FANTASMA

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Chiese perdono a Dio per avere ucciso quell’uomo. Ma sapeva che Dio non avrebbe avuto tempo per il suo perdono. C’era una lunga fila allo sportello dei peccatori.  Per questo motivo, ancora bambino, Ruben decise che non avrebbe più avuto paura  in vita sua.

Il quartiere è la casa di Ruben. E’ sempre stato così. E lui immagina di finire i suoi giorni tra le vecchie case. Le baracche e gli steccati separano i marciapiedi dai terreni abbandonati, sporchi, dove  trovano posto gli scarti di tutto ciò che l’uomo non usa più, accanto alla natura che si espande:  spontanea, incurante quanto incolta,  rigogliosa.

La gente del quartiere non si è mai preoccupata di tagliare l’erba del giardino. Solo a volte, quando le piante portano dentro casa insetti molesti e pericolosi, balugina una lama di machete a stroncare di netto gli arbusti fastidiosi. I rami, recisi come arti, rimangono al suolo, a ricoprire vecchi sanitari crepati, cadaveri di elettrodomestici, rottami vari.

Sotto il sole impolverato un gatto insegue un grosso topo, mentre un cagnaccio, alla catena, abbaia rabbioso ad ogni movimento estraneo.

Ruben cammina sul ciglio del marciapiede, come un equilibrista sul filo. Il suo passo è lungo e deciso ma ha qualcosa di dinoccolato, dondolante, tropicale, pigro. Il suo sguardo è fermo. Tra il naso e il mento, indossa sempre quel sorriso, sornione: di presa in giro nei confronti del mondo, di arroganza e sbruffonaggine.

Al bar alcune persone, di tutte le età. Ruben osserva dall’altra parte della strada i tavolini di plastica sormontati da ombrelloni arancioni e verdi, sbiaditi dal sole e dagli anni. Qualche ombrellone porta il marchio di una ditta di gelati italiani che il bar non ha mai venduto. La mano di Ruben si solleva, come se il braccio magro e nervoso pesasse un quintale. Si riabbassa abbattuta. Il saluto di Ruben viene ricambiato con accenni di capo. Al suo passaggio qualcuno bisbiglia con il vicino. Ruben lo sa e gli sta bene. Se la gente lo teme è meglio. Forse allontanerà il momento in cui qualcuno si metterà in testa di tirargli un brutto scherzo.

Due giovani ragazze, una bionda e una mora, camminano nella direzione opposta a quella di Ruben.  Lui procede con la sua andatura. Le ragazze lo vedono e cambiano espressione. Una tira l’altra per il braccio, trascinandola lontano, sull’altro lato della strada.  Ruben non si cura di niente. Sa di essere brutto.  E’ per le cicatrici che gli ricoprono il volto e il corpo. E’, in particolare, per la cicatrice mostruosa, a forma di spirale che gli adorna il ventre, esageratamente gonfio per un fisico magro e teso come il suo.

E’ stata dura quando si è svegliato dall’operazione. Si è ritrovato coperto di bassorilievi. Senza parlare delle tre, su diciassette, pallottole, che gli hanno sparato contro, che ancora ospita: una nel collo, una nella schiena e una nel costato. Alla fine, anche se si dice che le cicatrici piacciano alle donne, troppe cicatrici piacciono molto meno. Ruben lo sa da tempo, dato che aveva più o meno tredici anni quando gli hanno conciato il corpo in quel modo, lasciandolo, per giunta, privo di un testicolo, rimosso durante l’operazione che l’ha miracolosamente riportato in vita. Cose che succedono, nel quartiere.

