LA SCOMMESSA Parte III

sailing-622541_640

Di prima mattina, Melissa insiste che dobbiamo rintracciare Alvarez. Sapere dove lavora, dove vive , questo genere di cose. Se potessi contattare chi dico io sapremmo tutto in meno di un’ora ma può diventare rischioso. Così io aspetto in camera mentre Melissa telefona a qualche sua amica in cerca di notizie. Quando torna da me è raggiante.

– Abbiamo una traccia. So dove lavora. – Dice.

– Dove? – Chiedo io.

– Non te lo dico. Adesso ci mettiamo in macchina e andiamo ad aspettare Alvarez fuori dal lavoro.  –

– Cosa ? –

– Hai capito. Poi lo seguiamo fino a casa e il gioco è fatto. – Dice lei battendo le mani come una bimba.

– Ma è mattina! Alvarez fa il turno di notte? Altrimenti non ho intenzione di passare la giornata su una stupida auto. –

– Hai ragione, – ammette Melissa, – andiamo a fare colazione. –

Il piano sembra buono.  Però mi piacerebbe sapere in anticipo dove lavora Alvarez. La giornata passa placida e, nel pomeriggio, partiamo in missione.

Mentre Melissa guida mi chiedo se mi faccia piacere o no incontrare il mio vecchio amico. Dopotutto non ci siamo mai più nemmeno telefonati. Non credo che a lui faccia piacere vedere me. Non ha mai condiviso la mia scelta di continuare con il lavoro sporco. Però io ho una bella barca, soldi fino a quando muoio. Soldi che scottano, va bene. Ho anche Melissa. Sempre che voglia davvero venire con me. E lui ? Cosa ha ottenuto dalla sua scelta? Il lavoro è lavoro, a nessuno piace. Ma a me non dispiaceva nemmeno, il mio lavoro. Certo, ti porti dentro qualche ferita, anche fuori , se non stai abbastanza attento. Qualche rischio c’è. Anche per i migliori. Melissa si preoccupava tanto , negli ultimi tempi. Non mi piaceva vederla così. Farla preoccupare. Anche per questo ho smesso. Adesso me la voglio godere, però. Adesso sono libero.

Almeno nella misura in cui riuscirò a rimanere vivo.

Ci avviciniamo ad una zona della città dove ci sono solo caseggiati industriali.

– Lavora in questo postaccio ? – Chiedo a Melissa.

– Che c’è di male in questo posto ? –

– Come che c’è di male? Fa schifo. Guarda che gente. Qui ci sono solo operai, impiegati. Sembrano tutti uguali. Vestono uguale, camminano in modo uguale, parlano nello stesso modo. Vanno a cacare alla stessa ora, tutti in fila, nelle loro cellette a scompartimento, con le braghe calate e una rivista sulle ginocchia. Fanno le cose con il timer. Guarda, guarda quelli lì. – Un gruppetto di impiegati che corrispondevano alla mia descrizione fanno incrinare anche la serietà di Melissa. Appena li vede, sorride. Non può non sorridere. Sorrido anche io.

– Visto ? – Dico.

– Ma che dici? Ci sarà anche qualcuno che si distingue, no? – Replica lei tornando dura in volto.

– Chi per esempio? – E faccio un ampio gesto con la mano indicando i tantissimi lavoratori  tutto intorno a noi. Chi entra e chi esce dalle fabbriche, tutti scaglionati in gruppi omogenei.

– Mai sentito parlare di persone distinte? Ci sono persone che dirigono tutti questi impiegati e operai, ci sono ricercatori… Cerchiamo di individuare persone di questo genere. – Propone.

– Non sono sicuro che la tua definizione di persona distinta sia esauriente e corretta. Tu sai che lavoro fa Alvarez ? – Chiedo, guardando fuori dal finestrino.

– Lo vedrai. – Dice Melissa sbuffando e ferma la macchina nel parcheggio. Ci saranno centinaia di macchine qui. Non so davvero come potremo trovare Alvarez.

– Guarda là. – Dice Melissa trionfante.

