloni di velluto.

Indossa una giacca a vento scura, sportiva.

Sono le scarpe a tradire la sua estrazione sociale.

Scarpe eleganti, di pelle lucida, suola rinforzata e lievemente rialzata.

Scarpe inadatte ad una passeggiata nella notte, tra le fronde degli alberi e il terreno melmoso.

La luna è quasi piena e il banchiere alza lo sguardo.

Tra i rami si  apre uno spazio circolare.

Al centro dell’anello scuro, una palla luminosa di luce riflessa.

Il banchiere rimane per un attimo rapito ad osservare il bagliore del satellite.

Poi riprende a camminare.

Giunto sulla cima della collina, il banchiere vede il lago sottostante.

Non è grande e le sue acque sono scure come lo Stige.

Placida, l’acqua ristagna, abbagliata dai raggi argentei.

Il banchiere sta seguendo alla lettera le istruzioni che ha ricevuto.

O non vedrai mai più tuo figlio.

Era scritto nel messaggio pervenuto in mattinata.

Non aveva avvisato la polizia ed era venuto solo. La procedura standard.

Naturalmente aveva dato istruzioni precise al suo segretario e a sua moglie per far scattare un’eventuale contromossa.

Come ci riesce? Pensa il banchiere. Come fa a mettersi sempre nei guai fino al collo, quel ragazzo?

Eppure lui è sicuro di avere fatto sempre il meglio per Fabio. Le scuole migliori, viaggi, divertimenti…

Non ha fatto mancare nulla al suo erede.

Alla sua morte, diventerà  l’unico possessore di un impero.

La banca di famiglia e tutto il resto.

Vivrà per sempre da uomo ricco e influente.

Nonostante Fabio abbia già qualcosa che altri riescono ad ottenere solo dopo il lavoro di generazioni, non riesce a seguire correttamente la strada tracciata.

Perché non riesce a ricambiare un poco di quello che hanno fatto  per lui, come il banchiere ha fatto con suo padre?

Il padre del banchiere, il nonno di Fabio, aveva cominciato a lavorare nella banca dal basso, dagli sportelli.

Piano, piano, aveva risalito la piramide e, alla fine, aveva sposato la figlia del capo, subentrando al suocero e diventando, a tutti gli effetti, proprietario della banca insieme alla moglie.

Aveva lavorato una vita per fare in modo che suo figlio fosse un banchiere.

Adesso anche lui ha un figlio a cui lasciare tanto.

Anche se non è un buon figlio, come lo era stato lui, fiero di diventare un uomo di potere, non vuole perderlo.

Non vuole perdere.

Usciti dal bosco si giunge ad una radura.

Al fondo della radura c’è una rupe a picco sul lago, un roccione di pietra grigia.

Il banchiere è arrivato a destinazione.

Da un anfratto ombroso, sotto i raggi lunari, appare una figura smilza.

– Sei venuto allora? – dice.

Il banchiere è felice di vedere il figlio sano e salvo ma la felicità è subito sovrastata dalla pena e dal fastidio.

– Fabio , cosa diavolo significa questa sceneggiata? –

Per l’ennesima volta, si sente deluso.

– Perché mi hai fatto venire fin qui? Per guardare il panorama? Mi hai fatto preoccupare per nulla ! –

Dalla silhouette nera e sottile di Fabio esce una voce stridula e isterica.

– Stai zitto! Ti ho fatto venire qui perché tu mi devi ascoltare ! –

Fabio non si avvicina al padre, pare voler mantenere a tutti i costi una certa distanza.

– Non ho intenzione di rimanere ancora qui. Vieni con me e parliamo in macchina – Propone il banchiere avvicinandosi al figlio e tentando di afferrarlo per un braccio.

Fabio fa un balzo indietro.

– Non ci provare! Non mi toccare! Tu resti qui e mi ascolti! –

Il banchiere lo guarda con pietà e commiserazione.

