LA SCOMMESSA Parte II

la scommessa II

Melissa ha detto che dovevamo cercare una persona, che lui sarebbe stato la prova vivente  di come lei avesse ragione . Di come, scegliendo la strada più lunga, poi si viva  una vita migliore.

– Non capisco bene cosa c’entri la scelta dell’itinerario. –

– Non fare il coglione, come ti piace definirti, e prendi le chiavi dell’auto. Ce l’hai ancora l’auto, almeno ? –

– Sì, ce l’ho. Ho già trovato un compratore ma , per ora, è ancora lì. –

– Vendere quello schifo è la prima cosa intelligente che dichiari di voler fare . –

– Ascolta, gioia, quella è la macchina meno appariscente dell’universo. Sai che non mi piacciono le auto. E ne va della mia salute che tutti non sappiano dove sono semplicemente notando una macchina parcheggiata. Non credi? –

– Sarà… –

– Piuttosto, non ero io che dovevo dimostrarti che studiare non serve a niente? Perché dobbiamo andare da questa cosiddetta prova vivente, da te scelta ad uopo ? –

– Come diavolo parli adesso ? Dove l’hai sentita questa ? –

– Questa cosa? –

– Questa espressione: ad uopo. –

– Con chi credi di parlare, ragazzina ? Mi hai preso per un analfabeta? Ho sempre avuto un vocabolario piuttosto ricercato, all’occorrenza.

– Immagino. –

– Non hai risposto alla mia domanda. Non fare la furba. Come mai , d’un tratto, sei tu che hai la precedenza nel dimostrare la ragione di questa scommessa? –

– Pensavo che avessi fretta di partire, non volevo farti perdere tempo e sono sicura che la persona in questione saprà aprirti gli occhi in modo definitivo. –

– Non sono convinto della tua buona fede. –

– Invece ti fiderai di me. E ti dico di più, dopo, mi ringrazierai. –

– Addirittura… Chi è questa persona ?-

– Vedrai. –

Ha sempre avuto un temperamento spontaneo Alvarez. Riusciva a farsi voler bene da tutti, me compreso. Lui ricambiava da fratello e non ci sono state giornate tanto piacevoli, nei miei ricordi, come quelle passate insieme. Si parla di molto tempo fa, quando io e Alvarez avevamo sogni in comune. Il nostro chiodo fisso era una barca. Volevamo a tutti i costi comprarcene una e vivere con qualche donna liberi di navigare dove volevamo.

Un giorno Alvarez ha mollato tutto. Diceva che doveva finire il liceo, almeno. Diceva che anche io avrei dovuto fare lo stesso. E io l’ho fatto. Pensavo che, tolto questo dente, saremmo tornati a fare quello che facevamo prima, ma ad un livello superiore.

Alvarez non era della stessa idea. Aveva una ragazza fissa da qualche tempo. Voleva sposarsi con lei, un giorno.  Aveva nuovi stimoli , una  passione per il calcolo e una mente scientifica per cui tutti lo ammiravano ma che non aveva ancora messo a frutto per mancanza di ispirazione. L’ispirazione arrivò. Non so se fu una chiamata divina, un’allucinazione psicotropa, un, diciamo, suggerimento dei suoi genitori, o della sua ragazza. Forse un po’ di tutto questo.  Forse era stato semplicemente lui, Alvarez, a decidere così. Non so. Non mi sono mai fermato a rifletterci a lungo. Forse aveva troppo da perdere rispetto a me. Così mi dedicai a cercare di avere anche io, un giorno, qualcosa da perdere. Volevo farlo in fretta. Anche per me si aprirono le porte di un nuovo mondo. Un mondo dove le emozioni non contano. Anzi, possono essere dannose, almeno all’inizio. Così ho dovuto allenare, oltre alla tecnica e all’esperienza, anche la capacità di convivere con emozioni forti. Emozioni che ho imparato ad annullare. Con il tempo. Non tutte in una volta, s’intende. Oggi, per esempio, alcune di quelle emozioni ritornano. Non ho mai permesso che prendessero il sopravvento durante il lavoro ma adesso, che posso ritenermi, piacevolmente, disoccupato a vita, avrò tutto il tempo di riscoprirle. Mi piacerebbe farlo. Adesso si può. In compagnia di Melissa avrei anche la possibilità di dare un nome ad ogni emozione, forse. Naturalmente con il suo contributo da studiosa.  Avrei la possibilità di fare un salto di qualità.

