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– Allora vuoi veramente scrivere un blog?

– Voglio scrivere, sì.

– Un blog?

– Sì. Voglio riempire un piccolo spazio in internet, dove posso pubblicare gratis quello che scrivo e qualcuno può leggerlo. Anche lui gratis.

– Sì ma un blog non è un libro, sai?

– Un libro è meglio, in effetti. Ha un suo profumo e si può accarezzare.

– Accarezzare?

– Si può toccare. Se preferisci.

– Anche lo schermo di un tablet o di un computer si può toccare. E’ liscio, luminoso, interattivo.

–  E distribuisce la stessa consistenza a un video porno, a un paesaggio innevato, a una macchina sportiva o un ghepardo in corsa. Ha lo stesso odore di plastica e polvere smossa da una ventola. Lo stesso odore della tua stanza stantia.

– E le parole chiave? E SEO? E l’indicizzazione? La posizione sui motori di ricerca?

– Cosa sono?

– Vedi? Non sei pronto per un blog. Non conosci le basi.

– Devi dare visibilità al tuo blog, scegliere la lunghezza e la frequenza dei post.

– Cercherò di scrivere bene, ok?

– Non basta.

– Allora ‘fanculo.

– Al blog?

– No. A te.

– Lo sai, almeno, cos’è un post?

– La gente utilizza il termine “postare” per indicare la pubblicazione di qualsiasi afflato possibile-immaginabile e la sua messa in rete attraverso i social network o altri mezzi di comunicazione telematica, siano essi blog, riviste on-line, siti di divulgazione scientifica, community, forum, chat, messaggistica di ogni genere, cinguettii.

– Sì, ma un post, in un blog, di solito, è un articolo.

– Ecchissenefotte?

– Non vuoi scrivere articoli?

– Liberatemi dal male, oh Muse.

– … Allora non sei un blogger. Se non scrivi articoli, cosa scrivi?

– Quando scrivi un articolo non puoi diffondere informazioni a caso. Altrimenti rischi di fare come i giornalisti.

– Ma i blogger scrivono di qualsiasi cosa, non è che sono tutti reporter di cronaca o docenti universitari.

– Mi hai fatto venire in mente un docente universitario. Era talmente attempato che non si capiva una parola di quello che farfugliava, in un sussurro, che poteva essere, in qualunque momento, l’ultimo. Un altro dei miei docenti universitari, invece, non si esprimeva in quello che definirei un italiano privo di inflessioni locali.

– Cos’hai contro i dialetti?

– Niente. Però, quando andavo a scuola, i miei compagni che rispondevano alle interrogazioni in dialetto si sono tutti fermati alle medie. Come hanno fatto gli altri a diventare professori universitari?

– Beh, allora perché non scrivi un bel blog sui dialetti? O un articolo sulle ingiustizie sociali.

– Perché non conosco abbastanza bene nessun dialetto. Però magari ci scrivo un racconto.

– In dialetto?

– No. Un racconto che parla di uno come il mio compagno delle medie, Pupo Dorato. Un ragazzo che celava un incredibile mistero. Il mistero di come fosse arrivato alla scuola media senza sapere né leggere né scrivere. Un genio.

– Ma com’è possibile?

– Pupo Dorato veniva a scuola il minimo indispensabile. Giusto il tempo per tagliuzzare il mio astuccio nuovo con delle forbici a punta tonda, non più lunghe di un dito mignolo. In seguito alle mie veementi proteste presso il corpo insegnanti, era stato costretto a risarcirlo. Il vice preside aveva applicato alla lettera il “chi rompe paga e i cocci sono suoi”. Articolo abrogato, del decreto legislativo “vecchi proverbi del cazzo”. Alla fine, lui si è tenuto il mio astuccio tagliuzzato, che a me piaceva moltissimo. In cambio mi ha rifilato un anonimo astuccio marrone. Che pacco la scuola. Lo sapeva bene Pupo Dorato. Non lo si vedeva in classe per mesi, e si diceva che dovesse lavorare per restituire ai suoi genitori i soldi dell’astuccio. Lo si avvistava, a volte, durante l’intervallo di metà mattina. Passava in bicicletta, assorto nei suoi pensieri, davanti al cortile della scuola. Non si mescolava con i ragazzi normali, lui. Al nostro richiamo si girava come ricolto dalla trance e, rendendosi conto di trovarsi dove non doveva e non voleva, cominciava a pedalare come il miglior Cipollini, gli ultimi 200 metri prima dal traguardo. Scattava come uno colpito da un fulmine. Si dileguava rapido, nel mondo esterno degli adulti. Mentre succede tutto questo, nel racconto, c’è un altro personaggio, non so, una persona con una certa posizione sociale, tipo un politico. Nasce e cresce in un altro luogo e in un altro ambiente, segue un percorso sia accademico che lavorativo differente. Differente da quello del vecchio Pupo e dalle sue abilità di lettore che risultano pari a quelle, di locutore, del nostro importante rappresentante nazionale. Inspiegabilmente.

