Fino al principio della sera

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“Si, in un certo senso… c’hai ragione… Ma non è più di te che di un altro che me ne frego…” L.F.Celine

Una valigia in mano. E a dirla tutta non mi sento nemmeno tanto bene. E’ sempre questo l’effetto che mi fa il tram la mattina. Una volta seduto sul seggiolino ho allungato il collo per guardare meglio, attraverso il finestrino, il cartellone con la pubblicità della mostra di Chagall. Mi piace la sua ironia. Adesso però mi gira la testa. Come se non bastasse , il ragazzino cingalese con la sua armonica a bocca ha deciso che oggi niente musica. Solo note stridenti, ripetute con irregolarità. Non sono il solo a non apprezzare. Ma lo capisco, il ragazzino, sarà anche lui intontito dal freddo e dall’ improvviso caos dopo una notte solitaria e inquieta. Il suo suono è ripetitivo,stancante, tende ad accelerare con lentezza. Si miscela  con lo stridio dei binari metallici, l’intercalare di fisarmonica bucata prodotta  dalla porta a soffietto che si apre. Nuove voci. Una voce sopra l’altra. Stridio. Lamento d’armonica. Soffietto, lamento, stridio. Nuove voci. Ci avviciniamo al centro.

Il signore con i baffi e il cappello decide che è ora di far cessare la tortura sonora. – Hai finito con quel coso? Guarda che te lo rompo! – Sembra piuttosto minaccioso. Urla. E’ questo che mi destabilizza più di tutto. Prima avvolto nel caldo torpore del nido casalingo, poi esposto al mondo. E non riesci nemmeno a ricordare quello che hai fatto, da quando ti sei alzato  fino ad ora. Immerso nella gelatinosa calca, stipato nel mezzo pubblico che porta i fedeli sudditi del lavoro al loro posto, sempre più schiacciati, verso l’ombelico della città, che tutti ci accoglie con un sorriso. Sotto i portici allargano le labbra il commerciante e l’accattone. Il passeggiatore e il professore. Gli studenti hanno spesso un’aria piuttosto truce, ce l’hanno con il mondo. Credono, almeno. Non lo sanno veramente . E poi i viaggiatori, alla stazione. Si ritrovano davanti alla pensilina ed entrano insieme. Anche loro hanno grandi sorrisi, i più grandi , sotto gli occhi annebbiati. Tutti tranne i pendolari, che si allontanano dalla metropoli e hanno solo gli occhi annebbiati, niente sorrisi. Prima di entrare sotto l’arco della stazione osservo la mia città che sto per lasciare. Arrivo fino al fiume con i pensieri e lui  esce dagli argini festosi e mi travolge con la sua memoria. Non sorrido  molto, nemmeno io. Ho questo mal di testa. Fuori fa freddo e mentre guardo l’orario del mio treno sento un brivido allo stomaco, una contrazione. Non riesco a concentrarmi sul tabellone. Mi sforzo e individuo il binario. Mancano più di trenta minuti. Forse se mi siedo rischio di stare meglio. La famigliola di zingari, accanto a me, si sta spartendo la colazione. Sembrano già attivi e pronti a distendere  le mani. Io faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Mi appaiono figure sfuocate, profili di persone incappottate, alcuni portano al guinzaglio una valigia con le rotelle. Anche io ne ho una così. A volte mi fa sentire come un pilota d’aereo. All’ aeroporto, arrivano scortati da qualche hostess, tutti con un gran sorriso. Il pilota tiene saldo in testa il suo cappello e sulle spalle la sua giacca fa da mantello. Sembra un eroe… Mi sto addormentando… E’ stata una nottataccia. A dire il vero, una serie di nottatacce. Una serie così lunga che quasi non ricordo il principio.