– Fammi avvisare tua madre che era già pronta a far scoppiare una guerra… –

Afferra il cellulare e fa partire una chiamata, poi si volta e si accinge ad andare via.

– Fermo! – Urla Fabio. – Fermo o ti sparo nella schiena! –

L’ombra estrae una pistola dai pantaloni e la punta verso suo padre.

– Cosa vuoi fare con quella pistola? – Chiede il banchiere con un tono quasi di sfida.

– Voglio ammazzarti! Ecco cosa voglio! Mi hai rotto il cazzo! Hai capito!?

– Ma cosa stai dicendo? Sei drogato? –

– Vaffanculo stronzo! Lo vedi?! Nemmeno adesso che ti minaccio con un arma mi prendi sul serio! –

Il ragazzo è pazzo di rabbia, fa un passo verso i raggi lunari e appaiono i lineamenti del suo volto paonazzo, le vene della fronte che pulsano, gli occhi sgranati.

Sembra incazzato sul serio.

Il banchiere forse questo non lo capisce.

Eppure è evidente il tremito che sconvolge il corpo del figlio.

Troppo rancore brucia in quel sangue.

Il banchiere non capisce tutto questo.

Non capisce le ragioni del figlio.

Così come Fabio non capisce le ragioni del padre.

Si odiano e basta.

Per motivi diversi.

Motivi personali direbbero loro.

Vergogna, arroganza, disprezzo, intolleranza, eccessiva riservatezza, mancanza d’affetto vero, irruenza infantile, codardia, superbia e molti altri ancora.

Alcuni validi per entrambi, alcuni validi solo per uno o solo per l’altro.

– Adesso basta! – Urla il banchiere.

Il banchiere non alza mai la voce.

Un colpo parte dalla mano tremante di Fabio.

Il ragazzo non ha mai usato un’arma da fuoco.

Il rinculo lo fa indietreggiare scompostamente prima di inciampare e cadere dalla roccia verso il lago.

Il banchiere osserva esterrefatto.

Il proiettile non l’ha nemmeno sfiorato.

Si è conficcato sulla cima di chissà quale albero.

Il banchiere sente il tonfo del corpo del figlio che atterra in acqua. Sente anche il tuono del revolver che spara di nuovo, attutito dal liquido scuro.

Il banchiere non capisce.

Si avvicina con  lentezza al ciglio della roccia e guarda di sotto.

Le gambe sembrano di cemento, inchiodate al terreno, le sente pesanti e rigide.

L’acqua è nera, il corpo di Fabio si intravede a malapena, affiora solo in parte.

Presto i mulinelli del lago lo tireranno giù dove le alghe gli afferreranno i piedi  e le caviglie e non lo lasceranno  ritornare in superficie.

Il banchiere assiste all’affondamento del cadavere del figlio. Immobile.

Non piange, non grida, non si dispera.

Lascia passare il tempo così.

Immagini di un bambino che gioca e lo abbraccia gli roteano intorno insieme a mille altre scene di un passato grottescamente calato a picco sul fondo di un acquitrino melmoso.

Dopo molto si scuote, percorso da una scarica elettrica lungo la spina dorsale, fradicio d’umidità .

Il banchiere sembra di nuovo lucido.

Si guarda intorno e si avvia lungo il sentiero in mezzo al bosco.

Il giorno  pieno taglia le ombre sul lago.

Alcuni bagnanti nuotano nell’acqua verde scuro.

L’acqua non è limpida, è carica di micro-sospensioni dovute all’eccessivo proliferare delle alghe lacustri.

Odora di sottovaso.

Sulla cima del roccione alcuni ragazzi in costume da bagno osservano una bella signora vestita in modo elegante che si avvicina con prudenza e qualche affanno.

Un’insolita apparizione.

– Maledetto fango ! Mi sta rovinando tutte le scarpe ! E sbrigatevi voi! – Starnazza la donna, infastidita.