Io osservo nella direzione che mi indicano i suoi seni impettiti. Una passerella coperta da una tettoia semisferica, lucida e trasparente, sorretta da colonnine , lucide anch’esse. Un passaggio privilegiato per entrare e uscire da un edificio basso, circondato da un prato  ben tagliato. DIRIGENTI. Si legge su una targa.

– Bello quel teatrino, hai visto? Ti obbligano anche ad usare una determinata porta,qui. Classisti. –

– Sei un cretino. –

Una serie di uomini in giacca e cravatta esce attraverso la passerella e si dirige in direzione del parcheggio.

– Guarda bene. Là. – Mi dice Melissa.

Io osservo attentamente quegli uomini manichino ma sembrano tutti gemelli.

– Secondo te comprano tutti lo stesso vestito in internet , dai computer dell’ufficio? E’ statisticamente impossibile comprare abiti identici in negozi diversi. Non trovi? –

– Non fare tanto lo spiritoso. Che ne sai tu di statistica, poi. Non vedi che quello è Alvarez! Non lo riconosci neanche? –

Melissa ferma la mia attenzione su un uomo che è uscito da una porta laterale, una di quelle messe lì per sfuggire agli incendi più rapidamente. Priva di allarme, a quanto pare. Alvarez esce da lì, e in questo , senz’altro, si distingue dagli altri. Il vecchio Alvarez. Però , come tutti gli altri, si avvicina ad un grosso SUV. Mentre cerca le chiavi nella giacca mi convinco che non può essere lui. Quel pelato è Alvarez ? Certo che è cambiato parecchio. Più grasso. Ha solo qualche pelo in testa. E quegli  occhialetti sul naso…

– Vedi? – Dico alla mia donna, – ha perso i capelli e la vista. E’ finito proprio male. –

Mi viene un tristezza a guardare quella specie di anziano, ben vestito ma sulla via della decadenza fisica. Alvarez era un personaggio mitico tra i ragazzi.  Ed ora guardatelo, bella macchina, ok, ma non è sufficiente a bilanciare quello che il tempo ha estirpato al vecchio Alvarez.

– Andiamo via di qui. – Dico a Melissa.

– Non se ne parla. – Mi risponde. – Siamo qui per vedere come se la passa Alvarez e lo faremo fino in fondo. –

– Ma non lo vedi ? Guarda come è conciato. Non ti basta ? –

– Io vedo solo un dirigente che esce da lavoro e sale sulla sua bella auto per andare a casa. E se non ci muoviamo non sapremo mai dove abita. –

Cominciamo a seguire da distante l’auto di Alvarez. Guida con calma nel traffico. Prende una strada che conduce verso la zona residenziale. Alle strade larghe e trafficate si sostituiscono viali alberati e giardini.

– Questo non è poi male come posto, no? – Dice Melissa. La cocciuta.

Sono costretto ad ammettere che non lo è. Certo, non c’è poi molto da fare in questa zona… Però non è malvagia. Ci sono solo ville e palazzine . Alvarez si ferma davanti all’entrata di una casa. Il cancello automatico si apre e il fuoristrada entra nel viale. Io e Melissa rimaniamo fuori. Fregati.

– Non se la passa poi male . – Dice lei.

– Ma se non sappiamo nemmeno se abita da solo o con chi … Sicuramente sarà una persona triste e annoiata. Adesso  entrerà nella sua enorme e solitaria casa, getterà le chiavi nel suo esotico e solitario porta oggetti, posizionato con cura sul tavolino francese alla destra della porta. Subito dopo sarà la volta del cappotto che troverà posto sul suo trespolo solitario. Una doccia tra le lande inesplorate di un bagno simile a quelli di decine di alberghi a quattro stelle. Poi ancora un po’ di lavoro , computer portatile aperto all’estremo di un tavolo grande come quelli di una sala consiliare. Solitario nel suo angolino, davanti allo schermo freddo che gli illumina il volto pallido. Quei quattro ciuffi di pelo biondo rimasti, protetti da  qualche animalista preoccupato per l’estinzione della specie. A perdere le sue ultime diottrie prima di iniziare una vecchiaia da Tiresia… –

– Ma cosa stai blaterando ? – Mi interrompe Melissa, quasi stupefatta.