Tutto ha avuto inizio quando Claudia ha letto su una rivista delle varie agevolazioni e di un contributo a fondo perduto. Di quanto bisogno il Paese avesse di nuovi bambini. Poi ha visto in tv che cercavano giovani coppie in attesa di un neonato. Avrebbero addirittura pagato per poter riprendere il periodo della gravidanza, fino al parto. In  alternativa c’era un programma di sfide tra donne in dolce attesa che si svolgeva su un’isola tropicale e pagava bene, senza considerare i premi in palio e le forniture di prodotti per bambini. Interessante, ha detto Claudia.

– Vuoi un bambino? – Mi ha chiesto.

– No. – Ho risposto.

– Sarebbe interessante. – Ha detto.

Non mi ha più fatto domande ma dopo poco era incinta.

Per quanto mi riguarda, ho prelevato, dal “fondo vincite”, destinato soprattutto agli studi della creatura, un piccolo anticipo sulla mia pensione, che ora vado a godere. Da solo. Ma certo. Credevate che volessi davvero quello sgorbio a due zampe che nemmeno mi assomiglia? Claudia ha voluto un’opportunità per avere i suoi cinque minuti di celebrità. Ha partecipato e ha vinto. La mia volontà non ha contato nulla. Sono stato spettatore da casa, come tutti gli altri sfigati che guardano programmi-spazzatura. Ma diciamola tutta la verità, fino in fondo. Diciamo pure che ho prelevato l’intero fondo, non solo un anticipo. E me la sto filando come un razzo-missile. Non ne voglio più sapere della famiglia. Non ne ho mai voluto sapere.  Claudia, quella stronza. Pensava di fregarmi. Pensava che avremmo risolto i nostri problemi economici. I suoi e quelli del bambino, più che altro. La madre ha voluto il bambino per andare in tv e ora la madre se lo tiene. Si tenga anche le sue forniture di pannolini che occupano l’intera stanza degli ospiti. Io mi tengo i soldi, così siamo pari. Per lei, giovane ragazza madre, si scomoderà lo Stato. Per lei, famosa partecipante a un reality di seconda fascia. Se ne accorgerà, Claudia, dell’aspetto comico della sua geniale pensata. Anche se non sono convinto che  farà ridere lei quanto l’impiegato statale di turno, quando ascolterà la sua storia.

Se questo mal di testa non se ne va , giuro che mi sparo in fronte e la faccio finita. Magari con un caffè passa. Il bar della stazione è pieno. Gente di tutti i colori. Valigie con e senza rotelle, buste di plastica. Odore di sudore, di caffè, di brioche, di profumi annacquati nel resto della brodaglia olfattiva. Prendo il mio veleno per il cuore e tengo vicino la valigia. Non mi sento tranquillo con tutti questi soldi. Ho la sensazione che da un momento all’altro appaia mia moglie con un fagotto in braccio. M’immagino che me lo tiri come fosse una palla da rugby. Mia moglie come un rugbista maori, di nero vestita, che danza un’ancestrale rito di guerra sul mio cadavere. Mia moglie sta dormendo in questo momento. Devo stare tranquillo. Oggi ha il turno serale. Spero che il bambino non la svegli troppo presto. Anche lei ha il diritto di dormire. Ma l’ha voluta lei questa  rottura . L’ha voluta lei e adesso non può lamentarsi. Se io fossi un buon padre non sarei qui, con tutti i soldi che mio figlio non sa nemmeno di avere. Dovrei stare a casa , in apprensione per ogni suo gemito.

Claudia non ha seguito un irrefrenabile desiderio di maternità. Ha seguito un sordido interesse personale. Altrimenti sarei rimasto con lei. Se le cose avessero continuato ad andare come andavano. Invece lei ha dato retta a tutte quelle cazzate e ogni cosa è cambiata. Poi il lavoro nuovo, grazie ad un amico del fratello di Claudia. Ma chi lo vuole un lavoro? Chi lo ha chiesto?

– E’ per mantenere il bambino. – Mi hanno detto.