– Davvero non sapeva leggere?

– Chi? Pupo?

– Eh.

– Un giorno è arrivata una supplente di storia. Comincia la lezione leggendo il libro di testo, poi si stufa e decide di far leggere gli studenti, a turno. Dopo che Sabrina ci ha introdotti al passaggio dalla Repubblica all’Impero Romano, la supplente dice che, ora, continua a leggere, vediamo un po’, vediamo un po’… Dorato.

– E allora?

– Allora la lezione è finita lì. I rimanenti quarantacinque minuti sono stati gettati al vento. Quindici minuti passati nel vano tentativo, da parte della supplente, di convincere Pupo a leggere. Quindici minuti, anche diciotto, trascorsi nel vano tentativo, da parte nostra, noi studenti di prima media alfabetizzati, di spiegare alla supplente che Pupo N-O-N-S-A-L-E-G-G-E-R-E. Cinque minuti di “è impossibile”, ripetuti a sé stessa, e a tutti noi dotati di udito, da parte della supplente. Due minuti e mezzo in cui la supplente si rivolge direttamente a Dorato pretendendo una spiegazione a tutto ciò. Due minuti e mezzo, che potevano anche essere ore, di stoico silenzio di Dorato durante il quale, alla supplente, sorge il forte dubbio di essere stata presa per il culo. Campanella.

– E’ impossibile.

– Un’altra volta abbiamo dovuto trattenere Pupo dal mettere le mani addosso alla supplente di francese. Non si capacitava di come avesse potuto chiedere a lui di leggere un testo, addirittura in francese. A lui, capisci?

– Ma dove andavi a scuola tu?

– A Shanghai, provincia di Torino.

– Ma figurati.

– Anche se nessuno parlava cinese. E qualcuno non parlava nemmeno l’italiano. Il professore di Educazione Tecnica, è un altro esempio. Parlava solo vibonese stretto. Era tutto un “icchisi” e “ippissilonn” aspirati.

– Non ci credo.

– Vallo a chiedere a Pupo.

– Non ci tengo.

– Codardo.

– Quello voleva picchiare le professoresse in prima media.

– Sì ma non aveva mica undici anni. Andava per i quattordici, credo. Era alto come i professori. Indossava sempre un maglione verde militare bucato su una manica, era pieno di lentiggini in faccia e sugli avambracci, già ricoperti da una peluria biondiccia e ribelle come i capelli ispidi. Capelli pettinati direttamente dalle colonie di pidocchi che li abitavano. Occhi chiari e gelidi, come Clint Eastwood. Uno sguardo che riusciva a comunicare il nulla. Poteva essere inquietante ma in realtà non era un tipo bellicoso. Era piuttosto schivo.  A lui piaceva stare per i fatti suoi. Preferiva andare a lavorare. Doveva solo aspettare il permesso della legge per farlo alla luce del giorno.

– Sarà anche venuto dieci sole volte a scuola ma ha lasciato il segno, mi sembra.

– Gli ho perdonato di avermi tagliato l’astuccio. Un fuoriclasse dell’illusionismo. Anni di compiti mangiati dal cane, di sussidiari totalmente ignorati. La sua famiglia doveva essere fiera di lui.

– Ma se hai detto prima che l’avevano mandato a lavorare per risarcire un astuccio?

– Quella è leggenda. Secondo me, a Pupo, del mio astuccio, non fregava un cazzo. Se l’era dimenticato trentacinque femto secondi dopo averlo tagliato, il mio astuccio del cazzo. Secondo me, lui poteva vivere con un branco di lupi selvaggi, non aveva bisogno di noi altri stronzetti viziati. Non aveva bisogno dei professori e della scuola. Era venuto quelle poche volte solo perché gli piacevano ancora meno i carabinieri che, una mattina, erano andati a prenderlo a casa.

– E adesso?

– Adesso cosa?

– Che fine ha fatto?