Nonostante tutto, Ruben è ancora lì a camminare per la strada, senza timore. Allora era poco più che un bambino. Adesso, Ruben, che la gente ha cominciato a chiamare il Fantasma, è un uomo di ventisei anni. Un’età del tutto rispettabile per un killer di Caracas. E non è ancora abbastanza vecchio da dover smettere. L’importante è vivere nascosti e all’erta. Fin da bambino aveva questa mania di sparire per diversi giorni, senza che nessuno sapesse dove cercarlo. Gli amici, che aveva un tempo, dicevano, già allora, che sembrava un fantasma. Figurarsi come l’immaginazione popolare si sia fissata su quell’accostamento, dopo l’essere sopravvissuto alla sparatoria. E’ facile. Però, quando si mostra in giro, più che un fantasma, con quel suo aspetto grottesco, è simile a uno zombie, un Frankestein sudamericano.

Comunque Ruben è arrivato. Dalla tasca estrae una sigaretta di marijuana e l’accende.  La strada dove si trova adesso è poco oltre il confine del quartiere. Ci sono edifici commerciali e uffici. Ruben appoggia la schiena al muro di un edificio dipinto di rosa, alza un piede e appoggia anche la suola sulla superficie verticale. All’angolo della strada, un vecchio orologio segna le sei della sera.  Dalle labbra di Ruben esce un denso fumo violaceo e i suoi occhi si iniettano di rosso, accentuando le venature intorno alla pupilla. I suoi occhi, scuri, guardano fisso la porta di un edificio alla sua destra. In strada non c’è molta gente. Qualche macchina passa con una certa fretta, sperando di non incontrare il semaforo rosso all’incrocio. Non sarebbe la prima volta che rapinano qualcuno, trascinandolo fuori dal suo veicolo fermo al semaforo. Magari tagliando pure la gola, o sparando, al conducente, per avere in cambio un vecchio macinino e pochi spicci.

Ruben non ha paura, ha smesso di averne e non ha motivo per tornare indietro. Lancia quel che rimane della sigaretta di marijuana a terra e la calpesta togliendo il piede dal muro. Pare che si sbilanci per un attimo in avanti e intanto la sua mano scivola sotto la maglietta. Osservandolo si ha l’impressione che si stia grattando lo scroto ma poi la mano ruota intorno alla vita e si porta sulla schiena. Lì rimane. Gli occhi di Ruben si stringono diventando piccoli, lascia il muro e si avvia verso la figura che è appena uscita dalla porta. Ruben cammina tranquillo, la mano dietro alla schiena, gli occhi piccoli. Con la mano libera estrae, dalla tasca davanti dei pantaloni, un cappello con la visiera e con quello si copre i capelli neri, tagliati corti. Con un gesto abbassa un poco la visiera e accelera il passo. Da dietro la schiena, lucido metallo scatta in avanti e parte un colpo che colpisce la tempia della sua vittima. Un colpo basta, era già in canna. La Glock nove millimetri è tornata al suo posto e Ruben procede per la sua strada, torna verso il cuore del quartiere. Solo un piccolo schizzo di sangue sulla maglietta chiara tradisce la sua azione omicida. Nessuno farà il test del Dna.

Nessuno ha visto niente. Così sembra. Qualcuno avrà anche visto qualcosa ma Ruben non se ne preoccupa. E’ un momento di allegria per lui, presto stringerà in mano un bel mazzo di banconote. Glielo darà una madre alla quale hanno ucciso un figlio. Quell’uomo, con il cervello sparso sul marciapiede, pensava fosse il ladro della sua moto. Il figlio della donna, invece, passava sfortunatamente in strada quando l’uomo stava uscendo dal garage ripulito, armato di fucile, con una gran voglia di fare fuori qualche figlio di puttana . Ma un ladro di moto dovrebbe trovarsi in sella alla fottuta moto. Il figlio della donna passava a piedi, tornava dal lavoro di cameriere e aveva deciso, da qualche giorno, di sposarsi con Maria Joséfa. L’uomo con il fucile, assicuratore, era scampato alla galera facendo valere la sua posizione sociale rispetto a quella del povero figlio della donna. Doveva intervenire un altro tipo di giustizia.