– Sai che è così. Per non parlare del cibo precotto, ricotto nel microonde e sorbito, magari con una cannuccia per non distogliere lo sguardo dal monitor. –

Quasi , quasi, ride. Così parrebbe, ma è tanto fugace l’attimo che subito  rimango sopraffatto dalla sua sentenza.

– C’è solo un modo per scoprirlo. – Dice.

Con il favore delle tenebre scavalchiamo la recinzione della casa di Alvarez. Non ci sono cani di guardia.

– Sei ancora agile. – Si complimenta Melissa mentre facciamo irruzione.

Rispondo con uno sbuffo trattenuto. Ci muoviamo con circospezione tra i cespugli del parco e, come felini in agguato,  raggiungiamo la vista della casa. Una bella villa, niente da dire, di buon gusto architettonico, originale.

– Guarda, ci sono dei giochi per bambini là. – Mi dice Melissa.

– Il vecchio Alvarez è rimasto inguaiato eh?  E’ peggio di quanti pensassi. –

Melissa mi guarda con compassione.

Le finestre della casa sono illuminate. Attraverso le tende scorgo Alvarez che cammina lungo un corridoio, molto lungo. Si china e si rialza con un fagotto tra le braccia. Il fagotto si muove. Deve essere suo figlio. Per un po’ rimaniamo a distanza, poi non scorgiamo più movimenti. Decidiamo di avvicinarci alla casa. Ci affacciamo ad una finestra. Di lì vediamo una famigliola a tavola. I bambini sono due, un maschio e una femmina. La moglie di Alvarez, Sonia, aiuta il più piccolo a mangiare.

Mi sento a disagio. Ma non posso fare a meno di notare che il volto del mio amico è sorridente, rilassato. Mi aspettavo di vederlo abbrutito ma non è così. Si, sembra più vecchio, ma il tempo è passato anche per me.

– Hai visto che bello? – Dice piano Melissa. – Sono tutti intorno al tavolo. –

– Sì, e noi siamo qui fuori a contemplare la scena. Tu sei il fantasma del natale futuro e io il vecchio bastardo che verrà redento. Ho le lacrime agli occhi. – Replico, al massimo delle mie capacità.

E lei ride. Si mette una mano davanti alla bocca e mi fa cenno di seguirla. Ritorniamo alla macchina.

– Allora , sei soddisfatto ? Ti sbagliavi. – Sentenzia lei.

– Come sarebbe a dire? Non mi sembra che Alvarez se la passi meglio di me. –

– Stai scherzando ? – Mi chiede.

– No. –

– Ma non vedi come sta bene, con la sua famiglia? –

Sto in silenzio ma so che è  la verità. Non per la storia della famiglia, della bella casa, del lavoro importante, dell’auto. Per qualcosa che Melissa, probabilmente non ha nemmeno notato. Ma io sì. Ho visto, negli occhi di Alvarez, qualcosa che c’era anche quando eravamo ragazzi. Qualcosa che io non sono sicuro di avere ancora nello sguardo. In fondo al nero delle pupille, quel luccichio. Quando mi guardo allo specchio, vorrei vederlo più spesso. Forse sono solo i miei occhi , solo i miei occhi, a non poterlo più vedere. Sarei meno triste se fosse così, se gli altri potessero ancora vederlo come io l’ho visto negli occhi di Alvarez.

– Andiamo a parlare con lui. Avranno finito di cenare. – Propone Melissa.

– No, nemmeno per sogno. Sarebbe da maleducati. Non amo ricevere improvvisate e nemmeno farle agli altri. – Dico io.

– Dai, vedrai che Alvaro sarà contento di vederti. –

– Io non credo. Perché poi dovrei parlargli ? Cosa dovrei dirgli? Ah, ciao, come va, passavo di qui,  ho visto sulla targhetta del citofono il tuo nome e ho pensato di farti un saluto… A parte che ci vorrebbe una vista bionica per vedere il nome scritto su una targhetta del citofono, passando in auto. Non mi pare una buona idea.