Anche Alvarez  decise di fare un salto di qualità. Così mi annunciò di essersi iscritto alla facoltà di ingegneria. Aveva recuperato in un colpo solo tutta la fiducia che la sua famiglia gli aveva negato negli anni passati insieme a me.

Tempo per vedersi non v’era più.

Dovrei già essere in mezzo al mare. Solo mare tutt’intorno. Dovrei veleggiare verso un punto cardinale deciso all’ultimo momento, con una birra in mano e una donna stupenda nello sguardo. Invece mi ritrovo di nuovo con i piedi ben piantati sulla terraferma. Non sono più abituato. Con la mia vecchia auto sto tornando da dove sono venuto. Non mi  sembra una buona idea. Infatti l ’ho detto a Melissa, che queste trovate le saltano in mente solo da quando ha cominciato a studiare all’università. Non mi accoglieranno a braccia aperte se venissero a sapere che me ne vado a zonzo, così, come se niente fosse. Abbiamo pensato a tutto per evitare incontri poco piacevoli. Chiaro. Ma non si sa mai. Il fato è beffardo, lo insegnano anche i libri di non so più quale scrittore straniero.

Dormiremo fuori città e andremo a vedere che fine ha fatto Alvarez senza dare nell’occhio. Perché è lui il nostro uomo, a quanto pare. Io non ho la minima idea di dove Alvarez viva adesso. Sono anni che non ci sentiamo. Per me potrebbe essere diventato anche una donna. Ma non credo. In fondo penso di poter dire di conoscerlo, almeno un poco. Anche se da quando abbiamo lasciato la barca non ne sono più molto sicuro. In effetti ci sono dei buchi nella vita di Alvarez, per me. Quello che so è che , se non è rincoglionito del tutto , sicuramente se la cava bene. E’ sempre stato un tipo in gamba, il vecchio Alvarez. Ci siamo divertiti molto insieme. Ma adesso siamo due persone diverse.

– Non avremo niente da dirci… – Dico a Melissa.

– Non è necessario che vi parliate per forza. L’importante è farsi un’ idea di come il tuo amico Alvaro vive adesso. Questo ti dimostrerà che è importante avere degli obbiettivi sani, imparare, studiare… – Dice lei.

– Allora non gli rivolgerò nemmeno la parola. E non chiamarlo così! E’ terribile ! –

– Ma se mi hai sempre parlato di lui come di un eroe… Rodrigo. – Dice lei, e sghignazza.

– Si, un eroe… Ma figurati. – Mi dà sui nervi quando mi chiama così. E lo sa bene.

Nella nostra stanza, in questa specie di pensione, mi viene voglia di fare l’amore con Melissa. Almeno non penserò a tutte queste storie di Alvarez. Ma lei se ne sta lì sul letto con quel libro davanti alla faccia. E’ bella, anche intelligente. L’ accarezzo cominciando dalle gambe. Mentre salgo lentamente verso le anche, lei comincia a muoversi languidamente.

– Allora non esistono solo le pagine di un libro… Eh? –

Lei non mi degna nemmeno di una risposta. Getta per terra il volume e mi salta addosso lasciandomi senza scampo.

Niente da dire. Questi sono i risvolti che mi piacciono.

Mi piaceva molto anche passare il tempo con Alvarez. A quei tempi ci inventavamo qualsiasi cosa per rimediare qualche biglietto di banca. La cosa stupefacente, è che ci divertivamo come matti. Come quella volta al matrimonio. Non eravamo ospiti degli sposi, ci trovavamo lì per lavorare. All’ultimo momento, il pianista aveva dato forfait e io riuscii, incredibilmente, a farmi assumere per rimpiazzarlo.  Nessuno si aspetta da me che mi possa piazzare davanti ad un pianoforte e sapere cosa farci. Invece è così. Come ho imparato non ha importanza. Ero un fanciullo allora, un’era ancora più arcaica di quella che ha visto le gesta del giovane Alvarez e del giovane me.

In ogni modo, ero stato ingaggiato.

Il padre della sposa, un uomo di poche ma contorte parole, mi aveva suggerito i brani caldi, gli indispensabili.

– Non so che suoni e non mi frega. Tu devi suonare queste canzoni che ti dico io. Hai capito? – Iniziò, con fare da impresario.

– Quali canzoni? – Chiedo io.