Ruben non sa se la sua cliente sarebbe tornata a dormire, la notte, senza pensare a suo figlio ammazzato ingiustamente. La vedeva là, però, davanti alla tomba, in una discussione con il defunto. Avrebbe gioito dicendo: ti ho vendicato, figlio mio. A Ruben non importava più di così. Altrimenti avrebbe dovuto pensare a come, quella donna, avrebbe fatto meglio a tenersi i soldi dati a lui, adesso che è rimasta sola. E magari, domani, avrebbe bussato alla sua porta la moglie dell’assicuratore e gli avrebbe chiesto giustizia, portando con sé le banconote. Lui se la sarebbe scopata contro il muro, appena dietro la porta di casa. Avrebbe preso i soldi e avrebbe detto a quella donna di andare affanculo, troia. Il Fantasma non ammazza i poveracci del quartiere. Anche se loro lo temono e lo odiano, ne hanno ribrezzo e hanno tentato di ucciderlo, tanto tempo fa. Lui no. E allora, magari, quella donna, sarebbe andata a farsi sbattere da un altro, in un altro quartiere e avrebbe commissionato due omicidi. E avrebbe, in ogni caso, fatto girare la ruota.

Ma Ruben non è nato ieri, anche se è morto da parecchio. Chi è quel tipo? Avrebbe chiesto al vecchio seduto ai tavolini. Non è del quartiere, è tutto il giorno che gira qua intorno. Avrebbe risposto il vecchio, un po’ intimorito ma senza esagerare. Ok. Avrebbe detto Ruben con il suo miglior sorriso. Comunque mostruoso.

Ruben cammina proprio di fronte allo straniero e, con la sua andatura e il suo sorriso, raggiunge l’angolo della strada per sparire alla vista. Lo straniero segue Ruben e accelera il passo per raggiungerlo oltre l’angolo. E così se ne va invano un altro colpo. Un colpo che la signora si è fatta dare dallo straniero, un colpo nella canna della Glock. Ruben guarda lo straniero steso a terra, all’angolo della strada. Nei suoi occhi morti c’è ancora un po’ di sorpresa. Pivello. Pensa Ruben. Alza lo sguardo e vede il vecchio che osserva impassibile la scena. Ruben si abbassa sul cadavere, prende i soldi dalle tasche, toglie l’arma dalle mani dello straniero. La mette bene in mostra per il vecchio. Hai visto? Pare voler intendere, o lui o me. Il vecchio annuisce in silenzio. Ce li ha ancora, i maiali, Florentino? Chiede Ruben al vecchio. Sì. Risponde il vecchio.

Che poi, in realtà, lo straniero non l’aveva mandato la moglie dell’assicuratore. A quella non importava così tanto, della morte del marito. Anzi, si era detta la donna, lo sapevo che, prima o poi, sarebbe andata a finire così. Perché uno non può andare fuori di testa quando gli gira, fare cazzate e passarla sempre liscia. Poco male, almeno non era più costretta a vivere in questa città. Aveva venduto l’agenzia di assicurazioni ai soci di minoranza del marito, ed era partita per Curacao con tutta l’intenzione di trasferirsi lì per sempre.

Chi è il mandante dello straniero,  Ruben non lo sa. Quello che sa è che gli andata male, chiunque egli sia. Ruben alza lo sguardo sulle cime degli alberi mosse dal vento. Chiede perdono a dio per aver ucciso anche oggi. A dio non importa ma Ruben lo fa lo stesso. Ruben ringrazia la divinità per aver creato i tavolini dei bar, dove i vecchi stanno seduti tutto il giorno a guardarsi intorno. Poi Ruben smette di pensare e torna al suo stato di allerta costante. I sensi sull’attenti, i muscoli tesi, i nervi pronti a scattare. Come un predatore poco prima di uccidere, come una preda tutto il resto del tempo.

Si concentra e, piano, piano, sparisce.

© 2015

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