Melissa tace.

– Ok, – dico dopo un minuto di silenzio, –  hai ragione tu. Hai vinto. Continua a studiare, non ti dirò più niente. –

Ma lei non sembra soddisfatta.

– Io lo sapevo già che sarebbe andata a finire così. – Mi dice. Ma non c’è  sarcasmo nelle sue parole.

– Sei tu che devi capire che ci sono altri modi di vivere, altrettanto soddisfacenti ma decisamente meno pericolosi e …Inutili. Non sei più un ragazzino. –

– Inutili dici? –

– Si, dico. Perché tutto quello che hai, l’avresti potuto ottenere anche in altro modo. Sei cazzuto, tu. –

– Grazie. Io ho già deciso di smettere, lo sai. –

– Sì, lo so. E ne sono felice. Voglio che anche tu lo sia. Veramente. Vorrei che , vedendo la vita che fa il tuo grande amico di un tempo crollasse definitivamente qualsiasi tuo dubbio , o anche paura, di cambiare finalmente vita. Sebbene la vita del fuggiasco non sia proprio quello che speravo, può essere un inizio. –

Ha ragione. Lo capisco da questa sensazione che provo nello stomaco sentendo quello che dice. Ha sempre ragione.

– E la storia di mettere la barca in mare e via ? – Le chiedo.

– Quella non è male… Sai quella cosa di finire gli esami  on-line, che mi hai detto l’altro giorno? Mi sono informata e si può fare. Ha anche degli aspetti interessanti. Potresti studiare un po’ anche tu… Oppure , non so,  compra un pianoforte prima di partire. Ti è sempre piaciuto suonare, no? –

– Ci penserò. – E visualizzo già l’immagine di me che entro in un negozio di pianoforti e ne scelgo uno adatto alla barca. La mia espressione deve fare trapelare la cosa , quel tanto che basta, per meritarmi un bacio di Melissa. Ha capito che la sua proposta ha colto nel segno.

A volte basta poco a farmi stare bene. In più sono contento che Alvarez se la cavi alla grande. Le cose si metteranno a posto.

Torniamo alla nostra vettura parcheggiata lungo la strada. Mentre discutiamo sul tragitto migliore per tornare alla barca, una macchina si ferma davanti al cancello della proprietà di Alvarez. Una donna scende dall’auto e suona il citofono. Il cancello si apre. Il conducente dell’auto aspetta che la donna entri nel giardino e poi parte. Il cancello rimane aperto.

– Sai, sono contento che tu mi abbia trascinato fin qui… Sai un sacco di cose, tu. – Dico a Melissa.

Lei mi abbraccia, mi bacia di nuovo. Continua a stringermi e io la lascio fare.

I fari di una vettura ci illuminano da lontano, siamo ancora lì, fuori dalla nostra auto. Scorgiamo il fuoristrada venire nella nostra direzione. Con calma imbocca il cancello. Si ferma per controllare che nessuno transiti e s’immette sulla strada principale. I vetri scuri non mi permettono di vedere chi c’è all’interno del veicolo ma è facile indovinarlo. Così come è facile capire che la donna che abbiamo visto entrare potrebbe essere la baby-sitter. Il fuoristrada percorre cinquanta metri e si ferma. L’autista mette le quattro frecce e apre la portiera.  Alvarez scende. Guarda verso di noi.

– Ti ha riconosciuto… – Dice Melissa. – Vai a salutarlo. –

Io mi muovo. Cammino verso Alvarez. Lui sta fermo e mi aspetta. Sorride. Uno di fronte all’altro ci guardiamo bene. Con un ghigno. Senza dire niente. Ci abbracciamo. Noto che Alvarez ha gli occhi lucidi. Ma non faccio battute in merito.

– Come stai ?  – Gli chiedo.

– Sto benone.  – Risponde.

– Lo vedo. – Dico io.

– Anche tu non stai male. – Dice lui.