– Pupo? Guarda lassù. Quando si fa notte in quella parte del cielo potrai distinguere sette stelle che lo ritraggono con una clava in mano. Ecco che fine ha fatto. E’ una mitologica costellazione. L’ Analfabeta. Un uomo d’altri tempi. Un mito.

– Tempi che, fortunatamente, ci siamo lasciati alle spalle.

– Dipende dai punti di vista. Lui avrebbe potuto vivere con un branco di lupi…

– Non vedo il profitto a bilancio di tutto ciò.

– Non c’è infatti. Che cazzo di profitto ci deve essere? Guarda che poi me lo mettono tra le parole chiave e mi fottono per colpa tua che parli come un commercialista. Questo non è un blog su come aggirare il fisco.

– Non vedo cosa ci sia di bello nel vivere con un branco di lupi.

– Allora sono queste cose che vuoi scrivere nel tuo blog? Racconti sui tuoi ex compagni di classe?

– Dimentichi l’altro protagonista. Il politico, o il procuratore. Una persona che si esprime in tutte le sue uscite pubbliche con un linguaggio che di solito si usa esclusivamente rivolgendosi alla propria cerchia famigliare. Uno che ha qualche difficoltà con i verbi al di fuori del presente e del passato remoto. Uno che esprime concetti semplici nel modo più complesso ed elusivo possibile. No, aspetta, questo è abbastanza normale per tutti, i politici. Non lo scrivo.

– In effetti.

– E nonostante tutto, il politico è diventato un politico. Pupo Dorato a spaccarsi la schiena nei campi e il politico a fare un cazzo dalla mattina alla sera. Sono certo che il politico sappia leggere perfettamente e sappia anche perfettamente scrivere, in italiano, intendo. Per un motivo che sfugge, però, non sa parlarlo. Capita. Pupo, per esempio , sapeva parlare anche in italiano. Non conosceva probabilmente il significato di parole come semantica, podalico o idiosincrasia ma era perfettamente in grado di comunicare la sua idiosincrasia nei confronti della supplente di francese e anche, suppongo, era in grado di inventarsi parole nuove. Proprio come il suo co-protagonista. Il politico. Anzi, cambiamo. Fanculo i politici. Facciamo che si tratta di un procuratore.  Costui mescola parole di italiano con parole di sua creazione e con inflessioni di un dialetto disconosciuto da tutti i ceppi linguistici regionali ai quali è stato accostato.  Costui nutre una profonda e feroce idiosincrasia nei confronti del verbo congiuntivo. Nulla in grado di fermare la sua avanzata verso la tanto ambita carica giuridica. Non è incredibile almeno quanto il fatto che Pupo non sapesse leggere in prima media?

– Abbastanza.

– Il procuratore, invece, diventa famoso, si occupa di casi molto importanti per l’intero paese.

– Ma vuoi scrivere un blog di politica?

– Uccidetemi adesso, oh Muse. Non hai capito che il politico l’ho proprio tolto?

– Di società allora. Potresti scrivere un articolo nel quale analizzi questi fatti che interessano la nostra società…

– Non credo proprio.

– Perché?

– Citare fonti è una noia mortale per me.

– C’è un nesso?

– Di Pupo Dorato non potrei parlare. Dovrei trasformare Pupo in un’icona demenziale dell’analfabetismo. Che, tra l’altro, è un argomento fuori moda ma che sta tornando. Sai tutti quelli che ti suggeriscono di “parlare semplice”, “così ti capiscono tutti”, “devi parlare alla signora Maria, la casalinga di Mombercelli”. Li guardi bene e noti subito il Rolex d’oro da cinque chili che blocca la circolazione sanguigna del polso grassoccio e peloso. Tirano fuori la “signora Maria” perché è a lei che hanno tentato di vendere tutto, anche l’anima, pur di averne un profitto a bilancio. E senza anima non ti rendi conto che la signora Maria capisce le cose meglio di quanto immaginano questi uomini di successo dalla favella semplificata per arrivare al volgo, che credono l’anello debole. Il volgo che ha lottato con tutte le sue sudicie forze per smettere di parlare proprio come questi zoticoni, dimostrando capacità impensabili. La capacità di rifiutare la loro merce immonda, di non essere una preda facile. I mercanti con la cultura da sussidiario ripropongono l’analfabetismo per formare un substrato utile al loro profitto. Non voglio che Pupo Dorato diventi una signora Maria in bocca a questi coglioni.

– Pensi che a qualcuno interessi del tuo ex compagno di scuola?