Un cameraman e un fonico seguono la donna  poco  distanti.

I due uomini procedono cauti trasportando la loro attrezzatura ma non si privano del piacere di  sghignazzare ascoltando i lamenti costanti della giornalista che, a sua volta, non perde occasione per fare la diva e rompere i coglioni.

– Ma dovevano proprio scegliere questo posto per ammazzarsi? – Chiede la giornalista al Padreterno, gli occhi dalle lunghe ciglia rivolti al cielo.

La giornalista raggiunge i ragazzi in costume sul ciglio del roccione e guarda in basso verso il lago. Osserva i ragazzini semi nudi con curiosità.

– Vi tuffate da qui? – Chiede.

– Certo. Che ci vuole ? – Risponde uno dei ragazzi.

La donna si avvicina al punto da cui i ragazzi si lanciano e riguarda in basso , venti metri la separano dall’acqua del lago.

– Voi siete pazzi. – Commenta la giornalista in preda alle vertigini.

– Lo fanno tutti. – Dice uno dei ragazzini.

– Ah si ? Ma lo sapete che qui è morto un ragazzo poco più grande di voi? – Domanda la giornalista con tono allarmistico.

I ragazzi non si scompongono minimamente.

– Si, e allora? L’ha ucciso un proiettile, mica un tuffo in acqua. –

La giornalista non sa come replicare e si rivolge alla sua mini- troupe con un tono sguaiato che vorrebbe suonare autoritario.

– Prima facciamo e prima ce ne andiamo via di qui. –

La giornalista non è felice di aver dovuto scarpinare nel bosco.

– Dai, Patrizia, sistemati un po’ che giriamo. – Propone il cameraman.

– Eh, si, pure senza truccatrice. Sono un disastro! Ma questa me la paga la produzione ! –

I tecnici si preparano, il fonico sistema i microfoni , l’operatore sistema il fuoco sull’immagine fissa.

– Forza, ragazzi, cominciano ad arrivare anche le zanzare… Veloci! – Incita l’inviata.

– Dacci il tempo Patrizia.  Manda via quei ragazzini da lì. –

– Ehi ! – Si lamenta un ragazzino.

– Andatevene via voi! – Dice un altro.

– Si, andatevene affanculo. – Conclude un terzo, un istante prima di lanciarsi in acqua con un gran salto.

– State almeno in silenzio mentre parlo io, stiamo lavorando. – Ammonisce la giornalista.

– Si, lavorando… Chissà che fatica. – Sghignazza uno dei ragazzini.

Dopo qualche minuto tutto è pronto.

– Questo è il luogo dove si è consumata la tragedia. Da qui, il corpo del giovane è piombato in acqua per riemergervi privo di vita. Una vita spezzata nel fiore dell’età… No! No! Che cosa dico? Così parlava mia nonna… Ok, ricominciamo. Il resto andava bene? –

Il fonico guarda il cameraman e fa cenno che per lui è tutto a posto.

– Si, andava bene. Ricomincia quando vuoi. –

– In questo luogo si è consumata la tragedia. Da qui, da questa alta roccia, il corpo del giovane è piombato in acqua. Il giovane è stato ritrovato privo di vita solo dopo alcune ore. Un dramma. Un supplizio per tutta un’ importante famiglia, qui in città. Ed ora si indaga. Si tratta di un suicidio? Oppure c’è qualcosa di più in questa faccenda ? Poteva, un giovane pieno di voglia di vivere, ben visto da tutti, allegro e disponibile, togliersi la vita così? Decidere che il suo ultimo istante sarebbe stato un tuffo mortale ? Ma vediamo il servizio completo, con le interviste a genitori, parenti e conoscenti della vittima… Ok, buona. Andiamocene! –

Patrizia porge velocemente il microfono al fonico, si volta e si allontana rapida lungo la strada del ritorno.