– Quelle che ti dico io… – Mi ripete lui, poi guarda verso il cielo e si tocca il pollice della mano sinistra con quello della mano destra.

– La prima… E’ quella che fa che Laura non c’è, che Laura se n’è andata… Sai qual’ è. – Ne era certo che lo sapessi. E purtroppo lo sapevo. La sposa si chiamava Laura e amava i cantanti italiani venduti all’estero. Il padre voleva una canzone che sottolineasse la nostalgia per la sua bambina.

Alla fine, con grandi difficoltà per comprendere il titolo dei brani, abbiamo steso una lista piuttosto lunga ma senz’altro di pessimo gusto. Una platea grottesca, di parenti e amici avvinazzati, faceva da pubblico. Dopo un po’, avrei potuto suonare Chopin e quelli non si sarebbero accorti di nulla.

Ma veniamo ad Alvarez. Ho detto del mio incredibile ingaggio come pianista, ma lui, lui sì che superò ogni limite di creatività. Per cavare qualcosa anche lui dal matrimonio e non lasciarmi solo in una giornata di festa, era riuscito a farsi assumere come “urlatore”. Avevo garantito personalmente le sue qualità in merito. La sua voce possente, impostata. Avevo decantato di suoi immaginari precedenti teatrali. Alvarez aveva confermato tutto, con fare istrionico, e aveva dato una dimostrazione… a vuoto, che aveva tolto ogni dubbio. Assunto anche lui. Il suo compito era preciso. Alvarez calcolava tutto per portare qualsiasi lavoro a compimento nel modo più ineccepibile. Anche in quel caso, aveva preteso di fare un sopralluogo per calcolare le dimensioni della stanza. Si era presentato con uno stereo portatile e un cd del gruppo metal più rumoroso che conoscesse, in modo da ricreare sonoramente la quantità impressionante di invitati che ci sarebbero stati il giorno delle nozze. Aveva  approssimato la capacità , in decibel, di tutte quelle voci che ciarlavano all’unisono. Spiegava tutto questo ai parenti della sposa che ci avevano ingaggiato e io dovevo affogarmi nei drink di accoglienza per non esplodere in risate che avrebbero potuto suonare canzonatorie alle orecchie di quei babbei che si facevano incantare dalla performance del grande Alvarez.

Alla fine io sto lì, seduto sullo sgabello del pianoforte e strimpello un motivetto allegro quando dalla tavolata si alza un grido perfettamente udibile sopra la folla distratta:

– V-I-V-A-G-L-I-S-P-O-S-I! –

Un boato segue l’incitazione, potente ed efficace, di un anonimo invitato.  Alvarez deve gridare viva gli sposi e deve farlo nel momento giusto. Il difficile compito di mantenere calda la platea, di ricordare perché si trovano lì, tutti insieme, è suo. Che risate. Due come noi, a svolgere egregiamente due compiti improbabili ma ben retribuiti. L’epilogo fu epico. Poggiavo stoicamente le mani stanche sui tasti del pianoforte. Già da tempo i miei occhi si erano fissati in quelli di una ragazza seduta al tavolo dei parenti della sposa.  Era la sorella, e tutto lasciava intendere che fosse un’amante della musica. Non era stata avara nell’abbeverarsi, era fin troppo evidente, come i suoi espliciti ammiccamenti. Sia io che Alvarez eravamo lì per lavorare, quindi non potevamo cazzeggiare. Quando l’ora si fece tarda per le, seppur ormai ovattate, note del mio strumento, mi alzai, feci scrocchiare le dita giungendo le mani e lei venne verso di me. Alvarez, che aveva potuto dedicarsi maggiormente alle pubbliche relazioni, e ai calici rubino, si muoveva tra i tavoli ormai vuoti con un fare altalenante e impettito. Fiero dei complimenti ricevuti per le sue impeccabili urla.  E ancora non aveva esaurito la voce che, inciampando si era ritrovato di fronte alla sposa, un po’ ubriaca anche lei. Hanno cominciato a parlare mentre lo sposo era chissà dove, probabilmente abbracciato ad una tazza del cesso. Ogni tanto Alvarez allungava una mano e quella, la sposa, non diceva niente, sorrideva e lo lasciava fare. In conclusione io mi sono fatto la sorella della sposa e Alvarez si sarebbe potuto fare tranquillamente la sposa se non fosse subentrato in lui un senso di forte etica professionale che lo ha, definitivamente, fatto optare per una cugina dello sposo.

CONTINUA…

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