Non è questo il mio lavoro, ho detto loro. Ma quelli non mi ascoltavano. Mi guardavano preoccupati. Allora , forse, è giusto così, mi sono detto per un secondo. No. Non credo.

Esco dal bar, dalla sua bolgia babilonese intenta a fare colazione, e assisto ad un esodo di persone davanti a me. Si muovono con passo spedito, come dovessero, tutti quanti, perdere il treno. Eppure i binari sono dalla parte opposta. Seguo la folla e vedo che si è radunata in cerchio intorno a qualcosa che non distinguo. Troppo avvolta da schiene e sederi di tutte le taglie e un brulicare di teste pigolanti. Si guardano e poi guardano a terra. Io guardo le loro terga mentre mi avvicino. Di corsa, sopraggiungono e mi sorpassano tre ragazzi vestiti come quelli della croce rossa. Uno di loro tiene una barella e un altro stringe una valigetta di plastica bianca. Corrono verso la cerchia di persone. L’anello si apre come per magia al loro passaggio e io vedo il vecchio disteso sul pavimento. Un rivolo di sangue, dietro la nuca poggiata a terra, appena visibile, nel suo intenso , rosso , bagliore. Sposto lo sguardo sui suoi occhi  che non esistono più.

Tutto nero.

Quando mi riprendo, uno dei ragazzi della croce rossa mi scruta senza sorridere.

– Tutto bene? –

Non aspetta la mia risposta e guarda dietro la sua spalla sinistra, osserva qualcosa che accade poco distante. Mi guarda di nuovo. Se ne va verso la priorità. Sento ancora un gran male alla testa. Sono svenuto e ho bisogno di zuccheri. Per di più c’è un dolore lancinante che mi pervade il corpo intero. Non riesco a capire dove s’intensifichi. Non individuo la sua fonte. Mi percuote, con la stessa efficacia, ogni cellula. L’origine di questo dolore,  in realtà, è molto lontana, immagino, da qui. Da me. Nelle mani di quel  profanatore della sensibilità del cazzo che mi ha fatto andare giù come una pera matura. Non le posso proprio vedere, certe scene. Svengo. Mi fanno impressione. Quel maledetto ratto di stazione. Ne ha approfittato e io me ne sto come un coglione schiacciato da un martello. Vorrei tornare indietro nel tempo. Adesso. Fino a quando quella folla del cazzo mi è passata davanti e io l’ho seguita. Vorrei andare dalla parte opposta. Dalla parte giusta. Invece adesso devo tornare a casa.  Col passo di chi ha delle schegge di legno lunghe venti centimetri conficcate nelle rotule. Sento un gusto di metallo ossidato in gola. A casa.  Preferisco arrivarci stasera. Quando Claudia sarà andata al lavoro. Questo viaggio lo faccio a piedi, con lentezza. Come giustificare la perdita dell’intero malloppo è una cosa a cui dovrò pensare. Più tardi. Adesso cammino un poco. Sento i muri dei palazzi stringersi intorno  a me , sempre più vicini. Mi sento quell’angolo che si crea tra l’inizio degli edifici e il distendersi del marciapiede. Quel cantuccio nero e lurido, dall’odore indecifrabile, che porta con sé echi di antiche epidemie  e censimenti di anni di polveri sottili, pisciate di cane , grumi di vomito di ubriachi notturni, merde di piccione, ossa di pollo, bucce di banana, oggetti sanguinanti, sputi, cicche fumanti, sgocciolii di liquami che nemmeno la pioggia potrebbe portare via per sempre.

Stasera credo che dovrò  infilarmi nel letto presto perché domani devo andare al lavoro. Dovrò trovarne anche un secondo, di lavoro, e tentare di rimettere insieme una certa somma. Per il bambino. Per noi. Per chi… Mentre sogni di volare alto nel cielo, come il più maestoso volatile… Chi… Vuole impedirti di raggiungere la tua destinazione infinita… Chi…  Afferra le tue ali piumate e  te lo mette sotto la coda.

© 2015

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