– Potrei stare meglio. Ma non mi lamento. –

Alvarez sorride poi si accorge di qualcosa e guarda la sua macchina aperta e accesa in mezzo alla strada.

– Devo andare… – Mi dice.

– Capisco. – Dico io. – Salutami tua moglie. –

– E tu salutami … – Dice lui facendo sì con la testa.

– Melissa. – Dico io. – Studia sai. Sono orgoglioso di lei… –

– Perché non venite a trovarmi una volta ? Adesso devo… – Alvarez  sembra dispiaciuto di non poter cambiare programma, le sue parole non suonano come una frase di circostanza.

– Magari veniamo. Vai adesso, non fare aspettare tua moglie. – Gli dico.

– Hai ragione… –

Silenzio. Sono io che l ’ho abbracciato di nuovo e lui non si è tirato indietro. Solo dopo è salito in macchina ed è andato via.

Melissa non mi ha chiesto niente. Forse mi ha visto emozionato e ha voluto lasciare che me la vedessi con i sentimenti da solo. E’ molto sensibile per queste cose.

Da parte mia credo che andrò a trovare Alvarez, non appena avrò risolto i miei affari. Credo che comprerò un regalo per sua moglie e anche per i suoi bambini.

Forse diventerò lo zio Rodriguez.

Rido. Sono felice. Per Alvarez, per averlo rivisto , per avergli parlato. Anche lui mi sembrava contento, vederlo commosso mi ha fatto capire che non si è dimenticato di me. Sono contento.

Sul molo parcheggio l’auto. Scendo e riassaporo il gusto del mare. Mi lascio prendere dalla brezza salina. Ho perso una scommessa ma credo che ne sia valsa la pena.

– Alla fine non è male nemmeno la tua barca. – Dice Melissa.

– Già.-

– Già… – Dice lei. – Anche tu potrai invitare Alvarez. Ai bambini piacerebbe… –

Ma io adesso non l’ascolto più. Ho notato qualcosa che non va . Appena arrivati al molo ho scorto un’auto dall’aspetto famigliare. Sono le auto che ti fregano, di solito. C’è qualcosa di strano.

– Prendi la macchina e vai a comprare una pizza per stasera. – Dico a Melissa.

– Ma non possiamo ordinarla dalla barca ? – Mi chiede.

– No, quella non è buona. Fai la brava, non abbiamo niente da mangiare. – Insisto.

Lei mi bacia. Toglie dalla borsa il portamonete e me la lascia.

Va bene. Almeno prepara la tavola. – Poi si allontana.

Io procedo con calma verso la mia barca. Arrivato alla passerella è ormai chiaro che qualcuno si trova a bordo. Salgo sul ponte e da sotto coperta escono due ragazzi.

– Allora è qui che ti sei cacciato ? – Mi fa Gaetano. Ci conosciamo da tempo.

– Si, è qui. E voi non siete stati invitati. – Dico io.

– E’ così che si accolgono i vecchi amici? – Mi domanda, l’altro. Non so chi sia.

– Veramente siete voi che avete accolto me. Sulla mia barca. Mi pare che i ruoli si siano ribaltati , non senza spiacevolezza. E noi non siamo amici. –

– Ah si ? – Dice lo sconosciuto con aria interrogativa negli occhi bovini.

– Allora togliamo subito il disturbo. –

Quando ho visto la sua pistola ho pensato che il limite della maleducazione era stato raggiunto.

Ora lo so che avevo detto a Melissa che era finita, ma quando vengono a trovarti due vecchi colleghi, è difficile non tornare a parlare subito la stessa lingua. Non mi dilungherei troppo sulla faccenda, piuttosto, per dimostrare che non sono un ignorante totale, mi piacerebbe citare il finale di un vecchio film americano in bianco e nero, dove una barca si allontana dalla riva, e , a bordo, sono tutti felici, perché nessuno è perfetto.

Un bel finale.

Ma anche questo lo è. C’è una barca, nel mare, con una donna che legge, davanti a un pianoforte che ride.

FINE

© 2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...