– Non ci aspetti? Dobbiamo smontare tutto. – Le ricorda l’operatore, sconsolato.

La giornalista si volta solo un attimo.

– Sono sicura che riuscirete a farlo anche senza di me. Fammi qualche ripresa del lago a strapiombo da dove si tuffano quei mocciosi. Mi troverete in albergo. – Conclude.

Nell’area-gioco di un grande centro commerciale, un bambino osserva la TV ultra-piatta appesa alla parete.

La pubblicità delle sue merendine preferite.

La pubblicità finisce e ricomincia il telegiornale.

Una signora parla in un microfono, dall’alto di una roccia.

Dietro di lei un lago e verdi colline.

Il bambino distoglie il suo interesse dal video.

Adesso lo incuriosisce l’uomo che gonfia i palloncini.

Sono colorati e sopra c’è un faccione deforme che sorride.

Una mamma si avvicina al gruppo di bambini e chiama il suo.

Il bambino sembra un po’ restio ma lei insiste e lui si rassegna.

La mano della madre avvolge quella del figlio e lo trascina via mentre lui saluta i suoi amici che non vedrà più, se non per puro caso.

La madre chiama anche la sorella più grande che sta osservando la vetrina di un negozio di biancheria intima.

Ancora non può permettersi di indossare certe cose.

La ragazzina leva lo sguardo e, con fare svogliato, raggiunge la madre ed il fratello.

I tre escono attraverso le porte automatiche vicino al bar.

Seduti all’ultimo tavolo del bar, accanto all’uscita, due poliziotti in borghese gustano il loro panino.

Non sono due poliziotti qualsiasi.

Si occupano di omicidi loro.

Non vanno per le strade con la macchina a pattugliare.

Non indossano la divisa come tutti gli altri.

Sono le teste, loro.

Risolvono i casi, loro.

– E’ stata rinvenuta una pistola. – Dice il primo. E’ della scientifica.

– Suicidio. Questi ragazzi non hanno più gioia di vivere.  – Dice il commissario.

– Improbabile. Il colpo sarebbe stato sparato dall’acqua. – Dice quello della scientifica.

– Magari ha visto che ad annegare ci metteva troppo e allora si è sparato… Per fare prima… Questi ragazzi non hanno più pazienza. – Dice il commissario.

– In tutto sono stati sparati due colpi. – Precisa quello della scientifica.

– Il ragazzo doveva avere una pessima mira. Oppure ha mancato il primo colpo perché aveva paura… – Ragiona il commissario.

– Il proiettile ha colpito il petto della vittima. –

– Qualcuno deve avere ammazzato il ragazzo. Tu cosa ne pensi? – Domanda il commissario.

– Era la pistola del padre. – Fa sapere quello della scientifica.

– Il Banchiere ? – Domanda il commissario conoscendo già la risposta.

– Si. –

– Non andavano d’accordo? –

– La vittima non era un figlio facile. –

– Droga?  –

– Probabile. Il ragazzo non era all’altezza della sua famiglia, almeno a quanto si dice in giro. –

– Chissà cosa aveva combinato questa volta? Il banchiere doveva essere fuori di sé, per fare una cosa del genere. – Commenta il commissario.

– Probabile. Pare che stesse telefonando alla moglie all’ora ipotetica della morte.

– Un alibi abbastanza forte, mi pare. – Sentenzia il commissario.

– Dalle nostre intercettazioni risulta che la telefonata è stata fatta dal lago. – Rivela quello della scientifica.

– Non basterebbe a renderlo incapace di intendere e volere? Insomma, il fatto che fosse molto arrabbiato, voglio dire. Un modo ci sarà… – Domanda preoccupato il commissario.

– Non credo. Bisognerebbe chiedere ad un avvocato. –

– Il banchiere è una persona molto conosciuta .  –

– Ha fatto molto per tutti noi. –

– Questo non toglie che sia colpevole. –

– Già. –

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