– Scherzi? Interessa molto a me. Forse non hai capito che il politico e il procuratore forse rimarranno in qualche libro di storia scritto male ma Pupo rimane impresso nel cielo notturno ed è allora che la costellazione dell’Analfabeta illumina tutti noi e ci ricorda che l’uomo è una bestia selvaggia ma non ha il coraggio di esserlo fino in fondo, e allora si trasforma. Da lupo si tramuta in un pinguino che si auto definisce squalo e riporta come un cane labrador. Pupo aveva un gran coraggio e una grande dignità. Stava lontano dai sussidiari. Non si è iscritto a una lista elettorale, lui. Non ha preteso di farsi carico della giustizia. Non ha seguito gli schemi imposti da chissà chi. Lui.

– Sarebbe una specie di elogio all’analfabetismo?

– Non credo. Al massimo il contrario. Teniamoci stretta la nostra suadente ed espressiva lingua morta. Non mettiamoci tutti a parlare come vorrebbe chi pensa solo al profitto a bilancio.

– Secondo me non si capisce.

– Fanculo.

– Al blog?

– No. A te.

– Lo dico per te. Devi scrivere in modo che ti capisca anche la signora Maria…

– Vallo a dire a Fulcanelli.

– Chi?

– Lasciami scrivere adesso. Poi vediamo se si capisce o no.

– Secondo me no.

– Ho capito.

– Ma poi il tuo amico, quello che non sapeva leggere, veramente è andato a lavorare nei campi?

– Non so. Magari è andato a lavorare in un call center. Preferiresti?

– Io? Per me è uguale. Affari suoi. Era solo così, per curiosità. Comunque, non saprei con certezza, ma secondo me guadagna di più un agricoltore di uno che lavora in un call center.

– Cosa te ne frega di quanto guadagnano?

– A me non sembra che il tuo blog parli di cose utili.

– Cazzo se hai ragione.

– Esistono milioni di blog utili.

– Certo.

– Pubblicano articoli molto utili.

– Non ho dubbi.

– Ci sono articoli che spiegano il modo migliore per defecare.

– Vedi perché non voglio scrivere articoli?

– Sempre meglio di un racconto squinternato con personaggi appena abbozzati e senza significato.

– Secondo te, tutti quelli che hanno letto la Montagna Incantata sono diventati alpinisti?

– Poi scrivi troppe parolacce per un blog.

– E ancora non ho iniziato a scrivere.

– Secondo te, il tuo amico, quello che non sapeva leggere, adesso sa leggere e legge i blog?

– Prima di tutto non è che fosse proprio mio amico, è solo un personaggio. E non è uno di quei personaggi come Harry Potter. Mi limito a conoscere le sue mosse in quella manciata di giornate giovanili, pregne di ribellione al sistema scolastico e corse in bicicletta al fianco di un branco di lupi selvaggi in caccia. Non mi interessa conoscere il resto della sua vita. Non sono il suo biografo.

– Magari è morto. Per questo non l’hai più visto. E’ morto senza imparare il significato della parola podalico.

– Lui vive. Non può morire, scolpito nel manto notturno.

– E quell’altro?

– Chi?

– Quello che si inventa le parole, il giudice che diventa politico.

– No, no. Non facciamo confusione. Poteva essere un politico ma poi ho deciso che si tratta di un procuratore. Dimentica il politico.

– Vedi. Non si capisce. E morto anche lui?

– Nessuno è morto.

– Su certi argomenti non si scherza.

– Sei troppo polemico per un blog.

– Parla di cose comuni.

– Tipo?

– Non so, la globalizzazione.

– Parlo anche io di cose inventate.

– Vedi? Polemico. Ce l’ha una fine questa storia, oppure no? Dovrei andare.

– La fine è questa. Come in quei film che, durante i titoli di coda, tu ci rimani male.

– Davvero?

– No. In realtà, spinto da una curiosità che non sapeva darmi pace, ho cercato Pupo Dorato. E l’ho trovato. E’ sposato, pensa. Non è un agricoltore, mi ha detto che un agricoltore, oggi, deve essere laureato per tenere il passo con i cambiamenti che ci saranno in questo settore. Ha lavorato per un breve periodo in un call center, poi non ne poteva più e si è iscritto all’istituto serale per geometri. Gli ho anche parlato di te.

– E lui?

– Mi ha detto di darti un calcio in culo e di dirti che due dei suoi quattro figli erano podalici.

© 2015

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