DELL’INGIUSTIZIA STANCO

dell'ingiustiziastanco

Giungono gli echi

d’anni di lamentii,

come uno strascico

sibilante, che lascia

nelle orecchie mute

la cassa post rave-party

o la pressa d’acciaieria

o la scavafossa

in fondo alla miniera.

Rimangono gli echi

e passano attraverso.

Come un’ opinione,

usata come un’arma,

gettata come rete da pesca,

a tirare su anche

la fine,  lasciando vuoto.

Come dei comici il palco,

del pubblico gli spalti.

Sconfitto l’elemento

lubrico, il legame.

Di pacche sulle spalle,

ridere senza freno

provare a smettere

ed esplodere di nuovo,

tra anime gaudenti

e niente di più che

guardarsi negli occhi.

Far suonare il cosmo.

Il padre con il figlio.

Disperdere l’amore.

Ma il padre è solo

un vecchio, nell’oblio.

Esiste un giovane.

Come tutti gli altri.

L’ingiustizia l’accompagna.

Dell’ingiustizia stanco.

D’altra parola vuota,

rapita, resa schiava,

circondata di spine,

Acciuffata, compressa

tanto da soffocare,

nel cuore della bara,

in buona compagnia.

Come tutti gli altri.

Della prigione stanco.

La libertà arriva

come una  farfalla,

un refolo di vento,

un’onda perfetta,

la neve.

Ciao libertà invisibile

che pari scomparsa

e invece sei solo

sepolta sotto terra.

Voci morte bisbigliano

sopra; clangore, chiasso.

Persisti a strillare

da quella sacca d’aria,

nell’ abisso acqueo,

nel relitto perduto.

Perduto nel mio corpo,

lontano ricettore,

ossigeno rimasto.

Bisogno d’espirare.

Tornare ad annusarsi,

bisogno d’esternare,

come il tronista

esterna il suo tanga

o l’esofago un rutto.

Chi predica perdono

è morto,  assassinato.

E’ diventato mito.

C’è aria decadente

e scimmie pelate

si inseguono goffe,

ultime creature.

Sogni  terribili

di tigri magnifiche,

dipinte nelle grotte,

contorni di sangue

e agguati di morte.

Unico raggio di sole,

un’infinitamente

piccola sequenza

d’infinitamente

piccole particelle

che viaggiano per spazi

infiniti portando

luce e calore,

in quella sacca d’aria.

© 2015

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