Tanto me ne vado da questo cazzo di pianeta

tmnvdqcdp

I piedi poggiano uno dietro l’altro. Odore di grano e mais. L’intenso calore che penetra le narici. I pioppi, i castagni , le acacie, le querce e i faggi. Il sottobosco di funghi. Il terreno duro. In attesa. Le piogge arriveranno, il suolo s’impregnerà avido espandendo aromi di sterpi bagnati. La linea dritta della collina sullo sfondo. Precisa. Una preistoria lontana. Un uomo , molto tempo fa, osservava. Ascoltava il rumore del ghiaccio che avanza e si ritira. Uno stridio lancinante, ininterrotto. Azzurro cristallo che si dispera, lacrimando gelo. Urla andando incontro alla morte. Una collina come simbolo della morte di un ghiacciaio. Un tumulo commemorativo. Partorita con il sudore di un ricordo perso nei millenni. La collina muta è una metamorfosi divina. Macchie nello scorrere del tempo. Gli alberi dalla corteccia scura e le betulle bianche, misteriose. Terreno fangoso, innevato. Le cime delle montagne vicine. Tutto è maestoso. Le notti sono belle. Si sale su, fino a quella linea retta di collina, oppure più in alto. In basso la terra, i paesi e la  città.

L’altro giorno il vicino mi accoglie mentre rientro a casa.

– Ha visto ? – Mi fa.

– Cosa ? –

– Lì! Lì! Ma dove guarda!? Lì! In strada! –

Guardo esattamente dove indica lui. Continuo a non vedere niente di particolare. Vedo un marciapiede, una strada, un altro marciapiede  dall’ altra parte. Vedo macchine parcheggiate lungo la strada, anche la mia, per fortuna.

– Non vedo niente. – Dico.

– Non vede che non sono passati quelli dell’immondizia !? –

Riguardo con più attenzione  e, in effetti, mi rendo conto che , accanto ai cassonetti, ci sono parecchi sacchi della spazzatura. Più del solito.

– E’ vero. –  Dico al vicino.

Nel frattempo mi accingo ad aprire la porta di casa. Il mio vicino ha un’aria strana. Continua a guardarmi. Annuisce vigorosamente. Indossa una canottiera macchiata, e un paio di pantaloni  di tela. La tipica divisa dell’anziano o del recluso in casa. Ha un bastone.  Non sembra così vecchio però,  avrà cinquant’ anni portati male. Più che un bastone da passeggio, si tratta di un ramo d’albero. Ha ancora la corteccia. Il tipo mi osserva e annuisce ed io non riesco ad aprire questa dannata porta. La chiave lo fa, a volte, s’incastra  nella serratura. Il vicino  continua a fissare e annuire.

– E’ vero sì ! – Esplode d’un tratto.

Per poco non mi viene un colpo.

– Che cosa ? – Chiedo ricomponendomi.

Lui indica la spazzatura con il bastone.

– Oggi è l’immondizia. Domani la luce e infine l’acqua! – Lo dice con uno sguardo perso.

Mi chiedo se non abbia qualche rotella fuori posto.

– Non sia così pessimista…  – Provo a sdrammatizzare.

Non mi interessa poi tanto questa storia dei netturbini assenteisti. Certo, non fa piacere vedere la precarietà del servizio pubblico ma non ho difficoltà a farmene una ragione. Il vicino sembra molto più scosso di me.

– Dopodomani ci mancherà anche il cibo! Vede degli orti, da queste parti, lei ?  –

Agita il suo bastone sopra la testa. Mi arrivano folate di spostamento d’aria sui capelli. Torno ad occuparmi della chiave, che non ne vuole sapere di girare.

– A lei non importa vero ? – Chiede lui impalpabile.

– A dire il vero m’importa ma non ci posso fare niente. –

E’ la verità. Cosa vuoi di più ? Porca puttana, questa chiave mi sta facendo innervosire. Anche ‘sto pazzo. Mi sembra che perda un po’ di bava dalla bocca. Ma chi me l’ha mandato? Cerco solo di entrare in casa mia, fare una doccia e mangiare qualcosa. Non mi sembra di chiedere molto, finché ci sono acqua e cibo. Il vicino non dice più niente. Guarda e basta. Non ha uno sguardo rassicurante. Porta la barba alla moda degli ergastolani, né corta né lunga, ispida e pungente. Le macchie sulla canottiera pare si mettano a roteare ipnoticamente. Il vicino ondeggia un po’ ma guarda sempre fisso nella mia direzione. Non riesco a capire se sta con me o contro di me. La chiave gira, finalmente.

– Ah! Io la saluto allora. Buonasera. –

Il vicino aguzza la vista e alza il bastone verso il cielo. Mi sporgo per vedere cosa vuole mostrare con quel gesto. Vedo solo il cielo.

– Ho visto. Bello. Non c’è una nuvola stasera. –  Non sembra contento delle mie parole. Sono stufo. Faccio per entrare in casa ma quello mi afferra per un lembo della giacca. Mi giro e questa volta non per essere gentile. Mi trattengo. Lui è tranquillo adesso. Ha una quiete profonda nelle pupille.

– Non va per niente bene… Ma tanto io me ne vado da questo pianeta del cazzo. –

Detto ciò, si gira e si allontana con il suo bastone. Mi guardo intorno per vedere se arriva qualcuno con una camicia di forza. Nessuno. Sotto la doccia ripenso a quell’uomo. Ha detto cazzo. Non me lo sarei mai  aspettato. L’avevo sempre visto, sul suo terrazzino, sgranocchiare noccioline. Aveva quel bastone scorticato…

L’acqua non è mai della temperatura giusta a casa mia. Ho rischiato l’ustione. Cerco di rimediare ed ecco che mi devo allontanare di scatto dal getto gelido.

Il gelo dei ghiacciai, che si sciolgono, milioni di anni fa, è decisamente più intenso. I piedi poggiano uno dietro l’altro. La linea dritta della collina sullo sfondo. Un uomo , molto tempo fa, osservava. Ascoltava il rumore del ghiaccio che si ritira e avanza. Un lancinante stridio ininterrotto. Lastre azzurre che si disperano e lacrimano gelo. Urlano alla vita che viene dietro. Finalmente arriva la Primavera.  Tanto carica di speranze che pare il momento più importante di tutti. La rinascita tra le vigne in alto. Sotto, i frutteti in fiore. Profumo intorno.

Per tutto questo sono dovuto venire fino a qui. Lontano da dove abito. Lontano dalla città. Non ci sono nemmeno orti, niente giardini, dove vivo. Una volta pensavo fosse il massimo. Economico e comodo. Dove succede tutto. Ed ora sono fuggito. I colori sono brillanti, non ci sono altre persone. Pare strano essere l’unico essere umano nei paraggi. D’un tratto sento il motore di un trattore che si avvicina. Il veicolo agricolo. Il suo conducente, il contadino. Eccolo là, seduto sulla sua sella d’acciaio. Il suo cappello largo. I suoi vestiti sbiaditi. Me lo vedo passare davanti. Faccio un cenno di saluto. Il contadino mi guarda di sbieco e procede lungo la strada di terra. Uomini diffidenti, da queste parti.

Una goccia mi colpisce sulla testa. Alzo lo sguardo per verificare di cosa si tratti. Non scorgo volo di uccelli ma nuvoloni grigi e neri. S’ammucchiano sui boschi e scendono rapidi. Un’altra goccia. Un’altra. Piove. Uomini come gocce di pioggia. Non solo perché sono tantissimi e si assomigliano, sempre di più, l’uno all’altro. Come quando camminate per una strada affollata. Facce che compaiono e scompaiono.  Incroci di sguardi che passano veloci.

Persone che si muovono in entropia. Sentire la presenza degli altri , percepirla con la vista, l’olfatto, l’udito e il tatto. Come la pioggia. I vestiti inzuppati, aderenti e pesanti. Le gambe che corrono. Le pozzanghere sotto le suole e il fango sulla pelle. Il respiro che s’affanna e poi trova il suo equilibrio. La vita sotto forma di migliaia di gocce d’acqua. Sento il loro rumore nel venire giù e schiantarsi a terra,  sento l’odore della terra, che si impregna e riempie le narici e diffonde tutt’intorno la sua gioia. La pioggia bagna tutto. Poi, a casa, ci si asciuga. Sparisce ogni traccia di pioggia come spariscono quei volti e quegli uomini. Fino al prossimo acquazzone.

Scusa Mia-amata, sono stanco. E’ per questo che preferisco leggerti nel pensiero. Con te è facile, come guardare il cielo stellato. Basta alzare la testa. I tuoi pensieri sono lì, accanto ai miei. Nel silenzio della notte. Risuonano le voci della giornata passata. Tutte quelle sciocchezze… Sono tempi in cui la gentilezza è confusa con debolezza.

Siete anime o lo eravate ?

– Dove sei stato oggi ? –

La tua voce mi porta via dai pensieri.

– Sono andato in giro, in campagna, in mezzo a un po’ di natura. – E tu ti preoccupi per me.

– Con questo tempaccio ? –

– Si. Mi sono bagnato infatti. Ma ora sono asciutto. Vieni qui. Senti come sono asciutto… Era il mio vicino! Ecco dove l’avevo già visto. –

– Cosa ? – Dici un po’ confusa.

Ma certo, il contadino.

– Oggi ho visto un uomo su un trattore. Una volta era il mio vicino di casa. Non l’ho riconosciuto subito. Un tipo strano. Sembrava a posto, questo pomeriggio. Pensa che mi disse che lui se ne sarebbe andato da questo pianeta. –

– Doveva essere impazzito. –

Forse hai ragione Mia-amata. Eppure in mezzo alle vigne e ai boschi…Sembra davvero un altro pianeta.

Qui nelle strade metropolitane, luci e illusioni. Una pioggia fatta di uomini, viscosa e acida.

Ti chiedo :

– Oggi hanno portato via i rifiuti, quelli della nettezza urbana ? –

– Non so, sono in sciopero mi pare.–

Mi affaccio alla finestra e guardo di sotto, in strada. Accanto ai cassonetti si ammucchiano i sacchetti che non sono stati smaltiti. In fondo alla strada passa una folla in parata. Dalla mia visuale ristretta sembra di vedere uno schermo televisivo. Sembra la stessa scena riproposta più volte. Le stesse bandiere, gli stessi colori, le stesse facce, le stesse parole. Chiudo la finestra.

– Cos’era tutto quel rumore fuori ? – Chiedi, curiosa.

– Niente, solo persone che strillano in strada. Sarà una manifestazione. –

– Cosa vuoi mangiare stasera ? –

Come sei gentile, Mia-amata. Stiamo bene, io e te.

– E se ce ne andassimo ? –

– A mangiare fuori? –

Si, a mangiare fuori, a dormire fuori. Via da qui.

– Mi piacerebbe guardare  dalla finestra e vedere un albero.–

– Va bene. Cercheremo un ristorante vicino al parco. –

© 2015

2 pensieri su “Tanto me ne vado da questo cazzo di pianeta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...